"12 anni schiavo"

Tempo fa ho letto L’isola sotto il mare di Isabel Allende. E’ un libro in cui la scrittrice narra la storia di Zaritè, una donna schiava da quando era bambina, vittima delle attenzioni del suo padrone, il latifondista Toulouse Valmorain, innamorata di un altro uomo, Gambo, uno schiavo ribelle che vive nella foresta, la quale decide di battersi per ottenere la libertà per sè e la sua famiglia. Ecco, guardando 12 anni schiavo ho pensato molto a questo libro. La Allende lo racconta da un punto di vista femminile, come solo lei sa fare. Qui, invece, viene narrata la storia di un uomo, Solomon Northup, sequestrato e strappato dalla sua famiglia, privato della sua identità, venduto, maltrattato, umiliato, picchiato con violenza, costretto a sottomettersi. In particolare, Zaritè mi ha fatto pensato a Patsey,  il personaggio interpretato magistralmente da Lupita Nyong’o (non per altro ha vinto il Premio Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista). 
 
Non voglio divagare come al solito, quindi iniziamo dal principio.

 
Siamo nel 1841. Il protagonista del film è Solomon Northup, un violinista di talento, uomo libero, che vive a Saratoga con la moglie e i loro due figli. Solom viene ingannato da due finti agenti dello spettacolo, rapito, privato dei suoi documenti e venduto come schiavo. In un primo momento Solomon cerca di ribellarsi e di fuggire. 

“Io non voglio sopravvivere. Io voglio vivere.”

Ma capisce presto che per gli schiavi non esiste giustizia, non esiste legge. Si trova quindi a dover accettare ciò che gli sta succedendo e a diversi sottomettere. Il suo obiettivo quotidiano diventa quello di sopravvivere. Viene venduto e finisce in una piantagione di cotone della Louisiana, dove rimarrà in schiavitù fino al 1853, cambiando padrone per tre volte, ma lavorando principalmente per Edwin Epps, un uomo perfido, profondamente schiavista, che maltratta i suoi schiavi  ed è infatuato di Patsey, una ragazza che viene continuamente violentata dal suo padrone, al quale darà una figlia, e dalla moglie di lui, gelosa delle attenzioni del marito. Un uomo che afferma:

“Un uomo fa quello che vuole con ciò che gli appartiene.”

Profondamente toccanti sono state alcune scene. Innanzitutto quella in cui viene presentata la vendita degli schiavi. Uomini e donne completamente nudi, privati non solo dei loro indumenti ma soprattutto della loro dignità, venduti come oggetti, peggio degli animali. Mi ha molto emozionata anche la scena del funerale di uno schiavo, compagno di Solomon, durante il quale una donna intona un canto e tutto intorno gli altri schiavi la seguono, cantando  tutto il loro dolore, che esce fuori improvvisamente, come un pianto disperato. E’ una delle poche scene in cui si vede Solomon soffrire, lasciarsi andare, compiangersi un pò per quello che gli è successo. In qualche modo il destino di Solomon cambia quando incontra Samuel Bass, un canadese abolizionista, il quale afferma:

“Ciò che è vero e giusto è vero e giusto per tutti, sia per i bianchi che per i neri.”

E’ grazie a lui che Solomon riesce a contattare la sua famiglia, ad attestare la sua identità e a tornare a casa. Quando torna a New York Solomon ritrova sua moglie e i suoi figli, scopre di essere diventato nonno e chiede scusa, tra le lacrime, per la sua assenza.
 
Tra i titoli di coda scopriamo, come accade spesso per i film tratti da storie vere, che Solom è stato uno delle rare vittime di sequestro ad avere acquisito nuovamente la sua libertà. Scopriamo anche, tristemente, che egli intentò una causa contro i suoi rapitori, perdendo clamorosamente, in quanto impossibilitato a testimoniare contro i bianchi. Cercò, quindi, di vivere il resto della propria vita nel tentativo di evitare, a chiunque potesse, il suo stesso destino, divenendo un attivista del movimento abolizionista ed aiutando gli schiavi fuggitivi. Scrisse anche un libro, Twelve years a slave, per testimoniare la sua storia e le condizioni di vita di tutti gli schiavi neri. Le circostanze e la data della sua morte sono, ad oggi sconosciute. Guardando questa storia, spero che sia morto in pace con il suo passato e che in qualche modo abbia potuto recuperare il tempo perso con la sua famiglia.

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