“Non avevo capito niente” di Diego De Silva

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Non avevo capito niente è il secondo romanzo che ho letto dell’edizione speciale #ioleggoperché. A differenza di Una canzone per Bobby Long, che mi ha conquistata nonostante i tentennamenti iniziali, questa volta proprio no: non ci ho capito niente.

“Perché si va a passeggio alla fine di un amore:
a) Perché non si riesce a stare fermi.
b) Perché fare capa e muro con la realtà senza stare a perdere tempo.
c) Per andare a comprare una camicia, un accendigas, o qualsiasi altro oggetto che al momento non serva.
d) Perché con le lenti nuove è meglio abituarsi a vedere subito.
e) Per innamorarsi.
f) Per commiserarsi.
g) Perché, visto che soffrire devi soffrire, almeno non ti fai venire a prendere a casa (a me, lo sconforto mi ha trovato in n centro commerciale, mentre guardavo il prezzo di un televisore a cristalli liquidi).

Io non lo so perché succede. Però succede. Provate a farvi lascia dalla persona che amate, e ditemi se non vi viene voglia di fare un po’ di turismo nella vostra città, diciamo per una mezz’oretta. E’ lo shopping della disperazione, che spinge a investire su mercati inesistenti. Perché  è chiaro che quando non hai alternative cominci a travisare la realtà disponibile.”

Non avevo capito niente  è un romanzo di Diego De Silva pubblicato da Einaudi nel 2007. Il protagonista, nonché narratore di questa storia è Vincenzo Malinconico, un avvocato napoletano quarantenne, separato, con due figli, una carriera che proprio non va bene, un ufficio condiviso e una casa arredata Ikea. In realtà la cosa assurda di questo romanzo è che non ha una vera e propria trama. Nel senso che accadono cose che apparentemente non hanno un nesso l’una con l’altra. E’ come se il romanzo fosse una finestra sulla vita e sui problemi dell’Avvocato Malinconico, grazie alla quale vengono trattati diversi temi molto importanti, come la camorra, le relazioni amorose e con i figli, le difficoltà di vivere in una città come Napoli, con un humor che rende il tutto più leggero. Il problema di fondo è che la narrazione è piena di digressioni che confondono il lettore, perché spesso non hanno nulla a che vedere con la vicenda che Malinconico stava raccontando. Vi faccio un esempio: un intero capitolo è dedicato al cantante Gilbert O’Sullivan. Perché? Solo perché nel capito precedente è stato “citato”, ma di fatto non c’entra un bel niente con la storia. Ma d’altronde, già dal titolo e dalle prime pagine avrei dovuto capito a cosa stavo andando incontro.

“Il fatto è che io sono un narratore incoerente. Non si può fare affidamento su di me. M’interessano troppo le chiacchiere incidentali che ti portano da un’altra parte. Quando racconto, sono come uno che cerca una bolletta nel cassetto delle ricevute. Prima tasto un po’, tanto per prendere confidenza con il materiale organico, poi pesco a casaccio, sperando di prenderci. Ovviamente non prendo, e comincio a raspare. Mescolo. M’incanto. Faccio mucchietti. Scopro bollette che non c’entrano e ci penso sopra. Guardo la data stampigliata su una ricevuta di ritorno, riconosco la calligrafia di quand’ero più giovane (avete notato come mostrano gli anni, le calligrafie?) e cerco di ricordarmi dov’ero e cosa stavo facendo quando l’ho spedita. Se stavo meglio o peggio. Se mio figlio era già nato. Che odore aveva casa nostra. Chi erano i miei amici. Mi piace rivedermi negli avvisi di ricevimento. Penso che siamo più attendibili delle foto.
Tutto questo per dire che ho una cattiva tenuta di strada dei pensieri. Infatti credo che la mia patologia, in fondo, non sia altro che un saltuario collasso di questa inclinazione naturale. Mi prendo parecchie scappatelle dai discorsi che faccio, ecco. E non è nemmeno che perdo il filo, anzi. Anche quando il troppo si aggroviglia un po’ filo.”

Ora avete capito? Ecco. Immaginate 249 pagine scritte in questo modo, e anche peggio. In questo tipo di narrazione sconnessa sta tutta la mia difficoltà nel seguire la storia, anche se questa non è per niente male.

Mi dispiace bocciare questo romanzo, ma devo dire che non mi ha proprio convita. I bei spunti di riflessioni e i temi trattati anche se veramente interessanti per me sono stati eclissati da questo tipo di narrazione che mi ha dato l’impressione di stare dentro il cervello di una persona: il problema è che la persona in questione, Vincenzo Malinconico, è una persona veramente molto confusa.

“Per strada penso: non avevo capito niente.
Ho 42 anni, due figli, vivo da solo, mia moglie mi ha lasciato per un architetto, l’ho aspettata tanto, adesso che mi rivuole non la voglio; guadagno poco, non ho fatto carriera; e non mi fa più male, tutto questo.”

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Grazie a #ioleggoperché per questa edizione speciale.


_MG_0055 copiaNon avevo capito niente Diego De Silva
Einaudi, 309 p.
Formato KIndle          € 6,99
Copertina Rigida        € 6,99
Copertina Flessibile  € 9,78

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