Gabriel Garcìa Màrquez 1927-2014

“Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati. Il dottor Juvenal Urbino lo sentì non appena entrato nella casa ancora in penombra, dove si era recato d’urgenza a occuparsi di un caso che per lui aveva smesso di essere urgente già da molti anni. Il rifugiato antillano Jeremiah de Saint-Amour, invalido di guerra, fotografo di bambini e suo avversario di scacchi più compassionevole, si era messo in salvo dai tormenti della memoria con un suffumigio di cianuro d’oro.Era ancora troppo giovane per sapere che la memoria del cuore elimina i brutti ricordi e magnifica quelli belli, e che grazie a tale artificio riusciamo a tollerare il passato.Ma era lì. Voleva trovare la verità, e la cercava con un’ansia appena paragonabile al terribile timore di trovarla, sospinta da un vento incontrollabile più imperioso della sua alterigia congenita, più imperioso persino della sua dignità: un supplizio affascinante.”[“L’amore ai tempi del colera” di Gabriel Garcìa Màrquez]

Andavo al liceo quando il mio professore di spagnolo ci fede studiare e leggere Cent’anni di solitudine.

“Aveva sentito dire che la gente non muore quando deve, ma quando vuole…”

Avevo quindici anni quando ho scoperto il realismo magico e con esso Gabriel Garcìa Marquez e Isabel Allende.

“Il tempo passa senza far rumore.”

Ero una ragazzina quando ho capito che quel misto di realtà, mistero, magia e tradizione era quello che cercavo in una storia. Quello che cercavo, infondo, era una storia tanto veritiera da sentirla propria, ma al tempo stesso tanto irraggiungibile da sentirla unica.

“Gli disse che l’amore era un sentimento contro natura, che dannava due sconosciuti a una dipendenza meschina e insalubre, tanto più effimera – quanto più intensa.”

Sin dai primi libro ho iniziato anche ad approcciarmi ad essi con un sentimento di rispetto. Rispetto per lo scrittore, che in quel romanzo ci ha messo almeno un pezzo di se stesso e rispetto per la storia, perché ogni storia ha il diritto di essere raccontata. E con il tempo ho imparato a riconoscere chi vale o meno, chi ha veramente qualcosa da dire, quando in un libro c’è passione pura e quando invece c’è solamente il tentativo di rincorrere un sogno.

“La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.”

Nella mia estrema criticità verso qualunque cosa e verso chiunque (inclusa me stessa), ho capito presto che gli scrittori che valgono davvero sono pochi. E fanno generalmente parte di una generazione più antica, a noi precedente, che ha vissuto una vita diversa dalla nostra. Generalmente quando per gli ideali si viveva e si moriva per davvero, e quando gli amori erano unici e ce li si portava dietro per tutta la vita, come vecchie promesse sussurrate nel cuore della notte e mai dimenticate.

“Era ancora troppo giovane per sapere che la memoria del cuore elimina i brutti ricordi e magnifica quelli belli, e che grazie a tale artificio riusciamo a tollerare il passato.”

Gabriel Garcìa Marquez fa sicuramente parte di questo genere di scrittori. Ha fatto la storia della letteratura mondiale e in particolare di quella latinoamericana. Nei suoi romanzi mi ci sono persa per poi ritrovarmi qualche pagina più in là, quando il filo della storia mi è ritornato tra le mani e il senso del racconto ha invaso i miei occhi.

“Gli sembrava così bella, così seducente, così diversa dalla gente comune, che non capiva perché nessuno rimanesse frastornato come lui al rumore ritmico dei suoi tacchi sul selciato della via, né si sconvolgessero i cuori con l’aria dei sospiri dei suoi falpalà, né impazzissero tutti d’amore al vento della sua treccia, al volo delle sue mani, all’oro del suo ridere.”

Nasce ad  Aracataca, un paesino fluviale della Colombia settentrionale, il 6 marzo del 1927 in una famiglia comune e cresce con i nonni materni, tra fiabe e leggende locali. Inizia la sua carriera diventando giornalista presso diverse testate e il suo esordio letterario arriva solo nel 1955. 

 “Nel corso degli anni entrambi arrivarono, seguendo vie diverse, alla conclusione saggia che non era possibile vivere altrimenti, né amarsi altrimenti: nulla a questo mondo era più difficile dell’amore.

In particolare nel 1967 pubblica Cent’anni di solitudine, opera complessa e ricca di riferimenti alla storia e alla cultura popolare sudamericana, considerata la massima espressione del realismo magico e che lo ha consacrato in tutto il mondo come autore di grande livello. Tanto da ricevere il Premio Nobel per la Letteratura nel 1982.

“Lei gli domandò in quei giorni se era vero, come dicevano le canzoni, che l’amore poteva tutto. «È vero,» le rispose lui «ma farai bene a non crederci.»”

Muore il 17 aprile 2014 in una clinica di Città del Messico, lasciando un vuoto nel mondo della letteratura e un pizzico di dolore nel cuore dei lettori, quelli veri, che delle sue parole hanno gioito, pianto, amato, sofferto, immaginato.

“C’era una stella sola e limpida nel cielo color di rose, un battello lanciò un addio sconsolato, e sentii in gola il nodo gordiano di tutti gli amori che avrebbero potuto essere e non erano stati.”

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