#citazioni – un racconto tratto dal romanzo “Eva Luna racconta” di Isabel Allende

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Eva Luna racconta è una continua sorpresa e allora, in attesa di postare la mia recensione, ho deciso di condividere con voi un racconto che mi ha particolarmente colpita. Parla di amore e di eternità, di due persone che attraversano una vita mano nella mano, fino all’ultimo respiro. Perché tutti pensiamo alla vita, ma pochi alla fine. E quella fine, prima o poi, per quando non ci pensiamo, arriva sempre. Questo racconto ha la capacità di essere leggero e dolce, ma al tempo stesso profondo e un pò triste. Spero vi piaccia quanto è piaciuto a me.

“Ci sono storie d’ogni genere. Alcune nascono quando vengono raccontare, la loro sostanza è il linguaggio, e prima che qualcuno le metta in parole sono appena un’emozione, un capriccio della mente, un’immagine o una intangibile reminiscenza. Altre si presentano complete, come mele, e si possono ripetere all’infinito senza rischiare di alterarne il senso. Ne esistono prese dalla realtà e lavorate dall’ispirazione, mentre altre nascono da un istante di ispirazione e diventano realtà nell’essere narrate. E vi sono storie segrete che rimangono nascoste fra le ombre della memoria, sono come organismi viventi, ne spuntano radici, tentacoli, si riempiono di escrescenze e di parassiti e col tempo si trasformano in sostanza d’incubi. A volte per esorcizzare i demoni di un ricordo è necessario narrarlo come storia.
Ana e Roberto Blaum invecchiarono insieme, talmente uniti che con gli anni finirono per sembrare fratelli; avevano entrambi la stessa espressione di benevola sorpresa, uguali rughe, gesticolazioni, curvatura delle spalle; erano ambedue segnati da abitudini e desideri simili. Avevano condiviso ogni giornata per la maggior parte della loro vita, e da tanto tenersi per mano e dormire abbracciati potevano mettersi d’accordo per incontrarsi nello stesso sogno. Non si erano mai separati da quando si erano conosciuti, mezzo secolo prima. A quei tempi Roberto studiava medicina e aveva già la passione che determinò la sua esistenza, lavare il mondo e redimere il prossimo, e Ana era una di quelle giovani virginale capaci di abbellire ogni cosa col loro candore. Si scoprirono grazie alla musica. Lei era violinista in una orchestra da camera, e lui, che proveniva da una famiglia di virtuosi e amava suonare il piano, non perdeva un solo concerto. Vide sul palcoscenico quella ragazza che indossava un abito di velluto nero e un colletto di pizzo e suonava il suo strumento con gli occhi chiusi, e si innamorò di lei a distanza. Passarono mesi prima che si azzardasse a parlarle, e quando lo fece bastarono quattro frasi perché ambedue comprendessero di essere destinati un’unione perfetta. La guerra li sorprese prima che riuscissero a sposarsi, e come migliaia di ebrei allucinati dal terrore delle persecuzioni dovettero fuggire dall’Europa. Si imbarcarono in un porto olandese, unico bagaglio gli abiti che avevano addosso, alcuni libri di Roberto e il violino di Ana. La nave andò per due anni alla deriva, senza poter attraccare a nessun molo, perché le nazioni dell’emisfero non vollero accettare il suo carico di rifugiati. Dopo aver vagato per diversi mari toccò le coste dei Caraibi. Ormai lo scafo era come un cavolfiore di molluschi e licheni, l’umidità trasudava all’interno in un gocciolio continuo, le macchine erano diventate verdi e tutti i marinai e i passeggeri – tranne Ana e Roberto difesi contro la disperazione dall’illusione dell’amore – erano invecchiati di duecento anni. Il capitano, rassegnato all’idea di continuare a navigare in eterno, sostò con la sua carcassa di transatlantico in un gomito della baia, di fronte a una spiaggia dalle sabbie fosforescenti e dalle palme snelle coronate di piume, affinché i marinai scendessero nottetempo a procurarsi acqua dolce per i serbatoi. Ma non andarono oltre. […] Durante la notte tutti gli abitanti di quella nave sventurata scesero nelle scialuppe, calcarono le sabbie calde di quel paese il cui nome riuscivano appena a pronunciare e si persero addentrandosi nella voluttuosa vegetazione, pronti a tagliarsi la barba, a spogliarsi dei loro cenci ammuffiti e a scuotersi di dosso i venti oceanici che gli avevano indurito l’anima.
Così Ana e Roberto Blaum iniziarono il loro destino di immigranti, prima lavorando come operai per sopravvivere; e più tardi, quando impararono le regole di quella società volubile, misero radici e lui potrà terminare gli studi di medicina interrotti dalla guerra. Si cibavano di banane e caffè e vivevano in un’umile pensione, in una stanza minuscola la cui finestra incorniciava un lampione stradale. Di notte Roberto approfittava di quella luce per studiare e Ana per cucire. Finiti i loro compiti lui si sedeva a guardare le stelle sopra i tetti vicini, e lei gli suonava al suo violino antiche melodie, abitudine che conservarono come maniera di chiudere la giornata. […] La sorte li cambiò, ma essi mantennero il loro atteggiamento di estrema modestia, perché non riuscirono a cancellare le impronte delle passate sofferenze, né riuscirono a liberarsi della sensazione di precarietà propria dell’esilio. Avevano entrambi la stessa statura, gli occhi chiari e la corporatura robusta. Roberto aveva un’aria da scienziato, una chioma disordinata gli coronava le orecchie, portava lenti spesse con una montatura rotonda di tartaruga, indossava sempre un abito grigio che sostituiva con un altro uguale quando Ana rinunciava a rammendare per l’ennesima volta i polsini, e si appoggiava a una canna di bambù che un amico gli aveva portato dall’India. Era un uomo di poche parole, preciso nel parlare come in tutto il resto, ma aveva un delicato senso dell’umorismo che addolciva il peso delle sue conoscenze. I suoi allievi dovevano ricordarlo come il più buono dei professori. Ana aveva un carattere allegro e fiducioso, era incapace di immaginare la malvagità altrui e perciò ne risultava immune. Roberto riconosceva che sua moglie era dotata di un ammirevole senso pratico, e fin dall’inizio delegò a lei le decisioni importanti e l’amministrazione del denaro. Ana curava il marito con vezzeggiamenti da madre, gli tagliava i capelli e le unghie, badava alla sua salute, al suo cibo e al suo sonno, era sempre a portata di voce. Talmente indispensabile risultava a entrambi la compagnia dell’altro che Ana rinunciò alla sua vocazione musicale perché l’avrebbe costretta a viaggiare spesso, e suonava il violino solo nell’intimità della casa. Prese l’abitudine di andare con Roberto di sera all’obitorio o alla biblioteca dell’università, dove lui si immergeva nelle sue ricerche per ore. Amavano entrambi la solitudine il silenzio degli edifici chiusi.
[…] Io li conobbi alla fine degli anni Sessanta […]. A poco a poco intrecciammo una solida amicizia. I Blaum non avevano figli e credo ne sentissero la mancanza, perché col tempo mi trattarono come se io lo fossi. […]
I successi di Roberto Blaum erano iniziati presto, malgrado il ritardo che la guerra aveva imposto alla sua carriera. A un’età in cui altri medici cominciavano a praticare la sala operatoria, lui aveva già pubblicato alcuni saggi notevoli, ma la sua notorietà ebbe inizio con la pubblicazione del suo libro sul diritto a una morte serena. […]
Il nome di Blaum fu di nuovo sulle labbra di tutti quando venne pubblicato il suo ultimo libro, che non solo scosse la scienza tradizionale ma provocò una valanga di illusioni in tutti il paese. Nella sua lunga esperienza negli ospedali Roberto aveva curato innumerevoli malati di cancro, e osservato che mentre alcuni venivano sconfitti dalla morte, con lo stesso trattamento altri sopravvivevano. Nel suo libro Roberto tentava di dimostrare il rapporto tra il cancro e lo stato d’animo, e assicurava che la tristezza e la solitudine facilitano la moltiplicazione delle cellule fatali, perché quando il malato è depresso le difese del corpo si abbassano; invece se ha buone ragioni per vivere il suo organismo lotta senza tregua contro il male. […]
Roberto era costernato dalle dimensioni dello scandalo, ma Ana gli ricordò quanto era accaduto prima e lo convinse che era questione di sedersi ed aspettare un poco, perché la bolla di sapone non sarebbe durata molto. Così accadde. I Blaum non erano in città quando il clamore si sgonfiò. Roberto si era ritirato dal suo incarico all’ospedale e all’università, col pretesto che era stanco e ormai aveva l’età per fare una vita più tranquilla. […] Mi disse che aveva bisogno di silenzio, perché voleva scrivere un altro libro, e lo aiutai a cercare un luogo appartato in cui rifugiarsi. Trovammo un’abitazione a La Colonia, uno strano villaggio incastonato su un monte tropicale, replica di qualche paesello bavarese dell’Ottocento, un delirio architettonico di case e di legno dipinto, orologio a cucù, vasi di gerani e insegne in caratteri gotici, abitato da una razza di gente bionda con gli stessi abiti tirolesi e le stesse guance rubiconde che avevano portato l’ i bisnonni quando emigrarono dalla Foresta Nera. Benché La Colonia fosse già allora l’attrazione turistica che è oggi, Roberto poté affittare una villa isolata dove non arrivava il traffico del fine settimana. […]
Quando Roberto Blaum mi chiamò per l’ultima volta non lo vedevo da un anno. Parlavo pochissimo con lui, ma facevo lunghe chiacchierate con Ana. Io le davo notizie del mondo e lei mi raccontava del suo passato, che sembrava diventasse sempre più vivido per lei, come se tutti i ricordi di un tempo facessero parte del suo presente nel silenzio che ora la circondava. A volte mi faceva pervenire con mezzi diversi biscotti d’avena che sfornava per me e sacchetti di lavanda per profumare gli armadi. Negli ultimi mesi mi mandava anche delicati regali: un fazzoletto che le aveva dato il marito molti anni prima, fotografie della sua giovinezza, un fermaglio antico. Suppongo che questo, oltre al desiderio di tenermi lontana e al fatto che Roberto evitava di parlare del libro in preparazione, avrebbe dovuto darmi la chiave, ma in realtà non immaginai quello che stava succedendo in quella casa fra i monti. Più tardi, quando lessi il diario di Ana, mi resi conto che Roberto non aveva scritto una sola riga. Per tutto quel tempo si era dedicato completamente ad amare sua moglie, ma questo non riuscì a deviare il corso degli eventi.
[…] Quel giorno c’erano nubi intrappolate fra le colline e il paesaggio sembrava di cotone. Salendo l’aria rinfrescò, e sentii il temporale sospeso nella nebbia, come il clima di una’altra latitudine. […] La loro casa era simile a tutte le altre, di legno scuro, con grondaie intagliate e finestre con tendine di pizzo; davanti fioriva un giardino ben curato e dietro si stendeva un piccolo orto di fragole. […]
Salii la scala dell’attico, dove c’era la camera da letto principale, un’ampia stanza dall’alto soffitto di travi rustiche, carta da parati stinta e mobili ordinari di vago stile provenzale. Un abat-jour illuminava il letto sul quale giaceva Ana, con il vestito di seta blu e la collana di coralli che tante volte le avevo visto portare. Aveva nella morte la stessa espressione di innocenza che si vede nella foto del suo matrimonio, scattata tanto tempo prima, quando il comandante della nave la sposò a Roberto a settanta miglia dalla costa, in quello splendido pomeriggio i cui i pesci volanti erano usciti dal mare per annunciare ai rifugiati che la terra promessa era vicina. […]
Sul comodino, accanto a un ricamo incompiuto e al diario di Ana, trovai un biglietto di Roberto per me, in cui mi chiedeva di pendermi cura del cane e di seppellirli nella stessa bara nel cimitero di quel villaggio da favola. Avevano deciso di morire insieme, perché lei aveva il cancro all’ultimo stadio e preferivano fare un’altra tappa mano nella mano, come avevano sempre fatto, perché nell’istante fugace in cui lo spirito si distacca non corressero il rischio di perdersi in qualche recesso del vasto universo.
Perlustrai la casa in cerca di Roberto. Lo trovai in una piccola stanza dietro la cucina, dove aveva il suo studio, seduto davanti a una scrivania di legno chiaro con la testa fra e mani, singhiozzante.. Sul tavolo c’era la siringa con cui aveva iniettato il veleno alla moglie, ora con la dose destinata a lui. Gli accarezzai la nuca, alzò gli occhi e mi guardò a lungo. Suppongo che avesse voluto evitare ad Ana le sofferenze in modo che nulla alterasse la serenità di quell’istante; pulì la casa, mise i fiori nei vasi, vestì e pettinò la moglie, e quando tutto fu pronto le fece l’iniezione. Consolandola con la promessa che pochi minuti dopo si sarebbe riunito a lei, si stese al suo fianco e l’abbracciò finché fu certo che non viveva più. Riempì di nuovo la siringa, si arrotolò la manica della camicia e cercò la vena, ma le cose non andarono come le aveva programmate. Allora mi chiamò.
«Non posso farlo, Eva. Solo a te posso chiederlo… Per favore, aiutami a morire.»

tratto da Eva Luna racconta di Isabel Allende

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