#citazioni – da “Bel-Ami” di Guy de Maupassant

belami

“«Siete tetro, oggi, caro maestro.»
Il poeta rispose: «Lo sono sempre, ragazzo mio, e voi lo sarete quanto me fra qualche anno. La vita è un’erta. Mentre si sale, si guarda la cima e ci si sente felici; ma quando si arriva in alto si scopre di colpo la discesa e la fine, che è la morte. Scorre lentamente quando si sale, ma passa in fretta quando si discende. Alla vostra età si è contenti. Si sperano tante cose, che non arrivano mai, d’altronde. Alla mia non si aspetta nient’altro…che la morte.»
Duroy si mise a ridere: «Maledizione, mi avete fatto rabbrividire le ossa.»
Nobert de Varenne continuò: «No, oggi non mi capite, ma più tardi rammenterete ciò che vi dico in questo momento.
Arriva un giorno, credetemi, e per molto arriva molto presto, in cui la festa è finita, come si dice, perché dietro tutto ciò che si guarda si scorge soltanto la morte.
Oh! neanche la capite questa parola, voi, la morte. Alla vostra età, non significa niente. Alla mia, è tremenda.
Sì, lo si capisce di colpo, non si sa perché, non si sa perché né a proposito di che, e allora tutto cambia aspetto, nella vita. Io, da quindici anni, io la sento che mi lavora, come se portassi dentro una bestia che rode. L’ho sentita poco a poco, mese per mese, ora per ora, sgretolarmi come una casa che crolla. Mi ha sfigurato così totalmente che non mi riconosco. Non ho più niente di me, di quel me radioso, fresco e forte com’ero a trent’anni. L’ho vista tingere di bianco i miei capelli neri, e con qual lentezza sapiente è crudele! Mi ha portato via la mia pelle tesa, i miei muscoli, i denti, tutto il mio corpo di un tempo, lasciandomi solo un’anima disperata, e presto si porterà via anche questa.
Sì, mi ha sbriciolato, la baldracca, ha portato a termine placidamente e terribilmente la lunga distruzione del mio essere secondo per secondo. E ora mi sento morire in tutto ciò che faccio. Ogni passo mi avvicina a lei, ogni respiro affretta il suo odioso compito. Respirare, dormire, bere, mangiare, lavorare, sognare, tutto ciò che facciamo è morire. Vivere, insomma, è morire!
Oh! lo saprete anche voi! Se rifletteste soltanto un quarto d’ora, la vedreste anche voi.
Che vi aspettate? L’amore? Ancora qualche bacio, e sareste impotente.
E poi, dopo? Denaro? Per farne che? Per pagarci qualche donna? Bella felicità! Per empirsi di cibo, diventare obesi e urlare notti intere sotto i morsi della gotta?
E poi, ancora? Gloria? A che serve, quando non si può più coglierla sotto forma d’amore?
E poi, dopo? Sempre la morte per suggello finale.
Io, ora, me la vedo così vicina che spesso mi viene voglia di allungare un braccio per respingerla. Ricopre la terra, colma lo spazio. La scopro dovunque. Le bestiole schiacciate sotto le ruote, le foglie che cadono, il pelo bianco nella barba d’un amico mi straziano il cuore e mi gridano: “Eccola!”.
Mi rovina tutto quello che faccio, tutto quello che vedo, che mangio e che bevo, tutto ciò che amo, i pleniluni, le albe, il mare aperto, i fiumi belli e l’aria delle sere d’estate, così dolce al respiro!».
Camminava adagio, un poso ansimante, pensando a voce alta, quasi dimentico di avere un ascoltatore.
Riprese: «E mai nessuno ritorna, mai… Si conservano i calchi delle statue, gli stampi che riproducono di continuo oggetti identici; ma il mio corpo, la mia faccia, i miei pensieri, i desideri, non riappariranno mai più. Nasceranno milioni, miliardi di esseri che in qualche centimetro quadrato avranno, come me, un naso, un paio d’occhi, due guance e una bocca, e anche un’anima come la mia, senza che io ritorni mai più, senza che mai più una minima cosa riconoscibile come me riappaia in queste creature innumerevoli e diverse, infinitamente diverse, benché più o meno simili.
Dove aggrapparsi? A chi gridare la nostra angoscia? A che cosa credere?
Tutte le religioni sono stupide con la loro morale puerile e le loro egoistiche promesse, tremendamente idiote.
La morte soltanto è certa.»
Si fermò, prese Duroy per il bavero del cappotto e, con voce lenta: «Pensate a tutto questo, giovanotto, pensateci per giorni, per mesi, per anni, e vedrete l’esistenza in modo diverso. Provate a liberarvi da tutto ciò che vi costringe, fate lo sforzo sovrumano di uscire mentre siete vivo dal vostro corpo, dai vostri interessi, dai vostri pensieri e dall’intera umanità per guardare altrove, e capirete quanto poco contino le dispute dei romantici e dei naturalisti, e le discussioni sul bilancio
Riprese a camminare a passo più svelto.
«Ma anche voi proverete la spaventosa angoscia dei disperati. Vi dibatteste, presto, annegato, nelle incertezze. Griderete “aiuto” ai quattro venti e nessuno vi risponderà. Tenderete le braccia, invocherete per essere soccorso, amato, consolato, salvato! E nessuno verrà.
Perché soffriamo così? È indubbio che siamo nati per vivere più secondo la materia che secondo lo spirito; ma a forza di pensare s’è creata una sproporzione fra la nostra intelligenza che è cresciuta e le condizioni della nostra vita che sono immutabili.
Guardate le persone mediocri; a meno di non essere travolte da grosse catastrofi, si sentono soddisfatte, non soffrono per la comune infelicità. Neanche gli animali ne soffrono.»
Si fermò ancora, riflettendo qualche attimo, poi con aria stanca e rassegnata:
«Io sono un essere perduto. Non ho padre, né madre, né fratello, né sorelle, né moglie, né figli, né Dio.»
Aggiunse dopo una pausa: «Ho soltanto la rima.»
Poi, alzando il capo verso il firmamento dove brillava la pallida faccia della luna piena, declamò:

Nel cielo nero e vuoto dove pallido
naviga un astro
ricerco la parola del problema oscuro.

Erano arrivati al ponte della Concorde, lo attraversarono in silenzio, poi costeggiarono il Palais Bourbon. Nobert de Varenne riprese a parlare: «Sposatevi, amico mio, non sapete cosa sia vivere soli, alla mia età. La solitudine, oggi, mi riempie di un’angoscia tremenda; la solitudine in casa, accanto al fuoco, la sera. In quei momenti mi sembra di essere solo sulla terra, spaventosamente solo, ma accerchiato da vaghi pericoli, da cose sconosciute e tremende; e la parete che mi separa dal vicino che non conosco me lo rende lontano quanto le stelle che vedo dalla finestra. Mi assale una sorta di febbre, una febbre di dolore e di paura, e il silenzio dei muri mi sgomenta. È così profondo e così triste, il silenzio della camera dove si vive da soli. Non si tratta solo del silenzio intorno al corpo, ma di un silenzio intorno all’anima, e quando un mobile scricchiola, il cuore rabbrividisce perché nessun rumore è previsto in quel tetro ambiente.»
Tacque ancora una volta, poi aggiunse: «Quando si è vecchi, ci starebbe bene qualche figlio!»
Erano circa a metà di rue de Bourgogne. Il poeta si fermò davanti a un altro edificio, suono, strinse la mano a Duroy e gli disse: «Dimenticate questa litania senile, giovanotto, e vivete secondo la vostra età; addio!».
E sparì nell’androne buio.”

tratto da Bel-Ami di Guy dd Maupassant
primo libro letto con il gruppo di lettura I 100 libri di Dorfles


Qualche giorno fa Giorgia ha estratto il secondo romanzo che tutti insieme inizieremo a leggere a partire dal 15 gennaio. Si tratta di Il richiamo della foresta di Jack London.

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