#citazioni – da “Il dolore perfetto” di Ugo Riccarelli

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“Dopo l’abbraccio che aveva segnato il loro amore, di notte, di fronte al cancello di casa, la febbre spagnola e la morte li avevano costretti a restare lontano per il tempo necessario a seppellire i corpi dei loro cari e a cercare di riprendere confidenza con la vita.
Se Cafiero fu aiutato, in questo, dalla strada che Libertà gli aveva aperto verso Ideale, l’Annina si trovò all’improvviso a rendersi conto dell’impossibilità di affrontare il peso delle storie che ormai popolavano il Prataio abbracciata soltanto al calore di una caldaia di ghisa. Corse così alla stalla, montò a cavallo e se n’andò in mezzo al buio a cercare un altro abbraccio, un altro calore.
Dal canto suo, quella notte anche Cafiero non dormì. Tornato dal lavoro, s’era coricato stanco nel corpo, ma senza riuscire a prendere sonno nella mente. Le persone e le situazioni fatte rivivere dalle parole di Libertà erano ancora nella sua stanza e continuavano a parlargli, a sedersi accanto al letto, a ridere, a discorrere appoggiate alla finestra che guardava verso la pianura.
Troppo vicine. Troppo presenti, così come vicina e presente era la morte che aveva abitato quella stessa casa. Forte, lacerante, così grave da poterne sentire ancora il peso sulle spalle, come una mano che lo trattenesse a terra, lo ancorasse al passato senza lasciarlo correre liberamente in avanti, là dove vedeva l’affetto nuovo per Ideale e sentiva il corpo minuto dell’Annina stretto tra le sue braccia.
Fu mentre si abbandonava a questa malinconia che sul selciato di fronte alla casa udì il passo di un cavallo. La notte era fonda, e nel silenzio assoluto i colpi degli zoccoli si mischiarono ai suoi pensieri e gli parvero gli spari che avevano ucciso il Maestro sulla sabbia di Milano.
Così si alzò, andò all’armadio, prese la vecchia doppietta di Fosco Bartoli e si precipitò alla porta pronto ad affrontare i soldati del Re. Quando aprì, si trovò invece di fronte l’Annina, ferma sul cavallo che montava a pelo, così com’era abituata a fare fin da bambina.
Nella luce fioca la vide dritta davanti a sé, con i capelli ancora scarmigliati per la corsa, e gli sembrò un monumento, una statua di Michelangelo, l’opera di uno scultore folle e sublime.
E l’Annina un monumento lo sembrava davvero: era immobile, rapita dall’amore. Lo guardava dritto negli occhi mentre cercava di capire quali parole dovesse usare per raccontargli tutta la sua disperazione e tutto il suo desiderio. Le vennero in mente le storie di Sole, e poi la passione del Mero per la caldaia. Avrebbe voluto parlargli dello sguardo di sua madre fisso sul colle dei cipressi e dei berci disperati dell’Ulisse di fronte al suo balcone. Avrebbe voluto dirgli dei mercati, delle ore passate a guardare i maiali, delle strette di mano tra gli uomini e di come si tratta una scrofa di duecento chili. Pensò di raccontargli della tomba della Mena, delle preghiere e delle filastrocche che questa le aveva insegnato. Del perché si deve parlare alle lumache prima di San Martino e di come dalle ragnatele si possa capire se pioverà o se invece è tempo di raccolto. Ebbe la tentazione di spiegargli il profumo dell’alba o descrivergli il modo in cui rimbalza sui muri del Prataio il rumore del treno quando passa sulla ferrovia. Avrebbe desiderato gridargli di come aveva visto tremare di febbre il piccolo Anchise e della morte che le faceva paura, e della nebbia che non le piaceva, e del tempo che non capiva, e di suo fratello che le mancava e tanto altro per cui ora non trovava le parole, ma lo vide di fronte a sé, fermo, col fucile in mano, perso anche lui in un tempo che se non fosse riuscita a fermare in quel preciso istante non avrebbe mai avuto fine, e allora capì di aver bisogno di almeno tutta la vita per spiegargli anche soltanto una delle infinite cose che aveva da dirgli.
Così, tirò un lungo respiro e gli disse semplicemente:
«Voglio che ci sposiamo, Nocciolino.»
Cafiero le sorrise. Un’ondata di calore lo accarezzò, e lui si lasciò scaldare ogni centimetro di pelle, lasciò che quel benefico respiro si intrufolasse a sciogliere la malinconia che l’aveva assalito durante la notte, fece in modo che lo riempisse, lo possedesse completamente e senza fretta.
«Quando?» le disse, poi.
L’Annina rispose:
«Appena posi la doppietta».”

tratto da Il dolore perfetto di Ugo Riccarelli

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