“Il nome della rosa” di Umberto Eco – Quando la ricerca della verità e della sapienza diventa un peccato

eco

Il viaggio con Il nome della rosa è  iniziato un bel pò di anni fa. Andavo al liceo e insieme ai libri di scuola mi trascinavo sempre qualche libro da leggere nei momenti liberi. Tra di essi c’era anche il primo romanzo di Umberto Eco. Iniziai a leggerlo piena di determinazione, ma lo abbandonai dopo un centinaio di pagine. Non ci avevo capito niente. La soluzione era una sola: non ero per niente pronta per un libro del genere. Ed infatti eccomi qui, quasi dieci anni dopo. Sono riuscita a leggere tutto il libro in un paio di settimane, l’ho capito e amato molto.

“L’ho udito, tutti sussurrano che il peccato è entrato nell’abbazia.”

Il nome della rosa è stato pubblicato da Bompiani nel 1980, dopo anni di duro lavoro e pianificazione. Basti pensare che lo scrittore ha impiegato un anno solo per creare il mondo in cui ambientare la storia, pianificandone i luoghi e i personaggi, tutti, anche quelli poi non comparsi nel romanzo. Di questo mondo faceva parte anche il Medioevo, periodo storico per cui Eco ha sempre avuto una grande passione. Tutto questo perché è stato poi il mondo costruito a dire come la storia doveva procedere. Come se vivesse di vita propria.

“Tentazioni, certo, superbia della mente. Ben diverso era il monaco scrivano immaginato dal nostro santo fondatore, capace di copiare senza capire, abbandonato alla volontà di Dio, scrivente perché orante e orante in quanto scrivente. Perché non era più così?”

Mi ha sempre affascinata sapere cosa c’è dietro a un romanzo. Com’è nato, com’è andata la sua stesura, quali erano gli obiettivi dell’autore quando ha iniziato a scrivere e quali sono poi diventati una volta terminato il romanzo. Ecco perché ho trovato geniali Postille a “Il nome della rosa” 1983 pubblicate alla fine della storia. A quando racconta Eco, il romanzo nasce da un’immagine comparsa nella sua mente, ossia l’immagine di un monaco medievale avvelenato mentre leggeva in una biblioteca. Da questa idea base è nato Il nome della rosa, che ci porta indietro nel 1327 in un monastero dell’Italia settentrionale. Quello che leggiamo è il manoscritto di Adso da Melk, monaco benedettino che, ormai anziano, racconta gli eventi che gli sono capitati quando era ancora un giovane novizio a servizio del maestro Guglielmo da Baskerville.

“Giunto al finire della mia vita di peccatore, mentre canuto senesco come il mondo, nell’attesa di perdermi nell’abisso senza fondo della divinità silenziosa e deserta, partecipando della luce inconversevole delle intelligenze angeliche trattenuto ormai col mio corpo greve e malato in questa cella del caro monastero di Melk, mi accingo a lasciare su questo vello testimonianza degli eventi mirabili e tremendi a cui in gioventù mi accade di assistere, ripetendo verbatim quanto vidi e udii, senza azzardarmi a trarne un disegno, come a lasciare a coloro che verranno (se l’Anticristo non li procederà) segni di segni, perché su di essi si eserciti la preghiera della decifrazione.”

L’intera vicenda si sviluppa in sette giorni, che Adso suddivide secondo la scansione del giorno della regola benedettina (mattutino e laudi, ora terza, ora sesta, ora nona, vespri, compieta). Guglielmo da Baskerville, monaco inglese ed ex inquisitore seguace del filosofo Ruggero Bacone, ha l’incarico di mediare un incontro tra francescani, protetti dall’imperatore Ludovico il Bavaro, e gli emissari del papa di Avignone, Giovanni XXII. Il monaco e il suo allievo giungono all’abbazia, dove, durante la loro permanenza di una settimana, vengono uccisi sette monaci: tutti i delitti sembrano avere come punto in comune la biblioteca del monastero, che nasconderebbe un misterioso segreto. L’intero romanzo ruota, dunque, attorno a questo mistero e alla ricerca del presunto assassino.

“Sino ad allora avevo pensato che ogni libro parlasse delle cose, umane o divine, che stanno fuori dai libri. Ora mi avvedevo che non di rado i libri parlano di libri, ovvero è come si parlassero fra loro. Alla luce di questa riflessione, la biblioteca mi parve ancora più inquietante. Era dunque il luogo di un luogo e secolare sussurro, di un dialogo impercettibile tra pergamena e pergamena, una cosa viva, un ricettacolo di potenze non dominabili da una mente umana, tesoro di segreti emanati da tante menti, e sopravvissuti alla morte di coloro che li avevano prodotti, o se ne erano fatti tramite.”

Ad un primo sguardo si tratterebbe di un romanzo giallo, ma Il nome della rosa  è molto di più. E’ anche un romanzo storico adornato con una fitta rete di citazioni letterarie, della componente esoterica e anche una riflessione filosofica sul senso della verità e della sua ricerca. E’ anche un romanzo deduttivo, in cui ogni soluzione è il risultato di precisi ragionamenti. Questo romanzo ha, dunque, molteplici piani di lettura che possono essere colti dal lettore in base alla sua preparazione culturale. Ognuno, quindi, può leggere ne Il nome della rosa quello che riesce a vedere.

“Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.”

Termina così Il nome della rosa, con una frase che ha ispirato il titolo del romanzo. Frase che fa riferimento al motto nominalista, “La rosa primigenia (ormai) esiste (soltanto) in questo nome: noi possediamo nudi  nomi”, il cui senso può essere colto dal lettore solo verso il finale del romanzo. L’obiettivo di Eco era quello di depistare il lettore ma anche di lasciarlo libero nella sua interpretazione del romanzo. Il senso del titolo, in fondo è proprio questo. Non si può cogliere l’essenza delle cose e di esse alla fine non ci resta che un nome, un segno, un ricordo, proprio com’è successo alla biblioteca e ai suoi libri ormai distrutti, al mondo di Adso destinato a scomparire.

Leggere questo romanzo, devo ammetterlo, è stato un pò strano. Sarà perché l’ho letto subito dopo “Il segreto della monaca di Monza” di Marina Marazza, per cui sono rimasta sospesa in quell’atmosfera religiosa e sacra, così surreale. Sarà stato perché riprendere in mano un libro dopo dieci anni mi ha riportata indietro nel tempo, quando divoravo libri sul pullman con cui andavo a scuola. Oppure sarà stato perché sono stata colta da quella sensazione di inferiorità che ti prende quando ti ritrovi a fare i conti con un romanzo come questo. Non lo so. So solo che Il nome della rosa è un romanzo che dovevo leggere e che dopo aver sfogliato l’ultima pagina sono stata colta dalla sensazione di aver fatto un vero e proprio viaggio. E questo è il motivo per cui amo leggere.

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8 commenti Aggiungi il tuo

  1. L'olandese volante ha detto:

    Grazie per aver postato questa recensione.
    Il Nome della rosa è un libro stupendo, mozzafiato, di quelli che ti mancano non appena chiudi il retro. Anch’io lo lessi al liceo, perché faceva parte del programma, e mi sono sempre proposto di rileggerlo. Il mio piano di lettura preferito è il tema della “morte di Dio”. Nietzsche chiama così l’evento in cui l’uomo prende coscienza del fatto che la verità non è raggiungibile perché non esiste. La realtà, secondo il filosofo, è un continuo rimando ad altro, una fitta rete di scale con gradini ai quali l’uomo assegna di volta in volta un senso per accedere al livello successivo.

    “L’ordine che la nostra mente immagina è come una rete, o una scala, che si costruisce per raggiungere qualcosa. Ma dopo si deve gettare la scala, perché si scopre che, se pure serviva, era priva di senso”.

    In cima alla scala, però, non vi è nulla perché è l’uomo stesso a inventarsi un traguardo, un altrove, magari un aldilà che possa riscattarlo dalla pochezza e dall’evanescenza del mondo caotico in cui si è trovato gettato. Niente verità, quindi nessun fine ultimo: “Dio è morto”. Da qui l’avvento dell’ Oltreuomo che deve avere l’attitudine ad abbracciare la condizione umana e ad indagare all’interno di quel “esercito di metafore in movimento poeticamente architettate” di cui l’uomo ha dimenticato di essere l’artefice, per diventarne finalmente libero.
    Nell’intero romanzo Guglielmo è alla continua ricerca di segni nel tentativo di inquadrarli in un unico grande (perverso) disegno. Alla fine del romanzo, però, quando i due protagonisti si fermano a guardare l’abbazia in fiamme finalmente si arriva allo scioglimento vero e proprio:

    “Era la più grande biblioteca della cristianità,” disse Guglielmo. ”Ora,” aggiunse, ”l’Anticristo è veramente vicino perché nessuna sapienza gli farà più da barriera.[…] l’Anticristo non viene dalla tribù di Giuda come vogliono i suoi annunciatori, né da un paese lontano. L’Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall’eccessivo amor di Dio o della verità, come l’eretico nasce dal santo e l’indemoniato dal veggente. Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro. Jorge ha compiuto un’opera diabolica perché amava in modo così lubrico la sua verità da osare tutto pur di distruggere la menzogna. Jorge temeva il secondo libro di Aristotele perché esso forse insegnava davvero a deformare il volto di ogni verità, affinché non diventassimo schiavi dei nostri fantasmi. Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, fare ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.”

    E poi il passaggio che più mi sta a cuore:

    “Non ho mai dubitato della verità dei segni, Adso, sono la sola cosa di cui l’uomo dispone per orientarsi nel mondo. Ciò che io non ho capito è stata la relazione tra i segni. Sono arrivato a Jorge attraverso uno schema apocalittico che sembrava reggere tutti i delitti, eppure era casuale.[…] Sono arrivato a Jorge inseguendo il disegno di una mente perversa e raziocinante, e non v’era alcun disegno, ovvero Jorge stesso era stato sopraffatto dal proprio disegno iniziale e dopo era iniziata una catena di cause, e di concause, e di cause in contraddizione tra loro, che avevano proceduto per conto proprio, creando relazioni che non dipendevano da alcun disegno. Dove sta tutta la mia saggezza? Mi sono comportato da ostinato, inseguendo una parvenza di ordine, quando dovevo sapere bene che non vi è un ordine nell’universo.”

    “Dove sta tutta la mia saggezza?”, questa è una domanda che mi accompagna da diversi anni, e come me credo molte altre persone, se non tutte. Non si può dubitare delle certezze, nessuno può negare che la paura è una certezza, che si è certi di vivere e di innamorarsi. D’accordo, magari ho paura di una semplice ombra, magari a limite sono proiezione di qualcosa, magari sono innamorato dell’idea che ho di una persona piuttosto che della persona stessa, ma paura, innamoramento, esistenza sono alcune delle pochissime certezze di cui gli esseri umani dispongono. E poi? A che servono queste certezze? Sono collegate tra loro e/o a qualcos’altro? Sono un punto di partenza? E di cosa? Insomma ci sono e sono poche. Ma ce l’hanno un senso? Forse! Di sicuro ce l’hanno se ci inventiamo un complesso e armonioso disegno! Purtroppo per adesso la ragione mi suggerisce che “dell’antica rosa non resta che il nome, abbiamo solo nomi”…è il mio cuore non trova il coraggio di contraddirla.

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    1. chiaranicolazzo ha detto:

      Grazie per il tuo commento! E’ la dimostrazione che questo romanzo può essere letto come si vuole e/o come si è in grado di interpretarlo! La bravura di Eco è, secondo me, proprio questa. Mettere in questo romanzo la sua cultura, senza far sentire “ignorante” chi non riesce a coglierla e anzi fornendo diversi significati alla stessa storia, ognuno con la sua verità. “Il nome della rosa” ha tante interpretazioni e il bello è proprio questo: nessuna è sbagliata perché nasce dal lettore.

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      1. L'olandese volante ha detto:

        Già, proprio così! Assolutamente geniale.
        E la tua interpretazione? Nella recensione hai parlato di impressioni e sensazioni…sarei curioso di conoscerla (se mi è lecito). E secondo te, a parte la sua passione per il periodo storico, cosa ha spinto Eco a scrivere una storia ambientata nel ‘300 con un gusto quasi enciclopedico per i dettagli?

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      2. chiaranicolazzo ha detto:

        Be, non dimentichiamoci che Eco è innanzitutto uno studioso. Infatti, della sua produzione io avevo letto solo “Kant e l’ornitorinco”, un saggio di semiotica del 1997, previsto nel piano di studi di un’esame universitario. Credo che il suo gusto enciclopedico per il dettaglio dipenda proprio da questo. E sinceramente è un aspetto che io amo molto, perché mi permette di calarmi del tutto in un’ambientazione storica così lontana dai nostri giorni.
        La mia interpretazione? Non mi va di rinchiudermi sul piano filosofico, semplicemente perché ciò che cerco in un romanzo è altro. Io cerco una storia. Ciò che ho colto in “Il nome della rosa” sono la componente religiosa e quella storica, due aspetti che mi hanno colpita molto.
        Questo romanzo mi ha suscitato diverse sensazioni perché dietro la sua lettura c’è tutta una storia personale, legata all’adolescenza, ai primi libri letti, alla fretta di divorare romanzi come questi quando non ero evidentemente pronta. E’ stato come ritrovare un legame con il passato, che mi fa sempre emozionare, perché ripenso con tenerezza quando me ne andavo in giro portando dentro lo zaino di scuola romanzi totalmente opposti tra di loro, come “Harry Potter” e “Il nome della rosa”.

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