#citazioni – da “L’isola del tesoro” di  Robert Louis Stevenson

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A quella vista mi fermai di nuovo.
– Chi siete? – gli chiesi.
– Ben Gunn – rispose, e la sua voce risuonò roca e stridula, come una serratura arruginita. – Il povero Ben Gunn, ecco chi sono; e non parlo con un cristiano da tre anni.
Mi accorsi allora che era un bianco come me, e che aveva persino lineamenti gradevoli. La pelle, in tutte le parti esposte, era bruciata dal sole; finanche le labbra si erano scurite, e gli occhi chiari parevano quasi scintillare in quel volto così scuro. Di tutti i pezzenti che io avessi mai visto o immaginato, lui era il più cencioso in assoluto. Era vestito con brandelli di vecchie vele e di stoffa da marinaio; questa straordinaria composizione era tenuta insieme da un sistema di legature incredibilmente varie e insusuali; bottoni di ottone, rametti e pzzi fi corda incatramata. Intorno alla vita portava una vecchia cintura di cuoio con la fibbia di ottone, che era l’unica cosa integra di tutto il suo equipaggiamento.
– Tre anni! – esclamai. – Siete naufragato?
– No, amico – disse; – abbandonato sull’isola.
Avevo sentito parlare di quell’orribile punizione, e sapevo che era piuttosto diffusa tra i pirati: il colpevole veniva abbandonato su un’isola deserta e sperduta con un pò di polvere e pallini.
– Abbandonato tre anni fa – continuò, – e da allora ho vissuto di capre, bacche e ostriche. Un uomo, dico io, se la può cavare da solo dovunque si trova. Ma darei qualsiasi cosa per avere del cibo cristiano, amico. Non è che per caso hai formaggio con te? No? Ah, quante notti ho sognato il formaggio… abbrustolito, specialmente… e quando mi risvegliavo ero qui.
– Se mai riuscirò a tornare a bordo – dissi – avrete formaggio a volontà.
Per tutto questo tempo aveva continuato a palpami la stoffa della giacca, ad accarezzarmi le mani, a guardarmi gli stivali e, durante le pause del suo discorso, a manifestare un piacere infantile per la presenza di un essere umano. Ma a queste mie ultime parole si fece più interessato, mostrando una sorta di malizioso stupore.
– Se mai riuscirai a tornare a bordo, hai detto? – ripeté. – E perché, chi te lo impedisce?
– Voi no di certo – fu la mia risposta.
– Su questo non ti sbagli – gridò. – Ora, dimmi… come ti chiami, amico?
– Jim – risposi.
– Jim… Jim – ripeté lui, apparentemente compiaciuto. – Bè, Jim, ho avuto una vita talmente dura che ti vergogneresti a sentirla raccontare. Per esempio, ci crederesti che ho avuto una madre devota… a vedermi così? – domandò.
– Ebbene, no, non particolarmente – risposi.
– E invece ce l’avevo – disse, – e molto devota. E anch’io ero un ragazzo devoto ed educato, e sapevo snocciolare il catechismo così velocemente che non avresti potuto distinguere una parola dall’altra. Ed ecco come è finita, Jim, ed è cominciata con il gioco delle monetine su quelle benedette lapidi! E’ così che è cominciata, ma poi sono andato molto più in là; mia madre me lo diceva… aveva previsto tutto, quella santa donna! Ma è stata la provvidenza a portarmi qui. Ho ripensato a tutto, in quest’isola deserta, e sono tornato alla fede. Non mi vedrete più toccare rum; soltanto un goccetto di buon augurio, quello sì, alla prima occasione che mi capita. Mi sono ripromesso di comportarmi bene, e so come fare. E poi, Jim… – aggiunse, guardandosi intorno e riducendo la sua voce a sussurro, – io sono ricco.
Allora ebbi la certezza che il poveretto in quell’isolamento fosse impazzito, e probabilmente il mio viso lasciò trapelare questa mia impressione, perché ripeté con foga:
– Ricco! Ricco, ti dico. E ti dirò un’altra cosa: farò di te un vero uomo, Jim. Ah, Jim, benedirai la tua stella, tu, per essere stato quello che mi ha trovato!
Improvvisamente un’ombra gli calò sul volto, e stringendomi la mano ancora più forte, alzò minaccioso l’indice davanti ai miei occhi.
– Adesso, Jim, dimmi la verità: non è la nave di Flint quella? – chiese.
Ebbi allora una felice ispirazione. Cominciai a credere di aver trovato una alleato, e subito gli risposi.
– Quella non è la nave di Flint, e Flint è morto; ma vi dirò la verità, come mi avete chiesto di fare: a bordo ci sono alcuni dei marinai di Flint, il peggio che ci potesse capitare.
– Non ci sarà moca un uomo con… una gamba sola? – ansimò.
– Silver? – chiesi.
– Sì, Silver – disse; – proprio lui!
– E’ il cuoco, ed è anche il capobanda.
Continuava a tenermi il polso, e udendo quelle parole me lo torse.
– Se è Long John che ti manda – disse, – per me è la fine, lo so. Ma lo capisci in che guaio ti sei cacciato?
In un attimo presi la mia decisione, e in risposta gli raccontai per filo e per segno del nostro viaggio e della brutta situazione in cui ci trovammo. Mi ascoltò col più vivo interesse, e quando ebbi finito mi diede un colpetto sul capo.
– Sei un bravo ragazzo, Jim – disse, – e vi siete ficcati tutti in bel pasticcio, dico bene? Tu, però, fidati di ben Gunn; Ben Gunn è l’uomo che ci vuole.[…]
– Adesso ti dirò una cosa – continuò. – Ti dirò una cosa, una soltanto. Ero sulla nave di Flint quando ha sepolto il tesoro, lui e altri sei… sei marinai belli robusti. Rimasero a terra quasi una settimana, e noi a bordo del vecchio “Walrus”. Un bel giorno giunse il segnale, e il vecchio Flint arriva da solo in una barchetta, con la testa avvolta in uno scialle blu. Il sole stava spuntando, e lui, a prua, pareva di un pallore mortale. Ma era lì, bada, e gli altri sei, tutti morti… morti e sepolti. Come avesse fatto, nessuno di noi a bordo seppe spiegarselo. Doveva esserci stata una lotta, poi l’omicidio, e la morte immediata: lui contro sei. Billy Bones era il secondo; Long John, lui era quartiermastro; e loro gli chiesero dov’era il tesoro. E lui: ” Ah, se vi fa piacere, potete scendere a terra e rimanerci” disse; “ma quanto alla nave, ha ancora molta strada da fare, per tutti i fulmini!. Disse così.
– Bè, tre anni fa mi trovavo su un’altra nave, e avvistammo quest’isola. “Ragazzi” dico, “qui c’è il tesoro di Flint: scendiamo a terra e cerchiamolo.” Al capitano la cosa non andava a genio, ma i miei compagni furono tutti d’accordo; così scendemmo a terra. Per dodici giorni lo cercarono, e ogni giorno me ne dicevano di tutti i colori; finché un bel mattino tutti i marinai salirono a bordo. “E adesso, Benjamin Gunn, eccoti un moschetto” dicono, “una vanga e un piccone. Puoi restare qui a cercare il danaro di Flint per conto tuo”, dicono.
– Bene, Jim, tre anni sono rimasto qui, e da quel giorno neanche un po’ di cibo cristiano. […]

tratto da L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson

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