“Castelli di rabbia” di Alessandro Baricco

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Chissà perché, ma non avevo mai considerato di leggere questo romanzo. Poi, un giorno, ho comprato un quaderno e ho iniziato a scriverci su gli autori che avrei voluto leggere. In questa lista è comparso anche Alessandro Baricco e quindi ora eccomi qui, con Castelli di rabbia tra le mani e mille storie nella testa.

 Allora, solo allora, Jun Rail sollevò il capo dallo scrittoio e girò lo sguardo verso la porta chiusa. Jun Rail. Il volto di Jun Rail. Quando le donne di Quinnipak si guardavano allo specchio pensavano al volto di Jun Rail. Quando gli uomini di Quinnipak guardavano le loro donne pensavano al volto di Jun Rail. I capelli, gli zigomi, la pelle bianchissima, la piega degli occhi di Jun Rail. Ma più di ogni altra cosa – sia che ridesse o urlasse o tacesse o semplicemente stesse lì, come ad aspettare – la bocca di Jun Rail. La bocca di Jun Rail non ti lasciava in pace. Ti trapanava la fantasia, semplicemente. Ti impiastricciava i pensieri. “Un giorno Dio disegnò la bocca di Jun Rail. E’ lì che venne quell’idea stramba del peccato”. 

Castelli di rabbia è un romanzo di Alessandro Baricco pubblicato nel 1991 dalla casa editrice Rizzoli. E’ una collezione di storie, molto diverse tra loro, che hanno luogo a Quinnipak, che prima di essere un posto geografico è un posto della mente. Quinnipak è il luogo in cui tutto è possibile: suonare l’umanofono, costruire la propria locomotiva, amare senza vincoli, tirar su palazzi di vetro.

Continuava a guardarsi intorno, il signor Rail, ma non c’era verso di venirne a capo. Proprio non riusciva a capirlo. Niente da fare. Non riusciva proprio a scoprirlo. Da che parte era la vita.

I personaggi presenti del romanzo sono molti e diversi: ci sono Jun e Dann con il loro continuo ritrovarsi; c’è Mormy con le sue immagini di vita; c’è Pekisch e il suo umanofono e Pehnt, con la sua giacca troppo lunga e quella promessa di andare in città; c’è la vedova Abegg e il suo passato immaginario; c’è Hector Horeau e il suo mondo messo sotto vetro. Ognuno di questi personaggi è, a modo suo, eccezionale e ha una storia del tutto inverosimile, ma assolutamente giusta così com’è.

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Accadono cose che sono come domande.  Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde. La storia di Morivar era una di quelle cose lì.

Ancora una volta Baricco mi ha sorpresa con il suo stile evanescente. Le sue storie sono sempre così, delicate e profonde, prive di finale o di insegnamenti. Baricco non svelerà mai al lettore delle verità su questa vita, probabilmente perché in fondo una verità non esiste. Ogni modo di vivere, ogni pensiero, ogni persona, ogni storia, per quanto assurda e pazza, è, a modo suo, assolutamente perfetta. Ed è esattamente in questo modo il lettore è portato a pensare che l’amore tra Jun e Dann sia il migliore che possa esistere, che la musica di Pekisch sia la più melodiosa del mondo e che il palazzo di cristallo di Hector Horeau sia la cosa più bella che abbiamo mai visto. E d’altronde, come potrebbe avere torto?

Crepita, la vita, brucia istanti feroci e negli occhi di chi passa anche solo a venti metri da lì non è che un’immagine come un’altra, senza suono e senza storia. Così. Però, a passare, quella volta, c’era Mormy.
Mormy.
Vide suo padre sulla sedia a dondolo e Jun rientrare in casa. Senza suono e senza storia. In una mente qualunque se ne sarebbe strisciata via, quell’immagine, in un istante, sparita per sempre. Nella sua rimase impressa come un’orma, inchiodata, bloccata lì. Era una mente strana, quella di Mormy. Aveva uno strano istinto, forse, per riconoscere la vita anche da lontano. La vita quando vive più forte del normale. La riconosceva. E ne rimaneva come ipnotizzato.
Gli altri vedevano come vedono tutti. Una cosa dopo l’altra. Come un film. Mormy no. Magari gli passavano negli occhi, le cose, in fila, una dopo l’altra, ordinatamente, ma poi ce n’era una che lo rapiva: e lì, lui, si fermava. Nella mente rimaneva quell’immagine. Ferma lì. Le altre correvano via nel nulla. Per lui non esistevano più. Andava, il mondo, e lui, rubato da uno stupore lancinante, rimaneva indietro. [..] Il fatto è che negli occhi, e nella mente, e su per i nervi, lui aveva ancora quell’istante là. […] Che diventava, solo per lui, momento interminabile, quadro posato nel fondo dell’anima, fotografia della mente, e incantesimo, e magia.
[…] In realtà era lo stupore a fregarlo. Lui non aveva difese contro la meraviglia. C’erano cose che uno qualunque avrebbe tranquillamente guardato, magari ne sarebbe anche stato un po’ colpito, magari si fermava anche un attimo, ma poi era in fondo una cosa come le altre, ordinatamente in fila come le altre. Ma per Mormy, quelle stesse cose erano prodigi, esplodevano come incantesimi, diventavano visioni. Poteva essere la partenza di una corsa di cavalli, ma poteva anche essere semplicemente un improvviso colpo di vento, la risata sul volto di qualcuno, il bordo d’oro di un piatto, o un niente. O suo padre sulla sedia a dondolo e Jun che lentamente si volta e rientra in casa.
La vita faceva una mossa: e la meraviglia si impadroniva di lui.
Il risultato era che, del mondo, Mormy aveva una percezione, per così dire, intermittente. Una sequela dinamici fisse – meravigliose – e mozziconi di cose perdute, cancellate, mai arrivate fino ai suoi occhi. Una percezione sincopata. Gli altri percepivano il divenire. Lui collezionava immagini che erano e basta.
– E’ matto Mormy? – chiedevano gli altri ragazzini.
– Solo lui lo sa . rispondeva il signor Rail.
La verità è che si vedono e si sentono e si toccano così tante cose… è come se ci portassimo dentro un vecchio narratore che per tutto il tempo continua a raccontarci una storia mai finita e ricca di mille particolari. Lui racconta, non smette mai, e quella è la vita. Al narratore che stava nelle viscere di Mormy forse si era rotto dentro qualcosa, forse qualche dolore tutto suo gli aveva messo addosso quella specie di stanchezza per cui non riusciva a raccontare solo più mozziconi di storie. E tra l’uno e l’altro, il silenzio. Un narratore sconfitto da chissà quale ferita. Forse l’aveva fregato la porcheria di qualcuno, l’aveva bruciato lo stupore di un tradimento fottuto. O magari era la bellezza di quello che raccontava che l’aveva a poco a poco sopraffatto. La meraviglia gli strozzava le parole in gola. E nei suoi silenzi, che erano ammutolita emozione, riposavano i buchi neri della mente di Mormy. Chissà.
Ci sono certi che lo chiamano angelo, il narratore che si portano dentro e che gli racconta la vita. Chissà com’erano le ali dell’angelo Mormy.


_MG_0578Castelli di rabbiaAlessandro Baricco
Feltrinelli, 222 p.
Formato Kindle          € 5,99
Copertina Rigida        € 8,90
Copertina Flessibile  € 7,23 

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