“Illmitz” di Susanna Tamaro

illmitz

Qualche giorno fa avrete visto sul mio profilo Instagram che avevo iniziato a leggere Illmitz di Susanna Tamaro.

Ecco, appunto. Avevo.

Perché l’ho già terminato.

Amo quando i libri mi scivolano addosso penetrandomi la pelle. Lasciandomi una traccia.

“Vorrei che Illmits mi lasciasse qualche segno più concreto sul mio corpo, qualcosa come un tatuaggio sul braccio di un marinaio dopo un lungo viaggiare.”

Ho comprato questo libro per caso, un giorno, in un negozio di elettronica, mentre aspettavo Antonio. E un pò come succede con le cose belle, cioè che accadono quando meno te lo aspetti, così è successo anche questa volta. Mi ha colpita prima la copertina. Poi il titolo e i suoi caratteri. Infine, le prime righe della trama. L’ho portato via con me non sapendo nulla di questo libro. Non avevo, dunque, nessuna aspettativa. E credo che questa è la cosa migliore che possa succedere ogni volta che si inizia qualcosa.

Illmitz è il romanzo d’esordio della Tamaro, mai pubblicato prima. Scritto negli anni ’80, è rimasto chiuso in un cassetto. Nessuna casa editrice lo voleva.

Già questo aneddoto racchiude qualcosa di misterioso. Un libro rifiutato. Cos’aveva di sbagliato?

Ora che ci penso, negli anni ’80 io non ero neanche nata. E pensare che in questa storia ho trovato tanto di attuale, dimenticandomi l’epoca in cui era stato pensato e scritto. Un’epoca di cui io non conosco niente.

La storia è quella del viaggio di un ragazzo da Roma, dove vive, a Illmitz,il paese d’origine della sua famiglia, un paese al confine tra l’Austria e l’Ungheria, sospeso tra Occidente e Oriente, in cui nessun altro suo parente era mai più tornato. Si tratta di un viaggio che, nel rispetto della migliore tradizione letteraria, non è solo all’insegna della riscoperta delle proprie radici, ma è un viaggio interiore, alla ricerca del proprio io, nel tentativo del protagonista di riconnettersi con il mondo e trovare un pò di pace.

 “Mi vesto lentamente; ho davanti a me una giornata completamente vuota, ne sono leggermene intimidito. 

Il tempo è difficile a viversi se non si hanno cose da fare.

Non è che nella mia vita in città non mi capitassero giornate simili, ma riuscivo sempre a riempirle, inventando un inutile quotidiano da compiere.

Negli ultimi tempi, però, un malessere profondo aveva cominciato a tormentarmi. Essere nulla in mezzo al frastuono diventava rischioso non sentendomi ancorato ad alcunché, sentivo la mia vita sfuggirmi di mano; e insieme a ciò, la sensazione che non ero solo io a perdermi, ma era il mondo intero che aveva smarrito l’orientamento, la dire<ione, e che mi trascinava nella rovina, come una valanga che via via si accresce e con fragore rotola a valle.

La notte vivevo incubi inspiegabili, di giorno sussultavo per ogni piccola cosa.

Questo forse è stato il senso della mia partenza.”

Narrata in prima persona, la storia è quella di una fragilità priva di barriere, mai nascosta. Una fragilità che il protagonista decide di affrontare mollando tutto e partendo, proprio lui che alle proposte di fare un viaggio da parte della ragazza Cecilia, rispondeva sempre così.

“«I sassi non si muovono, se non nelle eruzioni.»”

Quello a Illimitz è più che altro un tornare alla radici, non solo della sua famiglia, ma di se stesso. Tornare a quella purezza di bambino che il caos della città e le ferite della vita hanno spazzato via.

“Ma ora forse, dopo Illimitz, qualcosa cambierà. Forse la solitudine mi avrà guarito p forse la mia è solo un’illusione; tornato alla vita quotidiana, l’angoscia mi saprà ancora scarnificare.”

L’intera narrazione è un gioco di interazioni tra la coscienza del protagonista, che si spoglia di tutti i veli, le descrizioni dei luoghi, che sembra di poter quasi toccare con mano, i sogni notturni, estremamente fantasiosi, e i ricordi di persone della sua vita, in particolare della fidanzata Cecilia e della sorella Agnese, morta quando era ancora una bambina.

“Per un attimo dimentico di essere a Illmitz e ricerco, smarrito, la via di casa.

Forse, soggiornandovi a lungo, ogni paese finisce per rassomigliare all’altro: ognuno racchiude in sè un certo numero di caratteri umani; e i caratteri umani, in fondo, non sono poi molti.”

Straordinario è in questo romanzo la capacità di Susanna Tamaro di indagare l’animo umano. Di entrarci dentro, vivisezionarlo e restituircelo integro ma guarito, almeno un pò. Il malessere del protagonista, del quale non conosciamo il nome, ha radici profonde e forse è un pò ingenuo credere che un viaggio possa risolvere tutto. Questo viaggio in solitaria ha però il potere di metterlo di fronte ai suoi scheletri ben nascosti nel suo armadio. Tra tutti spicca il ricordo della sorella, alla cui memoria il ragazzo non ha saputo rendere giustizia, trascurandola per tutti questi anni. Oserei dire, quasi dimenticandola. Ed ecco allora che con il suo ricordo torna un pò bambino, quando giocava con i fratelli inventando giochi fantasiosi e le preoccupazioni della vita erano piuttosto banali.

Io non ho mai capito le persone che viaggiano da sole. Mi sono sempre chiesta cosa le spingesse a farlo, e la mia risposta era che sono molto coraggiose. Forse, dopo aver letto Illmitz, penserò che dietro ad un viaggio in solitaria, allora forse, c’è molto di più.

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2 pensieri su ““Illmitz” di Susanna Tamaro

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