“Le nonne” di Doris Lessing

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Su entrambi i lati di un piccolo promontorio zeppo di ristoranti e caffè si stendeva un mare giocoso e tuttavia composto: nulla a che vedere con l’oceano vero e proprio, che rombava e ruggiva oltre l’imbocco della profonda insenatura e la barriera di scogli denominata Baxter’s Teeth, “i denti di Baxter”, nome riportato anche dalle carte nautiche. Ma chi era questo Baxter? Domanda più che lecita, e infatti veniva posta spesso e trovava risposta in un foglio di carta incorniciato e abilmente anticato, appeso nel ristorante sulla punta del promontorio, quello nella posizione migliore, più elevata e prestigiosa. Baxter’s, si chiamava appunto, a sostenere la pretesa che la sala interna dalle sottili parti di mattoni e canne fosse stata un tempo la capanna di Bill Baxter, costruita da lui con le sue mani. Questo navigatore irrequieto dunque, quest’uomo di mare, era giunto per caso in quel paradiso di baia con la sua piccola lingua di terra rocciosa. Alcune versioni più antiche della storia parlavano di indigeni pacifici e ospitali. Ma i denti cosa c’entravano? Baxter rimase un esploratore indefesso delle coste e delle isole vicine, e infine, dopo essersi affidato a un guscio di barchetta messa insieme con qualche relitto trasportato dal mare e un po’ d’esperienza, andò a schiantarsi in una notte di luna su quei sette scogli neri, proprio di fronte alla sua casupola, dove una lanterna a prova di tempesta, affidabile come un faro, accoglieva le navi abbastanza piccole da entrare nella baia, una volta superata la barriera di scogli.
Ora la casa era circondata da alti alberi che offrivano riparo a tavoli e sedie, e sotto, su tre lati si allargava cordiale il mare.
Un sentiero saliva tra gli arbusti, sbucando nel giardino del Baxter’s; un pomeriggio quella lieve salita era percorsa da sei persone, quattro adulti e due bambine, i cui strilli di gioia riecheggiavano i versi dei gabbiani.

E’ con queste parole parole che il libro di cui voglio parlarvi oggi mi ha totalmente conquistata. Un libro che ho acquistato colta da uno strano impulso, di cui vi ho parlato quiLe nonne di Doris Lessing è un libro che raccoglie tre racconti di quest’autrice: Le nonne, Victoria e gli Staveney e Il figlio dell’amore. Tre racconti che ho apprezzato in maniera del tutto diversa, motivo per il quale ho deciso di parlarvene separatamente.

Due bambine cominciarono la scuola lo stesso giorno, alla stessa ora, si presero le misure a vicenda e diventarono amiche del cuore. Due scriccioli di bambine, e che coraggio ci voleva ad affrontare quella scuola imponente, gremita e animata come un supermercato e tuttavia, si rendevano già conto, piena di gerarchie di bambine ostili; ma in mezzo a loro c’era un’alleata, ed eccole dunque lì ferme, mano nella mani, tremanti per la paura e lo sforzo di farsi coraggio.[…]
Erano due bambine intrepide, pronte a rispondere per le rime, e presto riuscirono a schivare le vessazioni che sempre accoglievano le nuove alunne; si sostenevano a vicenda, ciascuna combatteva le proprie battaglie e quelle dell’altra. “Come due sorelle” dicevano tutti, e perfino “come due gemelle”. Bionde tutte e due, con le code di cavallo ordinate e lucenti e gli occhi azzurri, leste come pesci, anche se in realtà, a ben guardare, non si somigliavano poi tanto. Liliana – o Lil – era sottile, con un corpo minuto e forte, e lineamenti delicati, e Rozeanne – o Roz – era più robusta, e se Lil contemplava il mondo con uno sguardo puro e severo, Roz riusciva a scherzare su qualunque cosa. Ma è confortante pensare, e dire “come due sorelle”, e anche “potrebbero essere gemelle”; fa piacere a tutti trovare somiglianze dove forse non ce ne sono affatto, e dunque andò avanti così, un semestre dopo l’altro, un anno dopo l’altro, due bambine inseparabili, una benedizione anche per i genitori, che abitavano nella stessa via e come spesso succede avevano fatto amicizia grazie alle figlie, ed erano consapevoli della loro fortuna, perché le bambine si erano scelte a vicenda rendendo la vita facile a tutti quanti.

Le nonne

Roz e Lil si stavano rilassando sulla piccola veranda affacciata sul mare, quando video i due ragazzi che risalivano il sentiero, un po’ corrucciati, trascinandosi dietro il loro armamentario da spiaggia – l’avrebbero messo ad asciugare sul muretto della veranda – ed erano così belli che le due donne si drizzarono per guardarsi in faccia e condividere tutta la loro incredulità. “Santo cielo!” disse Roz. “Sì” disse Lil. “Siamo state noi, li abbiamo fatti proprio noi!” disse Roz. “E chi altri?” disse Lil. E i ragazzi, dopo essersi sbarazzati di asciugamani e costumi, passarono davanti alle madri con sorrisi che fecero intendere quanto fossero indaffarati: per carità, non li chiamassero per mangiare o rifare i loro letti o qualcosa di altrettanto trascurabile.

In questo racconto i protagonisti sono Roz e Lil e i loro rispettivi figli, Tom e Ian. Le due donne sono grandi amiche sin dall’infanzia e questo legame si trasmette ai loro figli. Dopo il divorzio di Roz e la morte del marito di Lil, quelle due famiglie così profondamente unite si trasformano in un quartetto inseparabile. Quartetto che diventa improbabile nel momento in cui le due donne si innamorano del figlio dell’altra e iniziano, con loro, una relazione amorosa. Ovviamente segreta.

Le donne contemplarono quei giovani eroi, i loro figli, i loro amanti, quei due giovani bellissimi dai corpo scintillanti d’acqua marina e olio solare, come lottatori dell’antichità.

In realtà conoscevo già questa storia grazie al film Two mothers e – tralasciando il discorso sulla moralità di queste relazioni, a mio parere moooolto discutibile, come potete ben immaginare – devo dire che mi aspettavo un racconto del tutto diverso. Mi aspettavo un racconto profondo e intenso, dettagliato e passionale. Quale altro modo per tentare di “giustificare” le relazioni di cui si parla? In realtà ho trovato il tutto raccontato in maniera abbastanza superficiale e sbrigativa, come se la Lessing avesse fretta di giungere alla fine di questa storia. Perché? Sono l’unica ad aver avuto questa sensazione durante la lettura? Mi dispiace molto dirlo, ma devo ammettere che sono rimasta molto delusa da questo racconto. Semplicemente, ancora una volta, mi aspettavo qualcosa di diverso.

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Victoria e gli Staveney

Victoria aveva la sensazione di essere stata una creatura inerme sballottolata da una parte all’altra da colpi di fortuna, senza rendersi conto di cosa stava succedendo o perché. Ma adesso non era inerme, e finalmente era presente a se stessa. Che cosa voleva? Solo che gli Staveney sapessero di Mary, e poi… bè, poi si sarebbe visto. 

Il secondo racconto ha come protagonista Victoria, una bambina di colore che, a nove anni, perde prima la madre e poi la zia alla quale era stata affidata. Si ritrova, così, a vivere nella casa sovraffollata di un’amica della donna, dalla quale viene spinta a crearsi un futuro migliore rispetto a quello che veniva riservato alle donne come loro, ossia quello di sfornare figli con uomini sbagliati e vivere di sussidi statali. Victoria è povera e sola, ma crede di poter avere un futuro diverso. Pare quasi riuscirsi, fino a che non incontra un ragazzo ricco dalla cui relazione nascerà Mary, una bambina che lei ama profondamente e per la quale sogna un futuro diverso dal suo. Per questo entra in contatto con la famiglia del padre – che le accetta ben volentieri – e con la quale è costretta a scendere a compromessi, sapendo che loro potranno offrire a Mary ciò che lei non è in grado di  garantirle.

E Mary? Mettere insieme il mondo degli Staveney col mondo di Amos Johnson… alla sola idea lei e Bessie scoppiarono in una risata amara.
E tuttavia sposando Amos avrebbe legato insieme i due mondi, anche se erano entrambi ben attenti a non avvicinarsi mai troppo. E Mary, la piccola Mary, si sarebbe ritrovata là nel mezzo. “Sì,” pensò Victoria, “sarà contenta di uscirne e di andare in collegio: vorrà essere una Staveney. Sì, devo affrontare la realtà. E’ così che andrà.”

Questo racconto è quello che mi è sembrato più insipido di tutti. Credo che magari affrontato in maniera diversa sarebbe anche stato un bel romanzo, ma nel modo in cui è stato scritto mi è sembrata una storiella banale e già sentita, che non mi ha fatto scoprire questa autrice né apprezzarla particolarmente. Il personaggio di Victoria mi sembra molto sciapo, quando secondo me poteva essere descritta come una donna forte e dignitosa, una di quelle donne che si danno da fare per emergere dai problemi che la assillano da una vita. Victoria, invece, viene descritta come una donna che si fa travolgere dalla corrente, senza prendere posizione né decisioni, senza cercare di scappare dai problemi nei quali sa che sta per incappare. Sono l’unica a pensarla in questo modo?

Il figlio dell’amore

Quell’estate, poco prima che iniziasse la guerra, gli era rimasta scolpita nella memoria, un sogno vivo come i suoi sogni di un futuro di amore e pace, pace e amore. Pensava: “E’ così che sarà, dopo la guerra”. E per “così” intendeva come i mesi felici dei corsi estivi: i dibattiti amichevoli, gli sconti senza acredine, gli scambi franchi e leali, pieni di speranza, di esaltazione e di promesse. Qual era il motivo di questa guerra, se non di creare tutto questo, un mondo di meravigliose amicizie e di cameratismo e di ragazze generose, fra le quali avrebbe trovato la sua, l’unica fra tutte.

Nell’ultimo racconto viene, invece, racconta la storia di James, un soldato arruolato durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo un tempo di navigazione indefinito – in direzione dll’India – ma lungo e sfiancante, durante uno scalo a Cape Town il ragazzo conosce Daphne e Betty, due donne il cui compito è quello di accogliere i soldati sfiancati e malati per rimetterli in sento durante i loro giorni di riposo. James si innamora di Daphne, dalla quale è ricambiato, e con la quale trascorrerà amandosi i pochi giorni sulla terraferma. Costretto a ripartire, vivrà la sua vita avendo sempre in mente questa donna, convinto di aver concepito un figlio con lei e di aver svelto una vita sbagliata.

Daphne era inglese, ed era cresciuta in una cittadina di campagna  dove un giorno era arrivato il bel Joe Wright, venuto a far visita a un amico dei tempi di scuola. Era in licenza, da Simonstown, in Sudafrica. Era il 1937. Alla festa da ballo estiva avevano danzato insieme per tutta la serata, e lei se ne era innamorata a prima vista. Il classico colpo di fulmine. Bè, sì lo era stato. “Sposami” aveva detto, o meglio ordinato lui, e lei l’aveva seguito a Cape Town, sulla prima nave della Union Castle. La Stirling Castle. (Forse la stessa che stavano aspettando adesso.) Fu un matrimonio in grande stile. Quella di Joe era una delle più vecchie famiglie della città. Daphne, con la sua limitata esperienza, avrebbe potuto rimanere sopraffatta, ma non fu così. La ragazza che era arrivata a Cape Town non era la stessa Daphne che era salita su quella nave. A bordo c’era un gruppo di giovani sudafricane che tornava da una vacanza in Europa. In un primo tempo l’avevano scandalizzata, poi le aveva invidiate. Erano, nello stile, diversissime dalle ragazze inglesi: libere e disinvolte, rumorose e volitive, e vestivano in un modo che d principio aveva giudicato appariscente. Per caso aveva sentito una di loro dire a un’altra, riferendosi a lei: “E’ inglese, sai cosa intendo, un’inglesina d’azzurro vestita. Sembrava Alice nel paese delle meraviglie”.
Daphne era bionda, con gli occhi azzurri, una carnagione di perla, e vestita spesso di azzurro. “E’ il tuo colore.” Indossava graziosi abiti in crepe de Chine col colletto di pizzo e i bottoncini sul davanti; portava cappellini e piccoli guanti bianchi. “Una signora si vede dai guanti.” E adesso sapeva di essere scialba e insipida.
Appena arrivata a Cape Town buttò via il suo intero guardaroba e cominciò a indossare coloro sgargianti, e le piccole onde e i tirabaci dei suoi capelli biondo chiaro si trasformarono in un pesante chignon color paglia; la sua voce salì di tono, e abbandonò i modi timidi e garbati che le avevano insegnato. A Cape Town si trasformò in una perfetta padrona di casa, offrendo ricevimenti di cui si scriveva poi nelle colonne mondane e, in generale, facendo onore a suo marito.
E Joe, cosa ne pensava di tutto questo? Si era innamorato di lei proprio per le qualità che lei aveva scelto di ripudiare. “Sei così diversa dalle ragazze sudafricane” le aveva detto, giocherellando con gli infantili riccioli dorati, ammirando il suo incarnato inglese, e quella bocca di rosa che lei ora nascondeva sotto uno sgorbio di rossetto scarlatto. In effetti, aveva superato le ragazze sudafricane che l’avevano schernita; adesso era più audace di loro.

Quest’ultimo, invece, è il racconto che mi ha colpita di più ma che – devo essere onesta – immaginavo con un finale diverso. L’ho trovato profondo e coinvolgente, commuovente, struggente. James è un ragazzo nel quale non si fatica a immedesimarsi e Daphne, con questo amore che la travolge inaspettatamente e il suo coraggio di viverlo, diventa, in qualche modo, una donna da ammirare, pur nella sua infedeltà. Questa volta, pur trovandomi sempre di fronte ad un racconto con una lunghezza limitata, non ho trovato la fretta di narrare, di arrivare alla fine, di descrivere per sommi capi personaggi e situazioni. Al contrario, tutto è stato raccontato con la giusta calma, come per gustarsi la storia, questo amore struggente, l’oceano infervorato, la guerra e il suo teatro. Immaginavo però un finale diverso: non per forza un ricongiungimento, ma comunque un punto di incontro, un coraggio diverso nel tornare sui propri passi e vivere finalmente un amore – o almeno provarci.

Proprio in quella stanza lei e Joe, nudi e felici, avevano fatto l’amore e mangiato panini, per poi correre esultanti verso il mare, gridando, quando la marea era bassa. E adesso era qui con quest’uomo, ma con lui era come se vivesse in un’altra realtà. Se il quel momento fosse entrato Joe, lui sarebbe venuto da un mondo normale, un mondo sano, mentre lei lo avrebbe guardato dal sogno che stava vivendo – o era un incubo? – e poi sarebbe scomparsa con un grido, e lui avrebbe pensato di aver visto un fantasma, venuto da un mondo sotterraneo. C’era un tale dolore, in quel ragazzo e in lei, e lei non capiva il suo da dove venisse: nell’immaginarsi il futuro non aveva mai messo in conto il dolore. Non l’aveva mai provato. E quel ragazzo non lo conosceva: era un estraneo, e il nuovo elemento, nel quale si era trovata assieme a lui, le era estraneo. Pure, sapere che lo avrebbe perso le fece provare l’impulso di fare qualcosa di primitivo e brutale, come strapparsi i capelli, picchiarsi il petto con i pugni, o rimanere seduta a dondolarsi per il dolore, con uno scialle nero sulla testa.

Questo libro mi ha incuriosita ancora di più su quest’autrice – che volevo leggere da diverso tempo – ma, devo essere onesta, non me ne ha fatto del tutto innamorare. Ecco perché vorrei continuare a scoprirla e a leggere altre sue storie, anche perché tanti di voi mi hanno garantito che me ne sarei innamorata. Devo essere sincera, non mi ha particolarmente convinta, ma comunque non vedo l’ora di darla una seconda possibilità.

Quando era venuta lì per sposare Joe, era al mare, in realtà, che era venuta, un oceano che l’avrebbe circondata sempre, mai troppo lontano dagli occhi o dalla mente. Il regalo che Joe le aveva fatto era stato il mare: era quello che sentiva, e glielo aveva detto.


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Le nonneDoris Lessing
Feltrinelli, 250 p.
Formati Kindle € 5,99
Copertina Flessibile € 7,23

Questione di numeri: 3 giorni nel Salento

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10 ore di macchina all’andata e 10 ore al ritorno, con tanto di nubifragio. Solo 3 giorni da trascorrere a casa. 5 ore di sonno per notte, in una casa che non è la nostra, ma che – paradossalmente – ha la stessa nostra camera da letto. 1 giorno a casa dei miei suoceri, 1 a casa con i miei genitori. 5 spiagge diverse in 3 giorni, altrettanti tuffi, bagni di sole, chiacchiere mentre la pelle cambiava colore. Circa 20 abbracci con persone che non vedevamo da tempo, 3 granite al limone, 1 cena fuori. 2 batterie di fuochi d’artificio, 1 cheesecake fatta da mio cognato e 1 torta crepe per il compleanno – ritardato – di mia sorella. 1 serata di musica dal vivo, 1 serata tra la folla che ha inondato Otranto per la festa di paese, 1 serata con vecchi amici. Zio e cugine e figli delle mie cugine che non vedevo da più di 1 anno. 1 bracciale della fortuna che ho ha preso posto sul mio polso destro, sopra l’abbronzatura, regalo che ho condiviso con le mie 2 sorelle. 10 caffè in compagnia, 1 caffè in ghiaccio, 2 mousse al caffè. 1 giorno con il vento di tramontana, quella forte, che c’è solo al Sud e scompiglia anche i pensieri più profondi. 1 libro acquistato alle bancarelle a Porta Terra, insieme a 2 confezioni di copeta, 2 di mostaccioli e 1 di arachidi caramellati. 1 macchina carica, 4 occhi stanchi, 2 cuori pieni. Continua a leggere

Nella mia libreria: il mio bottino dal Salento

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Ed eccomi qui. Ci sono ricascata. Mi sono fatta – di nuovo – un autoregalo. E’ successo questo. Era il 14 agosto ed ero a Otranto. C’era la festa dei Santi Martiri, una festa patronale, di quelle in stile terroni, con luminarie, fuochi d’artificio, bancarelle ecc. Avete presente? Ok. Ero lì, passeggiavo tra la calca di gente in attesa della processione – ah sì, dimenticavo di specificare che fanno parte dello stile terrone anche la banda e la processione per le vie del paese – e mi sono ritrovata a Porta Terra (se non sapete dove sia, vi consiglio di guardare questo video in cui vi racconto cosa vedere a Otranto), vicino ad una bancarella che vendeva libri. Libri usati a € 1 ma anche libri nuovi sui € 5. E io potevo lasciarli li? Ho dato uno sguardo e questo titolo – che desideravo leggere da molto tempo – è saltato alla mia attenzione. Continua a leggere

Tornare con dei pezzi tra le mani.

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Vi ho lasciati, qualche giorno fa, con una sfilza di parole e di pensieri raccolti in un post pre-partenza. Ora sono sola, in casa, al buio, con una sfilza di panni da lavare e varie cose da mettere via in dispensa. In tutto questo il tempo lascia alquanto a desiderare. Ora, per esempio, sta tuonando e un vento improvviso sta per spazzare via l’ombrellone che ho in giardino. Avrei anche dei panni da stirare, ma sono lì a vegetare nella vaschetta gialla e onestamente non so se rimarranno lì fino a domani – o magari anche di più. Continua a leggere

Di malinconie estive che durano tutto l’anno.

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Vi parlavo di luglio come di un mese un po’ pieno di malinconie. Niente di grave. Solo il solito dolore al petto che ti prende ogni volta che ti accorgi di essere sempre  quella che manca alle riunioni familiari e agli eventi come battesimi-compleanni-feste varie. Quel tipo di malinconia che, mi dicono, finirà con l’affievolirsi ma non passerà mai per davvero. Vi lascio immaginare quanto mi rallegri questa prospettiva. Continua a leggere