#citazioni – da “Il corvo” di Kader Abdolah

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“Fu ancora una volta lo zio Jalal a imprimere una svolta alla mia vita. In una delle nostre conversazioni mi disse: «Fà un viaggio a Isfahan prima di prendere seriamente la penna in mano.»
Gli chiesi perché.
«Lo scoprirai da solo.»
Fino ad allora lo zio Jalal aveva sempre avuto ragione. Andai a Isfahan.
Tutti devono vedere Isfahan. Chi la vede, poi dice a se stesso: questa città mi appartiene. E’ qui che voglio rimanere.
C’è qualcosa di strano nell’aria, un senso di temporalità. Hai come l’impressione di aver lasciato lì un giorno una parte di te.
Tutto ti fa impazzire: la sua misteriosa bellezza, le moschee azzurre, le vecchie piazze, lo storico fiume Zayandeh-Rud che l’attraversa con il suo incanto, l’antico ponte Si-o-se, che collega le due parti della città come una poesia pietrificata di tempi immemori.
Zio Jalal, che capiva quanto mi fossi quasi smarrito nel pensiero russo, voleva richiamarmi alle mie origini culturali. A Isfahan ti innamori all’istante e senti l’urgenza di parlare di quella meraviglia. Ma non puoi dire a una moschea azzurra: «Oh, come sei bella.»
Hai bisogno di una donna, di una fanciulla di Isfahan per poterle dire: «Oh, come sei bella. Non posso sopportare la tua bellezza.»
Ero solo e sperduto nella moschea azzurra quando la vidi. Il suo volto misterioso era coperto da un cado nero. Dalla spalle le pendeva una cartella.
Mi innamorai di lei a prima vista. I suoi occhi scuri mi diedero il permesso di seguirla, strada per strada, vicolo per vicolo. Si voltò una sola volta a guardare.
Arrivammo a una casa con un grande portone, sembrava un castello.
Come una principessa dalle antiche fiabe, entrò nel castello, si voltò a guardare un’ultima volta e sparì.
Pensavo che fosse tutto finito e che dovessi tornarmene sui miei passi, quando al piano di sopra si scostò una tenda. La finestra si aprì. Si era sciolta il chador. Guardò fuori, con i lunghi capelli che le scendevano oltre il davanzale. Mi regalò un sorriso.
Quella fanciulla era la figlia di un mercante di tappeti molto tradizionale del bazar di Isfahan. restammo in contatto per quattro anni, senza mai riuscire a parlare tranquillamente tra noi. Lei era giovane e io un forestiero.
[…] Erano gli anni della lotta, l’amore era proibito, ma le scrivevo regolarmente, lunghe lettere, anche di venticinque pagine a volte. In realtà scrissi un libro intero per lei, anche se non potevo spedirle i testi per posta. Temeva che suo padre venisse a saperlo. Così le portavo le lettere di persona.
Le tenevo fino a quando non resistevo più, dopo di che prendevo l’autobus notturno che arrivava a Isfahan alle sette del mattino. Poi andavo a piedi a casa sua. Aspettavo sotto il vecchio albero all’incrocio fino alle otto meno un quarto, l’ora in cui lei usciva per andare a scuola.
Tutti i giorni lei andava sotto il vecchio albero per vedere se c’era il suo ammiratore.
Quando mi passava accanto, si copriva il sorriso con il cado. Io la seguivo, facendo in modo che sentisse appena i miei passi. In un vicolo deserto, dove poteva sussurrarmi un veloce «salam», riuscivo a consegnare le mie lettere, i miei testi, i miei racconti. Poi continuavo a scortarla fino a scuola.
[…] E così andò avanti per quattro anni. Le scrivevo, scrivevo per lei, scrivevo pile di racconti per lei. Mia unica lettrice.
Poi in patria scoppiò la rivoluzione e il movimento di sinistra ambiva alla sua parte di potere. Si occuparono le caserme, si portarono via fucili, si incendiarono le banche americane, migliaia di persone scesero in strada a manifestare, lo scià fuggì e i generali seguirono il suo esempio, gli agenti della CIA scomparvero. Milioni di persone andarono all’aeroporto per dare il benvenuto alla guida spirituale, l’ayatollah Khomeini. Non c’era posto per l’amore. Ma io continuai ad andare a Isfahan.
L’ultima volta che vi andai, le scuole erano chiuse per gli scioperi. De volevo vederla dovevo andare a casa sua, ma non era permesso bussare alla porta di una famiglia solo per vedere la figlia della casa. Se lo facevo, dovevo chiedere ufficialmente la sua mano, ma non ero ancora pronto a quel passo. Ce ne voleva ancora del tempo prima che mi sentissi in grado di diventare marito di una donna o il genero di una famiglia. e così me ne tornai a casa.
Più tardi, quando i sacerdoti conquistarono il potere e noi militanti della sinistra restammo a mani vuote, presi di nuovo l’autobus notturno. Ci avevo riflettuto molto. Adesso ero un giovane adulto e lei non era più una ragazzina, era una giovane donna. Inoltre c’era stata una rivoluzione, non era più opportuno che la incontrassi di nascosto per strada. Il giardiniere, che era al corrente del nostro segreto, aprì il portone lasciandolo appositamente socchiuso e tornò di corsa in giardino. Mi ritrovai davanti a una donna avvolta in un cadrà nero. La conoscevo, e al tempo stesso non la conoscevo. Era diventata una giovane signora, era come se fosse la donna di un altro. Non sorrise, non corse di sopra. Tenne sempre il volto coperto dal cado.
Pareva il monumento di un’epoca passata.
Aveva assolto il suo compito, mi aveva spinto a scrivere. Ora dovevo proseguire da solo.

tratto da Il corvo di Kader Abdolah

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