“IL SEGRETO DELLA MONACA DI MONZA” DI MARINA MARAZZA

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“… Ripetuto il nome di Cristo diciamo, comandiamo e statuiamo di condannare la suddetta monaca per castigo e penitenza a perpetua prigionia nel monastero di Santa Margherita dove in un piccolo carcere venga rinchiusa, la cui porta si abbia a serrare mediante muro formato di calce e sassi e quivi dimori finché avrà vita, così chiusa e murata di giorno come di notte, fino al suo trapasso.”

Quando mi è stato proposto di leggere Il segreto della monaca di Monza di Marina Marazza da RecensioniLibri.org, sito con cui collaboro da qualche mese (trovate qui tutte le mie recensioni e i miei articoli), ero al settimo cielo. Ho sempre subito il fascino delle suore. Sarà perché da bambina ho frequentato l’asilo e la scuola elementare presso il Pontificio Istituto Maestre Pie Filippini, ossa l’ordine di Santa Lucia Filippini. Mi sono sempre chiesta cosa ci fosse dietro a quella scelta di vita.

Per chi non conoscesse bene la storia della monaca di Monza (come me, prima di leggere questo romanzo), vi parlo in breve della trama.

Il romanzo inizia nell’estate del 1597. Siamo nel monastero di clausura di Santa Margherita a Monza. Suor Virginia Maria ci viene presentata come una giovane suora, prigioniera di una vita che non ha scelto. Tuttavia, questo non le ha impedito di continuare a sognare, per quanto possibile, e a desiderare una vita “normale”.

“Ogni giorno che passava, quel velo nero di profetessa pesava di più sul capo della maestra delle educande, come se invece d’essere tessuto di lana fosse stato scolpito nel marmo di una pietra tombale. La maggior parte delle fanciulle prima o poi se ne andava: il parentado veniva a prenderle in carrozza e le portava via al galoppo, verso una nuova vita. Si sarebbero sposate, avrebbero avuto un marito, dei figli, una casa, forse perfino un amore. In ogni caso, il loro orizzonte non sarebbe stato limitato dal muro di cinta di un piccolo monastero.”

Neanche le mura di quel monastero, le ore di preghiera e la condotta severa riescono a tenere a freno la curiosità della suora nei confronti di Paolo Osio, cavaliere la cui casa confina con il monastero e che un giorno incontra quasi per caso. Quando l’uomo inizia a corteggiarla, Virginia finisce per cedere. Dal loro incontro furtivo nasce una storia d’amore che si consuma giorno dopo giorno, notte dopo notte, grazie alla complicità di altre consorelle e l’invidia di altre.

“Si era concessa un accenno di vita normale. un assaggio che rendeva ancora più doloroso, più intollerabile tutto il resto. Dentro i suoi appartamenti si poteva togliere quell’abito benedettino e indossare un vestito secolare, pettinarsi i capelli e mettersi i gioielli pesanti; poteva accogliere durante la notte il bel cavaliere del palazzo confinante e aprirgli le cosce, perdersi tra le sue braccia e abbandonarsi ai giochi d’amore che aveva visto soltanto nei dipinti classici delle ninfe e dei fauni; poteva fingersi sua moglie inamidandogli le collarine, trepidare ricamandogli fazzoletti a piccoli punti precisi pensando a quando gliene avrebbe fatto dono, gustarsi il cinghiale caduto vittima dell’abilità del cacciatore del suo uomo e chiedere a suor Crocefissa di preparare qualche dolcetto al miele apposta per lui. Ma poi doveva tornare alla realtà.”

Dopo anni di relazione segreta e ben due gravidanze, le voci iniziano a circolare non solo all’interno del monastero, ma anche all’esterno. I due innamorati sono disposti a tutto pur di preservare il loro segreto e danno vita così ad una serie di eventi che hanno segnato il loro destino.

Il romanzo è, in sostanza, una ricostruzione storica romanzata della vicenda della monaca di Monza (1575-1650), al secolo Marianna de Leyva, nobildonna milanese diventata Suor Virginia Maria alle soglie dei suoi sedici anni su costrizione del padre don Martìn. Ricostruzione in cui spicca la capacità di Marina Marazza di raccontare un fatto storico, tra l’altro molto famoso, con la precisione di una storico e la creatività di un romanziere. La scrittrice aspetta pazientemente la fine della narrazione per parlare con i suoi lettori, spiegando come l’opera si basi sui verbali del processo, su biografie e cronache di quel tempo, lapidi e dipinti dell’epoca. Tutto materiale utile a tracciare il profilo di una donna di certo eccezionale, ma il cui destino non è stato tanto diverso da quello di tante altre ragazze dell’epoca costrette a monacarsi. Per esemplificare un’epoca e un momento storico molto particolare (basta pensare all’operato degli Inquisitori), a quello di Virginia, si affiancano tanti altri personaggi: da una parte ci sono quelli realmente esistiti, le cui parole, spesso realmente dette, vengono riportate dalla scrittrice, e dall’altra quelli mai esistiti, inventati dalla scrittrice, il cui compito era quello di dare voce un problematica o una figura presente nel XVII secolo (come, ad esempio, quella della streghe).

Ciò che mi ha colpito di più di questo romanzo, che ho letto avidamente pagina dopo pagina, è stato la convivenza della fragilità di una donna che si abbandona all’amore, sentimento che a lei era sconosciuto e che ha deciso di vivere in pieno, nonostante i suoi voti, ma anche la sua forza di questa donna. La forza di una donna che è sopravvissuta a quattordici anni di reclusione nel loculo in cui era stata murata viva, pregando giorno e notte per la sua anima e per quella di tutti coloro che aveva ferito. La sua unica speranza era quella di poter, magari, rivedere un giorno, Alma, sua figlia. Non solo questo amore materno l’ha tenuta in vita, ma l’ha anche portata a pentirsi dei suoi peccati e ad essere liberata. Virginia visse i suoi ultimi anni di vita scrivendo lettere alle giovani monache che avevano voglia di confidarsi e di scambiare opinioni, vedendo in lei il massimo esempio di redenzione dei propri peccati. Morì di vecchiaia il 7 gennaio 1650. Non si sa se abbia mai rivisto sua figlia. A me piace pensare di sì. Sarebbe stata la degna conclusione della sua vita così travagliata. Una piccola ricompensa che avrebbe potuto donarle Dio in confronto a tutto ciò che le aveva imposto di vivere.

Mi piacerebbe poter parlare molto di questo personaggio. Ma credo che, in fondo, sia giusto che ognuno abbia le sue opinioni. Non mi va neanche di “giudicare” i peccati da essa commessi, perché non credo di avere gli strumenti per poterlo fare. Dovremmo vivere nella sua epoca e nella sua condizione per capire come si sia sentita. Cosa vuol dire vivere una vita che non hai scelto? Cosa si sente ad essere abbandonati dalla propria famiglia? Come si può sopravvivere chiuse in un convento? E in loculo? Tante domande circolano nella mia testa. E a tante di queste non avrò mai una risposta. Ho, però, una certezza. Quella di aver lette un libro veramente bello.

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