“ANNA KARENINA” DI LEV TOLSTOJ

anna karenina

La storia che mi lega ad Anna Karenina dura da anni. In breve: corteggio da un bel pò questo romanzo ma ogni volta, per un motivo o per un altro, non sono mai riuscita a comprarlo. Questo fino allo scorso Natale, quando Antonio me l’ha fatto trovare sotto l’albero.

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.”

Ho, quindi, finalmente iniziato questo viaggio intorno a gennaio, armandomi di tanta pazienza e di una penna per sottolineare i passaggi che mi colpivano e prendere qualche appunto. Un pò come se fossi tornata a scuola. Perché ultimamente mi piace entrare dentro ai libri, capirne il significato fino in fondo. O almeno questo è quello che credo di fare.

“Anna non sembrava una signora della società o la madre d’un figlio di otto anni, ma avrebbe somigliato piuttosto a una ragazza di vent’anni per l’agilità dei movimenti, la freschezza e per la vivacità stabilitasi sul suo volto, che si faceva strada ora nel sorriso, ora nello sguardo, se non ci fosse stata l’espressione dei suoi occhi, seria, a volte triste, che stupiva e attirava a sè Kitty. Kitty sentiva che Anna era assolutamente semplice e non nascondeva nulla, ma che aveva in sè un certo altro mondo più elevato, d’interessi inaccessibili per lei, complessi e poetici.”

Anna Karenina è considerato da Lev Tolstoj il suo primo vero romanzo. Pubblicato inizialmente in 8 puntate (suddivisione che si trova ancora nella struttura del romanzo) a partire dal 1875, la prima edizione vide luce nel 1877. Il romanzo è ambientato nella più alte classi sociali della Russia del 1875-77. E’ un romanzo in cui vengono trattati diversi temi, magistralmente amalgamati: dalla gelosia, il matrimonio, la famiglia, la passione, il tradimento, fino all’ipocrisia, la fede, il progresso, il conflitto tra il modello di vita agraria e quello urbano.

“Parecchie volte in quei giorni e solo or ora s’era detto che Vronskij era per lei uno delle centinaia di giovanotti che s’incontrano dappertutto, che ella non si sarebbe mai permessa neppur di pensare a lui; ma ora, nel primo attimo d’incontro con lui, la prese un sentimento di orgoglio gioioso. Non aveva bisogno di domandare perché egli fosse lì. Lo sapeva con altrettanta certezza come se egli le avesse detto che era lì per essere dov’era lei.”

Tutti questi temi vengono affrontati durante la narrazione della storia di Anna Karenina, una donna altolocata dell’alta società di San Pietroburgo, donna stimata che vive la sua vita dividendosi tra il figlio Serjoza, il marito e gli eventi mondani e sociali a cui partecipa assiduamente. E’, a suo dire, una donna serena, una donna che ama ciò che fa. Questo fino a quando non si innamora del conte Vronskij, ufficiale dell’esercito, e se innamora perdutamente.

“I Karéniny, marito e moglie, seguitavano a vivere nella stessa casa, s’incontravano tutti i giorni, ma erano completamente estranei l’uno all’altro. Aleksjéj Aleksàndrovic aveva posto come regola di vedere la oglie tutti i giorni, perché la servitù non avesse il diritto di far supposizioni, ma evitava di pranzare in casa. Vronkij non veniva mai in casa di Aleksjéj Aleksàndrovic, ma Anna lo vedeva fuori di casa, e il marito lo sapeva. La situazione era tormentosa per tutti e tre, e nessuno di loro avrebbe avuto la forza di vivere neppur un sol giorno in quella situazione, se non avesse sperato che mutasse e che quella fosse solo una dolorosa difficoltà temporanea, che sarebbe passata.”

Tutto ad un tratto si rende conto che la vita che conduceva era, in realtà, una vita vuota. Una vita basata sulla frivolezza. Decide di lasciarsi travolgere da questa passione e di vivere questa storia, fino ad arrivare al punto di lasciare il marito. E nella sua nuova vita con Vronskij cerca di farci entrarci anche qualcosa di quella precedente: il figlio, gli eventi mondani, le amicizie. Ma se il tradimento può passare inosservato agli occhi della società e può anche essere perdonato, l’abbandono del marito è qualcosa che la società russa non accetta. Anna, quindi, si ritrova a vivere completamente isolata, privata della possibilità di vedere il figlio e di ottenere il divorzio dal marito. Nella sua incapacità di vivere la sua condizione e di godere della felicità che l’amore per Vronskij dovrebbe darle, Anna vive tormentandosi, lasciandosi andare ad impeti di gelosia, cercando di occupare le sue giornate con attività inutili. L’infelicità che prova è talmente forte da impedirle addirittura di amare la figlia avuta dal conte.

“Solo allora egli capì chiaramente per la prima volta quello che non capiva quando dopo le nozze l’aveva condotta fuori dalla chiesa. capì che non solo ella gli era vicina, ma che ora non sapeva dove finiva lei e cominciava lui.”

In parallelo alla storia tormentata di Anna e del conte Vronskij, Tolstoj racconta la storia d’amore di Kitty e Levin, due giovani che trovano con estrema facilità la loro felicità. Kitty e Levin trovano nella fedeltà alla famiglia e al coniuge, nella vita di campagna, la bellezza della realtà pura, spogliata di tutte le convenzioni sociali. Scoprono la bellezza del condividere le piccole cose di tutti i giorni. Scoprono quanto sia preziosa una vita semplice  e modesta. Anna, invece, non renderà mai reale la sua storia con Vronskij. Lei vedrà sempre in lui l’uomo del loro primo incontro e continuerà a vederlo, nonostante gli anni e la figlia che hanno insieme, come una persona fuggitiva e distante, un uomo che non vuole impegnarsi, dal quale non può nascere nulla di giusto, nulla di concreto, nulla di diverso dalla gelosia e dal rancore. E questi sentimenti, che Anna non riesce a dominare, porteranno al tragico epilogo che tutti conosciamo.

“«Là, – ella si diceva, guardando nell’ombra del, la sabbia mista col carbone di cui eran cosparse le traverse, – là, proprio nel mezzo, e lo punirò, e mi libererò da tutti e da me stessa.»”

In tutti questi mesi ho vissuto insieme ad Anna le sue pene e ho condiviso le gioie di Kitty e Levin e la loro vita semplice. Mi sono ritrovata in una società diversa da ciò a cui sono abituata, ma forse non troppo lontana da quella di oggi. I privilegiati esistono ancora, d’altronde. E ora che ci penso, esiste anche l’ipocrisia, quel fare le cose senza dirle, perché “chissà cosa possono pensare gli altri” o semplicemente perché “non è così che si fa”.

E’ buffo accorgersi di come passi il tempo ma le cose, in fondo, rimangano sempre un pò le stesse.

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