“Le ceneri di Angela” di Frank McCourt

le ceneri di angela

“Ripensando alla mia infanzia, mi chiedo come sono riuscito a sopravvivere. Naturalmente è stata un’infanzia infelice, sennò non ci sarebbe gusto. Ma un’infanzia infelice irlandese è peggio di un’infanzia infelice qualunque, e un’infanzia infelice irlandese e cattolica è ancora peggio.”

Ho scoperto questo libro per caso, leggendo un post sul blog “a pair & a spare” di Geneva Vanderzeil. Così ho stilato una lista di tutti i libri citati in questo post che vorrei leggere e il primo è stato proprio Le ceneri di Angela. Sono sincera, non avevo letto la trama, né mi ero documentata in alcun modo. E’, quindi, stata una totale sorpresa il mondo in cui sono stata catturata sfogliando queste pagine. E me ne sono innamorata subito.

“Bridey scoppia a ridere. Angela mia, attenta che finisci all’inferno, e Mamma dice: Perché, non ci sto già?”

Le ceneri di Angela è un romanzo autobiografico, in cui Frank McCourt racconta, in maniera realistica e ironica, la sua “infanzia infelice irlandese e cattolica”. Nato in America da genitori irlandesi, fa ritorno in patria quand’era ancora bambino. Il racconto, in prima persona, è una cronaca fresca e spontanea di un’infanzia difficile, dove la povertà e la fame, la fede cattolica e la malattia, fanno da padrone nella vita di Frank e dei suoi fratelli.

“Compio sette, otto, nove anni e vado per i dieci e Papà è sempre disoccupato. La mattina prende il tè, va a firmare all’ufficio di collocamento per il sussidio, legge i giornali alla Biblioteca Carnegie, esce a fare le sue lunghe passeggiate in campagna. Se trova un posto al Cementificio di Limerick o ai Mulini Rank lo perde alla terza settimana. Lo perde perché il terzo venerdì da quando ha preso servizio va al pub, si beve tutta la paga e l’indomani mattina salta la mezza giornata lavorativa.”

Un padre alcolizzato e perennemente disoccupato, tre fratelli morti, una madre che finisce per fare l’elemosina pur di sfamare i suoi quatto figli, la scuola, le porte chiuse in faccia, le case fatiscenti, la tisi. E allo sfondo c’è un’Irlanda fiera di se stessa, estremamente cattolica e puritana, raccontata con lo sguardo del piccolo Frank, che sogna di diventare grande per poter trovare un lavoro e mettere da parte i soldi necessari per tornare in America. Ma nonostante la povertà e tutto ciò che ne consegue, Limerick e l’Irlanda hanno tracciato un solco profondo nel suo cuore, così come i suoi fratelli morti quando era solo un bambino e il padre che l’ha abbandonato. Perché tutte le esperienze della vita, nel bene o nel male, ci insegnano qualcosa e ci legano ad esse.

“Voglio imprimermi nella memoria certe immagini di Limerick nell’eventualità che non riesca più a tornare. Mi siedo nella chiesa di San Giuseppe e nella chiesa redentorista e mi dico guarda bene perché può darsi che non le rivedrai più.”

La cronaca di Frank McCourt è onesta e tagliente, ironica al punto giusto. Il modo in cui l’autore mette a nudo la propria infanzia, senza rinnegare nulla, mi ha conquistata. Con questo romanzo ho scoperto che essere onesti con se stessi e accettare il propri passato, anche quando si vorrebbe che fosse diverso, è il primo passo per cambiare la propria vita e realizzare i propri sogni. A Frank continuavano a dire di leggere e studiare e di fare della propria vita qualcosa di buono, e nonostante le sue condizioni di vita, del tutto svantaggianti, lui ci ha creduto ed è riuscito a realizzare il cambiamento tanto sognato.

“Va a scuola, Franckie, e scappa da Limerick e dall’Irlanda. Un giorno questa guerra finirà e te ne potrai andare in America e in Australia o in qualunque altro bel paese dove uno guarda e vede una terra sconfinata. Il mondo è grande e sai quante avventure meravigliose t’aspettano?”

Consiglio questo romanzo a tutti coloro che amano affacciarsi ad una finestra sul nostro passato. Perché la storia di Frank è, in fondo, un pò anche la storia dei miei nonni, cresciuti nel dopoguerra, quando la povertà era all’ordine del giorno. Leggere di queste storie mi fa sempre sentire fortunata, guardando l’epoca in cui sono nata, eppure mi lascia sempre un pò di amaro in bocca, pensando alla semplicità che c’era allora e che forse oggi abbiamo un pò perso.

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