“La casa degli spiriti” – Il primo romanzo di Isabel Allende

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La prima volta che ho letto La casa degli spiriti avevo quindici anni. Leggevo di nascosto sul pullman che mi portava a scuola, al mattino presto, quando tutti i miei amici erano ancora mezzi addormentati. Ed è stato subito colpo di fulmine. Ho amato questo libro fin dalla prima pagina, così come ho amato tutti i romanzi di Isabel Allende. Rileggerlo a distanza di dieci anni mi ha emozionata.

“Barrabàs arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l’abitudine di scrivere le cose importanti e più tardi quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant’anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato, e per sopravvivere al mio stesso terrore.”

La casa degli spiriti è il primo romanzo di Isabel Allende, pubblicato nel 1982 a Buenos Aires e poi tradotto e pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1983. Grazie ad esso, la Allende si impose come una delle più importanti voci della letteratura sudamericana, iniziando una carriera da scrittrice che l’ha portata a pubblicare circa ventidue libri.

“Clara abitava un universo inventato da lei, protetta dalle avversità della vita, dove la verità prosaica delle cose materiali si confondeva con la verità tumultuosa dei sogni, nei quali non sempre funzionavano le leggi della fisica e della logica.”

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Il romanzo è una saga familiare che si intreccia con la storia di un paese, il Cile, e la sua evoluzione, dagli anni ’20 agli anni ’70. Fin da questo primo romanzo emergono le caratteristiche che saranno, poi, punti fondamentali nella produzione della Allende. C’è il Cile, costante sfondo di quasi tutte le sue narrazioni, paese nativo della scrittrice, dal quale fu costretta a scappare nel 1975 in seguito al colpo di stato di Pinochet nel 1973. Ci sono Clara, Blanca e Alba, le donne di questo romanzo, e proprio le donne saranno le costanti protagoniste e colonne portanti di tutti i suoi romanzi. Si tratta sempre di donne forti, coraggiose, donne che sanno amare e che sanno rischiare tutto per questo amore. E non importa se si tratti di amore per un uomo, amore per la famiglia, amore per la propria terra. Infine, ci sono la tradizione e i suoi racconti, c’è la magia e c’è la realtà in tutta la sua crudeltà.

“Per la prima volta nella sua vita, Alba sentì il bisogno di essere bella e rimpianse che nessuna delle splendide donne della sua famiglia le avesse lasciato in eredità i suoi attributi, e l’unica che l’aveva fatto, la bella Rosa, le aveva dato solo una sfumatura d’alga marina ai suoi capelli, che, se non era accompagnata da tutto il resto, sembrava piuttosto un errore del parrucchiere. Quando Miguel indovinò la sua inquietudine, la portò per mano fino al grande specchio veneziano che ornava un angolo della camera segreta; tolse la polvere dal vetro incrinato e poi accese tutte le candele che aveva e gliele mise intorno. Lei si rimirò nei mille frammenti dello specchio. La sua pelle, illuminata dalle candele, aveva il colore irreale delle figure di cera. Miguel cominciò ad accarezzarla e lei vide trasformarsi il suo volto nel caleidoscopio dello specchio e convenne infine che lei era la più bella dell’universo, perché aveva potuto vedersi con gli occhi con cui la vedeva Miguel.”

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Il protagonista della storia è Esteban Trueba, che a tratti si innalza a narratore, e la sua famiglia. C’è la moglie Clara, una donna eccentrica e dedita all’arte della magia; c’è la sorella Fèrula, che dedica la sua vita agli altri; la figlia Blanca, una donna pragmatica e incorruttibile, innamorata di Pedro Terzo Garcìa, servo del padre e rivoluzionario; c’è la nipote Alba, nata da una relazione clandestina, la quale affronterà a testa alta la dittatura di Pinochet mentre il paese sembra non vedere ciò che accade intorno a lui. La Allende ci racconta la tragedia e la violenza dell’ascesa al potere di Pinochet in Cile, intrecciandola alla storia di questa famiglia, la famiglia Trueba, ricca di passioni e sotterfugi, ricca di diversità e ideali, ricca di amore e di tutte quelle cose non dette che spesso si tramandano di giorno in giorno fino a diventare dei macigni impossibili da superare. Sarà proprio l’esperienza negativa della guerra a fare in modo che Esteban Trueba si renda conto che ciò che è davvero importante non è il lavoro, la politica, il denaro o il potere, bensì la famiglia. Sarà così nella vecchiaia che tornerà sui suoi passi,  rompendo i silenzi accumulati negli anni e cancellando le parole urlate con rabbia.

“Mi sarà molto difficile vendicare tutti quelli che devono essere vendicati, perché la mia vendetta sarebbe solo l’altra parte dello stesso rito inesorabile. Voglio limitarmi a pensare che il mio mestiere è la vita e che la mia missione non è protrarre l’odio, bensí unicamente riempire queste pagine mentre aspetto il ritorno di Miguel, mentre sotterro mio nonno che ora riposa vicino a me in questa stanza, mentre attendo che arrivino tempi migliori, tenendo in gestazione la creatura che ho nel ventre, figlia di tante violenze, o forse figlia di Miguel, ma soprattutto figlia mia.
Mia nonna aveva scritto per cinquant’anni sui quaderni in cui annotava la vita. Trafugati da qualche spirito complice, si sono miracolosamente salvati dal rogo infame, in cui sono perite tante altre carte della famiglia. Li ho qui, ai miei piedi, stretti da nastri colorati, separati per fatti e non per ordine cronologico, cosí come lei li ha lasciati prima di andarsene. Clara li ha scritti perché mi servissero ora per riscattare le cose del passato e sopravvivere al mio stesso terrore. Il primo è un quaderno di scuola di venti pagine, scritto con una delicata calligrafia infantile. Comincia cosí: “Barrabás arrivò in famiglia per via mare…”.”

Pensare che questo romanzo sia nato come una semplice lettera, mi riempie di sorpresa. Credo che sia come se la storia abbia guidato la Allende e l’abbia portata di fronte a qualcosa che neanche lei conosceva in principio. Una storia che sa di lei, della sua infanzia, della sua vita, del suo paese tanto amato e degli ideali per cui lei stessa ha combattuto. Una vita che in qualche modo si riflette nelle sue storie e che, tramite esse, la Allende cerca di demonizzare e di preservare dall’oblio. Perché la scrittura, a volte, è una cura e quando questo accade, è meraviglioso.

Amo la Allende e le sue storie, con quel misto di magia e realtà, perché regalano al lettore la sensazione che tutto sia possibile. E forse è davvero così. Basta solo crederci.

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