Scoprendo Oriana Fallaci – #5 “Se il sole muore” (1965)

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Ma per l’amor di Dio, se una porta è chiusa non ti prende l’impulso di aprirla e guardare cosa c’è dietro, papà? La storia dell’uomo non è forse una storia di porte chiuse ed aperte?

Continua la mia scoperta di Oriana Fallaci con la lettura fino ad ora più difficile. Mi sono portata dietro questo libro per tutto il mese di agosto, alternandolo con altro per riuscire a terminarlo. Ma di certo ne è valsa la pena.

A mio padre che non vuole andar sulla Luna
perché sulla Luna
non ci sono fiori né pesci né uccelli.
A Teodoro Freeman che morì ucciso da un’oca
mentre volava per andar sulla Luna.
Ai miei amici astronauti che vogliono andar sulla Luna
perché il Sole potrebbe morire.

Se il sole muore di Oriana Fallaci, pubblicato nel 1965 da Rizzoli, è un reportage che Oriana Fallaci scrisse in prossimità dello sbarco sulla Luna. Erano gli anni Sessanta, la Guerra Fredda divideva il mondo in due ed era appena stato inventato il mestiere dell’astronauta. La Fallaci, inviata per L’Europeo, fortemente affascinata dall’Era Spaziale, trascorse un lungo periodo negli Stati Uniti, visitando le basi spaziali della NASA e intervistando gli addetti ai lavori.

Temiamo tutti il futuro e rimpiangiamo tutti il passato e siamo tutti incerti all’inizio, papà. Ecco perché questo libro sarà spesso un’altalena ossessiva tra ieri e domani: i due mondi che ormai ci dividono in un tempo senza più tempo.
[…] Questo libro è un diario, papà, il diario di un anno della mia vita: e io te lo offro per continuare il discorso che aprimmo su quella goccia di luce.

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Ciò mi ha colpita di questo reportage – e che mi ha aiutata a mantenere alta l’attenzione, considerando la lunghezza del libro – è stato il fatto di non essermi trovata di fronte ad un semplice testo giornalistico, ma ad una sorta di diario personale. Nello specifico, si è di fronte ad un continuo dialogo di Oriana Fallaci con il padre, che la donna sceglie come interlocutore di questa narrazione in quanto lui ha un’opinione completamente diversa riguardo allo sbarco sulla Luna, missione che ritiene inutile perché «gli uomini avranno sempre gli stessi problemi, sulla Terra come sulla Luna». E il percorso che fa la Fallaci è un continuo credere e ricredersi riguardo al mondo della tecnologia e del progresso, riguardo alla missione spaziale e ai suoi astronauti, prendendo tutto di petto, com’è abituata a fare. Con il suo modo di fare, Oriana Fallaci è stata capace di raccontare con poesia e magia un evento che di poesia e magia in sé non ha niente. I numeri, le scoperte, i motori, una nuova era. Tutto assume un sapore diverso raccontato da lei, che viene ben voluta da tutti, diventando amica e consigliera degli astronauti, questi uomini tanto ammirati e che lei guarda inizialmente con sospetto, fino ad arrivare ad amarli e a considerarli addirittura fratelli.

Una fiammata da Apocalisse. Un boato da Genesi. E il Piccolo Joe che dondola, incerto, poi freme, si alza, lento, meno lento, ancora meno lento, ora svelto, più svelto, sveltissimo, una saetta che sale lentamente dietro una cometa arancione, bella, elegante, piena di grazia, di dignità, muori bene, Piccolo Joe, muori più su, un poco più su, su, su, su… Si fascio all’improvviso. Si disintegrò all’improvviso con un rombo che sembrava uno strillo, uno strillo di dolore: e il cielo in quel punto divenne migliaia di faville, acciaio frantumato che ricadeva in una pioggia lunga d’argento, di lacrime lucide come gioielli. Io guardavo l’argento, i gioielli, e non vidi la torre che schizzava via portando in salvo i tre uomini che non c’erano ancora. La vidi che già saliva, di nuovo saetta e di nuovo cometa, e poi vidi la capsula che si staccava e cadeva giù a piombo divorando i chilometri, un sasso bianco che tornava alla Terra […]
Non mi riusciva di dirlo, papà. Non mi riusciva di dire che per un minuto, uno stupendo minuto, avevo fatto la pace con gli uomini: m’ero accorta che gli uomini sono davvero grandi, papà. Sono grandi anche quando sostituiscono l’erba con l’erba di plastica, sono grandi anche quando trasformano l’urina in acqua da bere, sono grandi anche quando adopran le ruote anziché le gambe, sono grandi anche quando dimenticano il verde e l’azzurro, sono grandi anche quando trasformano il paradiso in inferno, sono grandi anche quando ammazzano le creature cui hanno donato la vita. Ed io ero fiera d’esser nata tra gli uomini anziché tra gli alberi o i pesci: ero fiera perché…

«…perché vedi, Jack: per un minuto, uno stupendo minuto, m’è sembrato di vedere gli uomini che giocavano a carte con Dio

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Se il sole muore mi ha insegnato veramente tanto e credo sia, per questo, oltre che una bella lettura (la Fallaci riesce a rendere poesia anche la partenza di un razzo), anche molto interessante. Ma al tempo stesso devo ammettere che, una volta arrivata a poco più della metà, mi sono come arenata. Il libro è veramente molto lungo. D’altra parte non so se avrebbe reso ugualmente se fosse stato più corto. Perché questo non è un racconto, ma è un viaggio personale dell’autrice in un mondo che non conosce e che a momenti la affascina e in altri la spaventa a morte. E in questo suo altalenare di emozioni la Fallaci non poteva essere più onesta di così. Noi lettori non possiamo fare altro che sederci comodi e goderci il viaggio, come lei ci ha insegnato. E sapete una cosa? Alla fine sembrerà di essere stati lì insieme a lei e di aver avuto i suoi stessi pensieri. Credo che per fare questi bisogni essere veramente molto bravi.

E se il Sole muore, se la Terra muore, se la nostra razza muore con la Terra e col Sole, allora anche ciò che abbiamo fatto fino a quel momento muore. E muore Omero, e muore Michelangelo, e muore Galileo, e muore Leonardo, e muore Shakespeare, e muore Einstein, e muoiono tutti colori che non sono morti perché noi viviamo, perché noi li pensiamo, perché noi li portiamo dentro e addosso.


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Se il sole muoreOriana Fallaci
BUR, 632 p.
Formato Kindle         € 6,49
Copertina Rigida       € 7,60
Copertina Flessibile  € 7,00

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