#citazioni – da “Eva Luna” di Isabel Allende

Copia di IMG_0256

“Mi svegliai all’alba. Era un mercoledì dolce e piovigginoso, in nulla diverso da altri nella mia vita, ma lo rammento come un giorno unico, tutto per me. Fin da quando la maestra Ines mi aveva insegnato l’alfabeto, scrivevo quasi ogni sera, ma sentii che quella era una circostanza diversa, qualcosa che avrebbe potuto mutare il mio destino. Mi preparai un caffè forte e mi sistemai davanti alla macchina, presi un foglio di carta liscio e bianco, come un lenzuolo appena stirato per farci l’amore e lo introdussi nel rullo. Allora sentii qualcosa di strano, come una brezza  allegra nelle ossa, lungo le vene, sotto la pelle.
Era come se quella pagine mi aspettasse da venti e più anni, come se avessi vissuto solo per quell’istante, e volli che a partire da quel momento il mio unico lavoro fosse quello di acchiappare storie sospese nel vento più soave, per renderle mie. Scrissi il mio nome e subito le parole accorsero senza sforzo, una, un’altra e un’altra ancora. I personaggi uscirono dall’ombra dov’erano rimasti nascosti per anni e comparvero nella luce di quel mercoledì, ognuno col suo viso, la sua voce, le sue passioni e le sue ossessioni. Si riordinarono i racconti conservati nella memoria genetica fin da prima della mia nascita e molti altri che avevo trascritto per anni nei miei quaderni. Cominciai a rammentare eventi molto lontani, recuperai gli aneddoti di mia madre quando vivevamo fra gli idioti, i cancerosi e le mummie del Professor Jones; comparvero un indiano morso da una vipera e un tiranne dalle mani divorate dalla lebbra; ritrovai una zitellona che aveva perso il cuoio capelluto come se gliel’avesse strappato una macchina bobinatrice, un uomo importante sul suo seggiolone di felpa vescovile, un arabo dal cuore generoso e tanti altri uomini e donne le cui vite erano lì alla mia portata perché ne disponessi secondo la mia volontà sovrana. A poco a poco il passato si trasformava in presente e mi impadronivo anche del futuro, i morti acquistavano vita con un’illusione di eternità, si riunivano i dispersi, e tutto quanto era stato sfumato dall’oblio assumeva di nuovo contorni precisi.
Nessuno mi interruppe e passai quasi tutta la giornata a scrivere, così assorta che mi dimenticai persino di mangiare. Alle quattro del pomeriggio vidi spuntare davanti ai miei occhi una tazza di cioccolato.
– Ecco, ti ho portato qualcosa di caldo…
Guardai quella sagoma alta e magra, avvolta in un chimono azzurro ed ebbi bisogno di qualche istante per riconoscere Mimì, perché io mi trovavo in piena foresta all’inseguimento di una bambina dalla chioma rossa. Continuai con quel ritmo senza ricordarmi delle istruzioni: le sceneggiature vanno organizzate seguendo due colonne, ogni puntata ha venticinque scene, attenta ai cambiamenti di luogo che sono carissimi e ai colloqui lunghi che confondono gli attori, ogni frase importante va ripetuta tre volte e l’argomento deve essere semplice, partendo dal presupposto che il pubblico è cretino. Sul tavolo si accumulavano pagine disseminate di note, correzioni, geroglifici e macchie di caffè, ma avevo appena cominciato a spolverare i ricordi e a intrecciare i destini, non sapevo dove mi dirigevo né quale sarebbe stato lo scioglimento, ammesso che ce ne fosse uno. Sospettavo che la fine sarebbe giunta con la mia stessa morte e mi sedusse l’idea di essere anch’io un personaggio della storia e di avere il potere di stabilire la mia fine o di inventarmi una vita. L’intreccio si aggrovigliava; i personaggi divenivano sempre più riottosi. Lavoravo – se lavoro si può chiamare quella festa – molte ore al giorno, dall’alba fino alla sera. Smisi di badare a me stessa, mangiavo quando Mimì mi nutriva e andavo a dormire perché lei mi portava a letto, ma nel sonno ero sempre immersa in quell’universo novello, tenevo per mani i miei personaggi, per evitare che svanissero i delicati tratti e ritornassero nella nebulosa dei racconti che non vengono mai raccontati.
Di lì a tre settimane Mimì ritenne che era giunto il momento di tentare un uso pratico di quel delirio, prima che sparissi inghiottita dalle mie stesse parole.”

tratto da Eva Luna di Isabel Allende

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