“La mia Africa” – Quando un’esperienza diventa una storia da raccontare

“Avevo una fattoria in Africa, ai piedi delle colline N’gong […].”

Inizia così uno dei migliori film dei nostri tempi. Uno di quei film che ha scritto la storia del cinema, romantico e crudo al tempo stesso, che ha vinto ben sette Oscar e che ha fatto sognare generazioni di donne. Mi riferisco a La mia Africa, film uscito nel 1985, diretto da Sydney Pollack e che ha come protagonisti due grandi personaggi del cinema, Meryl Streep e Robert De Niro.

Sono stata iniziata a questo film da mia madre, che l’ha eletto come il suo film preferito in assoluto. Da bambina lo odiavo perché durava troppo, ma crescendo, come sempre, ho capito. Ho saputo cogliere la forza di una donna, quella di lasciare tutto e partire, quella di dirigere da sola una fattoria, quella di fare della sua vita ciò che voleva in un’epoca in cui alle donne spesso non veniva chiesta neanche la loro opinione. Ho saputo cogliere il coraggio di una donna, quello di raccogliere i cocci di una vita che di certo non è quella che desiderava e di cercare di plasmarla a sua immagine, assaporando ogni momento, ogni esperienza, ogni colore che l’Africa le stava regalando.

“Denys mi aveva regalato una bussola perché potessi orizzontarmi. Ma in seguito ho dovuto accorgermi che noi due navigavamo su rotte diverse. Forse lui sapeva, al contrario di me, che la terra è stata fatta rotonda perché non potessimo guardare troppo lontano sulla nostra strada.”

Il film, tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Karen Blixen, racconta il periodo della vita della donna in cui, in seguito ad un matrimonio combinato con il barone Bror Blixen andò a vivere in Kenya, dove i due avrebbero avviato una fattoria per la produzione del latte. Durante il viaggio Karen conosce Denys Finch Hatton, un cacciatore che vive a stretto contatto con la natura e gli indigeni. Arrivata alla fattoria, la donna scopre con delusione che il marito ha invece avviato una piantagione di caffè, pianta inadatta alle altitudini del loro terreno. Tuttavia, col passare dei giorni, Karen si affeziona sempre di più alla sua fattoria, ai domestici, ai Kikuio che coltivano la piantagione, all’atmosfera e ai paesaggi africani. Durante la sua permanenza in Africa la vita di Karen cambia per sempre, non solo perché si allontana dal marito e si scopre innamorata di Denys, ma perché l’Africa le si lega al cuore in maniera indissolubile.

“Io conosco il canto dell’Africa,  della giraffa e della luna nuova africana distesa sul suo dorso,  degli aratri sui campi e delle facce sudate delle raccoglitrici di caffè. Ma l’Africa conosce il mio canto? L’aria sulla pianura fremerà un colore  che ho avuto su di me? E i bambini inventeranno un gioco nel quale ci sia il mio nome? O la luna piena farà un’ombra sulla ghiaia del viale che mi assomigli? E le aquile sulle colline N’gong guarderanno se ci sono?”

Il viaggio in Africa di Karen racconta una delle grandi metafore della narrazione: racconta un viaggio fisico che è innanzitutto un viaggio all’interno di sé stessi, una crescita personale, una possibilità di cambiamento. L’Africa, con tutte le esperienze negative (il tradimento, la morte, la sconfitta) rappresenta la grande occasione di Karen. L’occasione di mettersi alla prova, forse per la prima volta. L’occasione di scoprirsi più forte di quanto si pensava. L’occasione di capire che la vita è una sola e bisogna godersela così come viene, senza interrogarsi sul futuro, senza racchiuderla in etichette prestabilite, senza perdersi neanche in attimo dei meravigliosi momenti che ci concede.

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