“Novecento” di Alessandro Baricco

Novecento di Baricco

“Negli occhi della gente si vede quello che vedranno, non quello che hanno visto. Così diceva: quello che vedranno.”

Accade di desiderare un libro e non riuscire ad averlo mai tra le mani. I motivi posso essere tanti e diversi. A me è successo con “Novecento” di Alessandro Baricco. Ho continuato a desiderare questo libro fino a quando, settimana scorsa, ho avuto l’occasione perfetta, nel momento perfetto ed ecco che “Novecento” è finito sul mio comodino. Dopo anni. E la voglia di leggerlo era talmente forte da essere finito nella mia borsa domenica mattina alle 5.30 mentre mi preparavo per andare al Salone Nautico di Genova. Conclusione: l’ho letto in un’ora, mentre il sole sorgeva e la nebbia ricopriva l’autostrada deserta.

“Dicevano una cosa strana: dicevano: Novecento non è mai sceso da qui. E’ nato su questa nave, e da allora c’è rimasto. Sempre.Ventisette anni, senza mai mettere piede a terra. Detta così, c’aveva tutta l’aria di essere una palla colossale… Dicevano anche che suonava una musica che non esisteva.”

Per chi non lo conoscesse, “Novecento” è un monologo teatrale scritto di Alessandro Baricco e pubblicato da Feltrinelli nel 1994, perché fosse messo in scena da Eugenio Allegri con la regia di Gabriele Vacis, i quali ne fecero uno spettacolo che debuttò al festival di Asti nel luglio dello stesso anno. Qui Baricco racconta la singolare storia di Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento, un uomo abbandonato neonato sul transatlantico Virginian e trovato per caso dal marinaio Danny Boodmann, il quale si occupò di lui fino all’età di otto anni, quando l’uomo morì lasciando il bambino orfano per la seconda volta. In seguito alla morte di Danny, Novecento scomparve dalla barca per alcuni giorni per paura di essere costretto a scendere dalla nave e a rivelarsi al mondo.

“A voler essere precisi, Novecento non esisteva nemmeno, per il mondo: non c’era città, parrocchia, ospedale, galera, squadra di baseball che avesse scritto da qualche parte il suo nome. Non aveva patria, non aveva data di nascita, non aveva famiglia. Aveva otto anni: ma ufficialmente non era mai nato.”

Quando ricomparve, incominciò a suonare il pianoforte. E lui sì che era il più bravo di tutti. Nella sua musica c’era qualcosa di diverso. C’era tutto il mondo passato su quella nave. Novecento non era mai sceso dall’oceano, eppure era come se il mondo tutto l’avesse visto attraverso gli occhi dei mille viaggiatori passati dal Virginian. Ascoltava e catalogava tutto e quella mappa del mondo che si creava nella sua testa, usciva fuori ogni volta che faceva scivolare le sue dita sui tasti del pianoforte.

“Lo era davvero, il più grande. Noi suonavamo musica, lui era qualcosa di diverso. Lui suonava… Non esisteva quella roba, prima che la suonasse lui, okay?, non c’era da nessuna parte. E quando lui si alzava dal piano, non c’era più… e non c’era più per sempre… Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento.”

La storia viene narrata dal trombettista del Virginian, che sale sulla nave quando Novecento ha ventisette anni. Tra loro nasce una salda amicizia, che continua anche quando l’uomo decide di tornare alla vita vera, mentre Novecento da quella nave deciderà di non scendere mai. La paura di vivere la vita e di non riuscire a scorgere la fine del mondo al di fuori da quella nave lo bloccano lì.

“Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone alla volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. E’ un viaggio troppo lungo. E’ una donna troppo bella. E’ un profumo troppo forte. E’ una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò. Lasciatemi tornare indietro.”

E così decide di scendere dalla sua vita, uno scalino alla volta e di incantarla quella vita mai vissuta, quei desideri mai realizzati, quel futuro mai creato, grazie alla sua musica. Di questo, della musica, non riesce proprio a liberarsi, ma della vita sì. La abbandona come si abbandona qualcosa di vecchio e logoro, all’angolo di una strada e decide di morire proprio lì dov’è nato, sul Virginian.

“Non è pazzia, fratello. Geometria. E’ un lavoro di cesello. Ho disarmato l’infelicità. Ho sfilato via la mia vita dai miei desideri. Se tu potessi risalire il mio cammino, li troveresti uno dopo l’altro, incantati, immobili, fermati lì per sempre a segnare la rotta di questo viaggio strano che a nessuno mai ho raccontato se non a te.”

Questo è il genere di libri che amo. Lievi e semplici nella loro stranezza. Perché una storia come questa non è mai accaduta, eppure dopo aver letto questo romanzo non puoi credere che Novecento non sia mai esistito. Gli dai un volto, delle sembianze, gli attribuisci anche un tono di voce. Ed eccolo che vive davanti a te, uscendo dalle pagine come una figurina di cartone. E la sua storia è lì e se la porta dietro come fosse un braccio o una gamba. Una storia senza la quale lui non può vivere. Non può esistere. Una storia che tu adesso lo sai, non potrebbe finire diversamente.
Amo le storie che danno forma alle parole. E danno loro una consistenza ben precisa, fatta di sensazioni, quelle a pelle che non riesci proprio a spiegare, ed è fatta anche di odori e di albe e di quel l’oceano profondo e scuro, talmente reale che mi sembra quasi di scorgerlo in fondo ai miei occhi.
Amo le storie che finisci per portarti dietro come una seconda pelle. E la cosa buffa è che ti calzano a pennello. Come se fossero state scritte per te. Come se in quelle parole ci fosse un pezzetto di te.

E lo so che forse sul Virginian, in una vita precedente, io ci sono stata per davvero e che ho ascoltato la musica di Novecento, ballando fino a tarda notte con l’Oceano sotto i piedi.

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