#citazioni – da “Una canzone per Bobby Long” di Ronald Everett Capps

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“In un appartamento del sud della Florida, in uno squallido quartiere, una ragazza era distesa su un divano, con lo sguardo fisso su un televisore, senza grande interesse. Aveva sedici anni e indossava soltanto delle sottili mutandine bianche e una maglietta. Si accese una sigaretta con quella che aveva appena finito di fumare fino al filtro, dopodiché schiacciò il mozzicone in un posacenere che le stava accanto. L’appartamento vantava un mobilio ridotto all’osso e si sarebbe detto he nessuno si curasse molto della sua disposizione. I vestiti erano sparpagliati ovunque, insieme a lattine di birra, confezioni vuote di qualche fast food e rivisto. Il puzzo di sudore, fumo di sigarette, benzina e lubrificante saturava le stanze.
I capelli biondo sabbia della ragazza, Hanna, cadevano flosci sulle sue spalle. Gli occhi verdi spuntavano compiaciuti dalla spruzzata di timide lentiggini che le copriva il naso. Labbra carnose su denti bianchi. I seni erano visibili sotto la maglietta e qualche peletto biondo le spuntava sulle cosce là dove il rasoio si era arrestato.
Il giovano aiuto-meccanico che sostanzialmente la manteneva sarebbe presto tornato a casa, con ogni probabilità le avrebbe lanciato il cappellino da baseball tutto sudato contro l’inguine, grattandosi la pancia e dicendole qualcosa di volgare, prima di avvicinarsi al frigorifero. Più tardi, probabilmente, sarebbero andati a bere una birra in qualche bar e lei sarebbe rimasta a guardarlo giocare ai videogiochi. Tornati all’appartamento, gli avrebbe permesso di strusciarsi su di lei in cambio della sua quota d’affitto e del modesto vitto. Una volta che lui se ne fosse andato a dormire, sarebbe rimasta nell’oscurità a immaginare di essere qualcosa di diverso da ciò che era – magari una specialista dei raggi-X con tanto di camice bianco, oppure una segretaria dietro la scrivania in un bell’ufficio – e, forse, avrebbe anche finto di poter decidere che direzione dare alla sua vita. Non potevano certo accusarla di fare sogni stravaganti.
La ragazzina era cresciuta insieme alla nonna, dato che sua madre non era praticamente mai entrata nella sua vita: si era limitata a frequentare un’ampia gamma di uomini spregevoli e di cliniche per malati mentali, questo almeno per buona parte dell’infanzia della bambina. Quando Hanna era diventata un’adolescente, sua nonna aveva dimostrato di avere scarso interesse e scarso controllo sulla sua vita. A quel punto, la ragazza aveva imparato parecchio sull’autosufficienza e si era messa a passare lontano da scuola lo stesso tempo che passava a scuola. Se aveva un qualche talento, doveva certo essere nell’arte della sopravvivenza. I sogni erano stati i suoi migliori amici fino a quando, di recente, aveva iniziato ad accettare la semplice verità e a vedere se stessa come immaginava che fosse sua madre.”

da  Una canzone per Bobby Long di Ronald Everett Capps

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