“L’ora di tutti” di Maria Corti: La storia di un popolo

mariacorti

E’ stata un’emozione prendere tra le mani questo libro. Non solo perché narra la storia del mio popolo, ma anche perché la prima volta che l’ho letto ero davvero una bambina. Avevo solo 12 anni (lessi il libro per un progetto scolastico) ed è stato strano trovare i miei appunti ai bordi delle pagine o i significati di alcune parole che non conoscevo. Mi ha fatto tenerezza.

“Galeoni di mercanzia non potevano essere, chiara fu subito la forma delle vele e a poco a poco, in vetta ai cavalloni, la mezzaluna stessa degli scafi: erano galee turche, nel mezzo del canale d’Otranto.”

L’ora di tutti è un romanzo di Maria Corti, pubblicato nel 1962, in cui viene raccontato l’assedio della città di Otranto da parte dei Turchi nel 1480. Al di là della storia (sempre presente ma romanzata), l’autrice fa rivivere il passato, dando voce a chi è morto in difesa della propria terra e, non rinunciando alla propria fede in Dio, ha scelto di morire. Da noi Otrantini questa è una vicenda molto sentita. Nell’agosto del 1480 furono uccisi 800 uomini, le cui ossa sono conservate nella Cattedrale del paese, insieme alla pietra sulla quale furono decapitati. I Martiri di Otranto sono stati beatificati nel 1771 da Papa Clemente XIV, per poi essere santificati nel 2013 da Papa Francesco e vengono festeggiati con una festa patronale il 14 agosto. Si tratta di uomini semplici, che hanno difeso Otranto da un attacco che tutti aspettavano ma per il quale non erano stati presi provvedimenti e al posto dei soldati spagnoli, scappati per la paura.

“Allora mi vennero davanti agli occhi tutte le cose che c’erano nella nostra vita di prima, la pesca sulle belle barche, forte ai venti di scirocco e di tramontana, il ritorno a casa la sera con le reti sulle spalle, la cicoria che fumava nei piatti; mi sembrò che dentro tutta quella cosa che è esistere, da quando si è nati, ci fosse come una musica dolce, stupenda, e che in quel momento essa suonasse precipitosa nella mia anima e che l’anima a quel suono volesse correre via da me, andarsene a finire in mare, sott’acqua, dove c’era adesso la mia barca.”

Il romanzo è diviso in quattro parti e in ognuna di esse la narrazione viene affidata a un personaggio diverso. Il primo narratore è Colangelo il pescatore, morto combattendo sulle mura, simbolo di tutti quegli uomini semplici divenuti, all’improvviso, soldati; poi abbiamo il Capitano Zurlo, governatore di Otranto, che guida la difesa della città e che muore per adempiere al proprio dovere; Idrusa è l’unico personaggio femminile più in vista in tutto il romanzo, vedova di un pescatore che non amava, una donna forte e coraggiosa, irrequieta, una donna in qualche modo diversa dalle altre mogli del paese, si uccide cercando di liberare un bambino dalle grinfie dei Turchi; Nachiria, sopravvissuto alla battaglia per poi essere decapitato insieme ai suoi compaesani; Aloise De Marco, che narra la rinascita di Otranto dopo la cruenta vicenda. Tramite questi personaggi, non solo Maria Corti racconta una vicenda storica, ma da voce ad “uomini antichi” e a una terra meravigliosa, una terra che per quanto oggi sia diversa, noi non stentiamo a riconoscere. I colori, il rumore del mare, la salsedine, le viuzze e le case bianche, le albe, i tramonti, i cieli limpidi. Spesso, quando si guarda Otranto, si ha l’impressione di essere di fronte a un dipinto. Eppure, per quanto tutto sia cambiato, è rimasto sempre un pò uguale.

“Otranto pareva deserta. Stetti a guardarla, pensai che era bella come una donna minuta e ben fatta, in cui uno trova tutte le bellezze: costruita di pietra bianca, porosa e robusta insieme, nobile di muraglie, dove ero nato, dove la cura di Dio mi aveva fatto nascere la moglie, il figlio.”

Trovo azzeccato il modo in cui l’autrice ha narrato questa vicenda. Ha scelto un linguaggio semplice ma al tempo stesso ricercato, dando posto a termini dialettali, motti in latino e parole salentine italianizzate. Questi sono tutti espedienti che contribuiscono a calare di più il lettore non solo nella vicenda, ma anche in un territorio specifico e in un’epoca storica a noi sconosciuta. La disperazione dei personaggi, la loro consapevolezza di star andando incontro alla morte, i ricordi della loro vita prima dell’assedio, tutto viene narrato in maniera semplice, fedele ai personaggi e alla loro provenienza.

“Contarono i primi cinquanta, fra cui capitai io, e ci avviarono al colle della Minerva, in file di cinque; la palla tonda del sole, ancora rossastra, veniva su dal mare, mentre noi si andava per la salita, lentamente, legati alle corde. Guardai il campanile della cattedrale, perché avrei voluto sentir suonare le campane, ma le campane tacevano. Era difficile andare, col cuore come un’arancia spremuta; uno stormo di cornacchie marine passò sopra la nostra testa e io alzai gli occhi a guardarle. Poi gli chiusi. Quando li riapersi, vidi che eravamo quasi arrivati; ma Dio!, si stava salendo la rampa degli oleandri, l’ultima della via del colle. Avrei voluto gridare: “Aspettate, fermatevi; è tanto lungo il tempo che deve venire dopo, lasciatecene ancora un pò. Che vi costa?” C’era un gran silenzio, avevamo tutti le mani legate, la bocca chiusa e il sole sulle spalle. Arrivati allo spiazzo ci fermammo; il Pascià sedeva alla turca su un tappeto rosso davanti al padiglione, la mezzaluna d’oro sulla berretta, il boia era pronto. Vicino a me saltellò terra terra una cicala, felice lei, che avrebbe continuato a saltellare. Allora alzai ancora gli occhi, mentre il cuore faceva la trottola, vidi una grande luce su tutta la campagna e gli oleandri che slungavano i rami nel cielo, bianchi e rossi; quegli oleandri del colle della Minerva furono l’ultima cosa che vidi in vita mia. Chi l’avrebbe mai detto.”

Sono felicissima di aver riletto il romanzo a distanza di anni, perché ho potuto cogliere tante sfumature che a 12 anni non potevo neanche immaginare. E anche perché mi sembra di aver aggiunto un tassello in più alla mia identità.

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