DIVENTARE GRANDI.

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E’ arrivato un momento nella mia vita in cui ho smesso di percepirmi come un progetto. Semplicemente non sono più una tabula rasa.
Forse è successo quando ho aperto la cassetta della posta e ci ho trovato una bolletta con su scritto il mio nome. O quando ho scoperto che il cesto della biancheria sporca non si svuota da solo.

Non avrei mai pensato di arrivare a vivere questi giorni. Certo, li ho immaginati, li ho sognati, ma mai, mai li ho sentiti vicini fino a quando non mi ci sono ritrovata dentro. E ritrovandomici dentro ho creduto di non essere pronta, mentre tutto intorno sembrava essere assolutamente perfetto. E questo non sentirmi pronta ha agitato le mie notti, a volta insonni. Ma poi ho capito. Ho capito che la nostalgia ci sarà sempre e che la malinconia tingerà tutti i miei giorni, alternativamente, in un qualche modo sempre diverso. Forse, semplicemente, fanno parte di me. 

Amo questa casa. Perché è casa nostra. Perché quando ci sono entrata stavo già un pò meglio. Perché qui abbiamo ospitato i nostri genitori, mostrandoli un pezzetto di questa vita che abbiamo costruito lontano da loro ma che è sempre così piena dei loro passi. Perché è colma delle nostre voci. Perché odio questo divano. Perché ha visto mille baci e gambe che s’intrecciano di notte e mani fredde che si cercano nel mezzo di una discussione. Perché culla le nostre paure trasformandole in un legame ancora più profondo. Perché custodisce i nostri sogni. Quelli che forse non si realizzeranno mai e quelli che ancora non conosciamo.

E anche se non so quanto durerà, perché quello che stiamo vivendo è ancora così instabile, perché lo so che domani potrei sentirmi infelice per qualcosa che magari esisterà solo nella mia testa, io cerco di assaporare ogni raggio di sole che entra da quella finestra, ogni granello di polvere che danza nell’aria stagliandosi nella luce, ogni torta bruciata o cotta male, ogni disordine che lui sparge nelle stanze, ogni scarpa fuori posto, ogni maglietta ristretta, ogni possibilità di scoprire questa regione estranea, ogni giorno così imperfetto e a volte vuoto che inconsapevolmente stiamo vivendo trasformandolo in ricordo.

Ciò che forse posso limitarmi a fare è sentire, perché questo sentire è il modo di guardare del mio cuore. Un modo che è fatto di pancia e di sensazioni, di palpitazioni e di guance rosse, di oggetti pieni di quello che siamo e di quello che non conosciamo, di giorni buoni e di altri da dimenticare, di mani che si trovano e strade da percorrere, insieme.

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