#gdli100libri sesto libro: “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville

 Il sesto libro che ho letto con il gruppo di lettura I 100 libri di Dorfles è probabilmente quello più enigmatico che ho letto finora. Nel senso che io non l’ho mica capito più di tanto. Mi sono anche documentata al riguardo, scoprendo così che i critici letterari ne hanno dato tantissime interpretazioni, spesso totalmente diverse fra di loro. Cosa ci vuole dire allora Melville con questa storia?

“Sono un uomo piuttosto anziano. La natura della mia professione, negli ultimi trent’anni, mi ha portato ad avere contatti fuor del comune con ciò che direbbe un interessante ed alquanto singolare genere di individui, dei quali fino ad ora, ch’io sappia, nulla è stato scritto: mi riferisco ai copisti legali, ovvero scrivani. In gran numero ne ho conosciuti, sia per pratica di lavoro che a titolo personale, e, quando volessi, potrei narrare svariate storia, che forse farebbero piacere le anime sentimentali. Ma rinunzio alla biografia d’ogni altro scrivano per pochi momento della vita di Bartleby, che fu scrivano, il più stravagante di quanti abbia mai veduto, o di cui abbia avuto notizia.”

Innanzitutto bisogna dire che Bartleby lo scrivano è un racconto di Herman Melville pubblicato nel 1853. E’ uno dei racconti più importanti della letteratura nordamericana, considerato precursore delle letteratura esistenzialista e dell’assurdo. Ma, come dicevo, le interpretazioni al riguardo sono veramente tantissime. I critici hanno scritto talmente tanto su Bartleby lo scrivano da generare la cosiddetta Bartleby Industry, ossia una grandissima produzione su Bartleby a fini universitari. La stessa edizione che io ho letto, edita da Feltrinelli, è stata curata dal prof. Gianni Celati insieme ai suoi studenti dell’Università di Bologna nell’inverno 1984-85, i quali ne hanno prodotto non solo la traduzione ma anche lo studio introduttivo.

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In breve questa è la storia. Il narratore è un avvocato (di cui non conosceremo mai il nome), il quale possiede uno studio legale a Wall Street. Un giorno risponde ad un suo annuncio di lavoro tale Bartleby, il quale diventa uno dei copisti dello studio e acquista subito la fiducia dell’avvocato, in quanto svolge diligentemente il suo lavoro.

“La sua costanza, la sua immunità da ogni sregolatezza, la sua incessante operosità (salvo quando preferiva immergersi in qualche trasognata contemplazione, all’impiedi contro il suo paravento), la sua grande tranquillità, l’impassibilità del suo contegno in ogni circostanza, lo rendevano un acquisto prezioso. Una sua qualità primaria consisteva in questo: ch’egli era sempre là, primo al mattino,, costantemente durante il giorno, ed ultimo alla sera. Nutrivo una straordinaria fiducia nella sua onestà. Sentivo che i miei più preziosi documenti erano al sicuro in mano sua. A volte, si capisce, non riuscivo con tutta l’anima mia, a evitare di cadere in improvvisi sprazzi di collera contro di lui. Giacché era enormemente difficile tener nella mente che tutte quelle strane particolarità, privilegi ed esenzioni inusitate, formavano il tacito accordo stipulato da Bartleby, in virtù del quale egli rimaneva nel mio ufficio.”

Il punto di svolta si ha nel momento in cui l’avvocato gli chiede di fare qualcosa che esula dal suo compito e Bartleby rifiuta, ma in un modo strano. Non dice cioè di no al suo datore di lavoro, ma semplicemente risponde: “Avrei preferenza di no“. L’avvocato tende comunque sempre a giustificare Bartleby, in quanto il suo modo di lavorare lo spinge a fidarsi ciecamente di lui. In più, quando scopre che l’uomo non ha casa né famiglia (vive infatti di nascosto nell’ufficio), l’esasperazione per la situazione si mischia ad una forte pietà. Ma nonostante i tentativi di farlo ragionare, Bartleby continua con la sua cantilena (“avrei preferenza di no“), anche quando viene licenziato e gli si chiede di abbandonare lo stabile.

“Era davvero una bella idea aver assunto che Bartleby dovesse andarsene, ma, dopo tutto, quest’assunto era soltanto mio, e non di Bartleby. Il grosso problema era questo: non tanto s’io avessi assunto ch’egli mi lasciasse, quanto, s’egli avesse preferenza a farlo o meno. Ed egli era uomo di preferenze, più che di assunti.”

A questo punto, l’unico modo che ha l’avvocato per liberarsi di Bartleby è quello di traslocare, dato che l’uomo (ormai licenziato) non ha nessuna intenzione di andarsene. Ma lo scrivano diventa un problema anche per i nuovi affittuari, tanto da mandarlo in prigione. Qui, dove l’avvocato (nonostante tutto) va a fargli visita, Bartleby si lascia morire e l’unica spiegazione che si da il narratore riguardo a questa vicenda e a questi comportamenti è legata ad una voce che è giunta fino a lui, secondo cui precedentemente il suo copista aveva lavorato in un ufficio di lettere smarrite. Se questa notizia fosse vera, allora ecco da dove salta fuori la depressione di Bartleby (almeno così ci dice l’avvocato).

Dire che questo racconto non mi è piaciuto è inesatto. Semplicemente perché per dire che qualcosa non ti è piaciuta, devi quanto mano averla compresa. E io (sarò scema e se lo pensate siete liberi di dirmelo) Bartleby lo scrivano non l’ho proprio capito, anche se, credetemi, vorrei tanto capirlo e magari anche apprezzarlo. Gli unici sentimenti che mi ha suscitato sono un’immensa tristezza per questa figura così enigmatica, mischiata ad un profondo nervosismo per questa vicenda così surreale e a tratti comica.

Barleby si erge a simbolo del cosiddetto “male di vivere”, un misto di indifferenza e rassegnazione, una vita in cui non c’è nessuna scelta da compiere, nessun sentimento che popola un cuore apparentemente vuoto. Come accennavo prima, Bartleby in realtà non rifiuta mai niente. Semplicemente afferma che preferirebbe non fare qualcosa. Ed è come se il suo essere così insofferente nei confronti della vita e completamente privo di interessi (non prende mai neanche un centesimo dei soldi che l’avvocato gli lascia sulla scrivania nella speranza di convincerlo a lasciare gli uffici dopo averlo licenziato), spingesse l’avvocato a scusarlo per tutte le sue stranezze. Credo che in un mondo normale, sempre ammesso che un simile personaggio possa esistere, nessuno avrebbe esitato nel chiedere aiuto alla polizia o a qualche ente assistenziale. L’avvocato, invece, viene completamente soggiogato da Bartleby. Ciò a cui assistiamo, infatti, è una specie di monologo dell’avvocato, perché ciò che noi conosciamo sono solo i suoi pensieri e i suoi sentimenti riguardo a questa situazione. Ma chi è Bartleby? Perché è così strano? Da dove viene? E perché si lascia morire? Sono queste le domande che ho nella testa e (come mio solito) vorrei conoscere la storia per intero.

Non avendo mai studiato letteratura al di fuori del liceo (cosa che credo rimarrà un grande rimpianto della mia vita) non credo di avere le conoscenze appropriato per analizzare in maniera seria (ed esatta) un testo di questo tipo. In ogni caso, se qualcuno di voi può illuminarmi, gliene sarò profondamente grata.

Per leggere le opinione degli altri partecipanti al gruppo di lettura cliccate i seguenti link:


Vi comunico che il settimo libro estratto da Giorgia (@ifeelbook) è Il gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampusa, la cui lettura inizia il 1 aprile.
L’ottavo libro estratto è, invece, Il barone rampante di Italo Calvino e la sua lettura avrà inizio il 16 aprile.


Bartleby lo scrivanoHerman Melville

Casa editrice: Feltrinelli
Lunghezza: 84 p.
Formato Kindle: € 1,84.   
Copertina Flessibile  € 6,80
Audiobook: € 0,00
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4 pensieri su “#gdli100libri sesto libro: “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville

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