Scoprendo Oriana Fallaci – #3 “Penelope alla guerra” (1962)

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Fedele alla mia promessa, finalmente sono riuscita a leggere il terzo libro scritto da Oriana Fallaci. E la mia opinione su questa scrittrice non fa che consolidarsi.

“Se il vecchio non ti avesse mandata, in America, prima o poi ci saresti andata da te. Da quando ti conosco non fai che parlarne: sembra tu abbia un appuntamento, laggiù. Peggio: sembri un Ulisse che va ad espugnare le mura di Troia. Ma non sei Ulisse, sei Penelope. Lo vuoi capire, sì o no? Dovresti tesser la tela, non andare alla guerra. Lo vuoi capire, sì o no, che la donna non è un uomo?”

Penelope alla guerra è il terzo libro scritto da Oriana Fallaci. Pubblicato nel 1962 da Rizzoli è in realtà il suo primo romanzo. Un romanzo che parla di disillusione nei confronti dell’amore e della vita più in generale. Perché la protagonista di questa storia, Giò, si ritrova a realizzare il suo desiderio di andare in America grazie al suo lavoro (è una scrittrice di sceneggiature cinematografiche) e l’America inizialmente si rivela essere la terra promessa che lei aveva sempre sognato. Qui ritrova Richard, un ragazzo che aveva nascosto in casa propria durante la Seconda Guerra Mondiale e di cui, ancora ragazzina, si era innamorata; trova anche un’occasione di lavoro allettante e una città, New York, nella quale lei vede una bellezza che va oltre il cemento e il rumore assordante.

“New York è un miracolo che mi sorprende ogni giorno di più: quell’americano non aveva mentito. Non si vedono statue, in quest’isola tagliata in rettangoli perpendicolari ed uguali, né cupole, né giardini. Il bosco di cemento si alza, tragico e grigio, senza una curva, una voluta bizzarra, un filo di verde. Ovunque si perde lo sguardo trovi spigoli duri, geometriche scale di ferro, cubi di sasso. Eppure tutto, in quest’assenza di grazia, ha un sapore di magia: dai grattacieli che si irrigidiscono come giganti pietrificati alla paura che ti mozza il respiro quando ti inoltri per strade che non finiscono mai, ma in fondo a ogni strada c’è uno strappo di azzurro che ti libera dalla paura. Col sole, i vetri brillano più dei diamanti. Col buio, bruciano più delle stelle. Le stelle in paragone appassiscono, la luna si spegne, e il cielo è in terra. Vorrei riuscire a dir questo nella storia che scriverò: che, qui, il cielo è in terra. E la gente come me si sente nascere una seconda volta.”

Eppure Giò si renderà presto conto che Richard non è il simbolo dell’amore, bensì di una fragilità figlia della modernità e che New York non è la terra promessa che lei immaginava, bensì una terra spietata, in cui sopravvivere il più forte, mentre per gli altri non c’è via di fuga. La verità è che al mondo si è sempre soli con le proprie sconfitte e le proprie debolezze e allora Giò decide di tornare a casa, continuando silenziosamente la propria guerra, per non essere più considerata solo una Penelope, bensì al pari di uomo.

“E non dar retta a chi dice che il destino ce lo fabbrichiamo da noi o che la Provvidenza ci protegge: non ti protegge nessuno dal momento in cui nasci e piangi perché hai visto il sole. Sei sola, sola, e quando sei ferita è inutile che tu aspetti soccorso poiché non v’è genitore o amante o fratello che possa perdere tempo per te: essi si chinano più o meno a lungo sopra di te, magari ti fasciano e ti danno da bere, ma poi riprendono irrimediabilmente la strada dove saranno a loro volta feriti. […] La vera guerra non è quella che combatti quando due potenti imbecilli hanno deciso di buttare una bomba. La vera guerra è quella che combatti nell’amore e nell’odio non comandati, soprattutto quando ritorni. Tu ritorni, Giò, col cervello ed il cuore sbranati da una ferita gravissima: ma gli altri lo ignorano perché nelle apparenze tu sei come prima. Lasciali in questa illusione. Non raccontare che sei cambiata, non raccontare la guerra che ti ha fatto cambiare. La tribù dove vivi non sa cosa farsene dei martiri e degli eroi.”

Fin dalle prima pagine ho trovato difficile allontanare questa storia dall’idea che non sia autobiografica. Perché in effetti Giò sembra proprio essere la Fallaci, per tanti modi di fare e pensieri che vengono espressi durante il romanzo. In realtà la scrittrice ci tiene a precisare che di autobiografico, nel senso stretto della parola, non c’è assolutamente niente, perché le vicende vissute da Giò non sono le sue. Semplicemente ciò che ha fatto la Fallaci è stato attingere dalla propria vita, dalle persone che conosce e dai propri pensieri per creare situazioni e personaggi.

Con questo romanzo Oriana Fallaci si impose nel panorama della narrativa italiana ottenendo un grande successo e dimostrando, giovanissima, di avere la sua da dire. E io ho amato questa storia perché ci ho visto dentro una donna, fragile un po’ come tutte le donne, che lotta per realizzare ciò in cui crede. Che sia un amore o una carriera, poco importa. E in questo, indipendentemente da ciò che è stato detto, a me sembra proprio di vederci Oriana Fallaci, una delle più importanti e celebri Penelopi ad aver affrontato la propria guerra.


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Penelope alla guerraOriana Fallaci
BUR, 276 p.
Formato Kindle          € 7,49
Copertina Rigida        € 8,50
Copertina Flessibile  € 7,49

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