#citazioni – da “Quello che le mamme non dicono” di Chiara Cecilia Santamaria

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Ero conquistata da mia figlia? Oh, certo che sì, ma non ancora dalla vita che mi imponeva, semplicemente lontana dalla mia natura, spesso alienante. Avevo voglia di fare anche altro. Essere altro.
Bastava un niente, alla mia testa, per vagare altrove. Una canzone alla radio, che mi faceva venir voglia di mettermi i tacchi e ballare. Una serie tv ambientata in un caotico ufficio. I consigli per lo shopping del magazine di moda. Vivevo intrappolata nel momento, senza riuscire a proiettarmi in un futuro dove la mia vita avrebbe potuto davvero tornare ad assomigliarmi.
Forse perché, al contrario di quanto mi ero immaginata, era successa una cosa strana. Da quando ero diventata mamma io non ero cambiata. Tutte quelle paure riguardo al perdere se stesse, al ritrovarsi diverse, mi sfioravano appena.
Era cambiato quello che mi trovavo a fare, ma non la mia essenza. Per questo era così – come avrebbero detto nei film – maledettamente difficile. Perché mi sentivo esattamente la stessa, quella potenzialmente in carriera, che voleva andare in vacanza all’estero ed esplorare l’Europa in dieci weekend, che amava l’alcol e la cioccolata (meglio se insieme), che mischiava intimo sexy e calzini idioti, che era capace di salire su un aereo con un minimo preavviso, che sculettava mentre si asciugava i capelli anche se non sentiva più la musica, che “Il tavolo l’ho pagato, quindi ci posso anche ballare sopra”, che imprecava come un camionista al derby, che spendeva indistintamente giornate fuori a far casino o sdraiata sul tappeto della propria stanza a disegnare cullata da un cd. E invece ero lì.
E’ solo che, parallelamente a questa me stessa, ne era nata un’altra. Che aveva aperto gli occhi insieme a mia figlia, era sbocciata tra le sue ciglia e cresciuta stretta tra le sue dita leggere. Aveva osservato estasiata la meraviglia di ogni suo piccolo gesto e si era sorpresa nel pensare che quegli occhi avevano preso forma dentro di lei, che quel corpicino si eran nutrito del suo cibo ed era stato cullato dal suo respiro. Aveva accarezzato la sua testolina fragile mentre dormiva, le aveva fatto sentire il suo respiro per calmarla, l’aveva cullata per ore. Si era strappata in mille pezzi a ogni pianto, e ricucita pazientemente a ogni alba. Era una me stessa senza alcuna certezza se non quella di amare quella bambina in modo incondizionato, e questo rendeva giusto tutto ciò che l’altra me stessa riteneva frustrante. Regalava il gusto dell’irripetibile a ogni istante della sua vita. Riconosceva la materia preziosa di cui era fatto quell’attimo di esistenza.
Ecco: queste due me stesse si scannavano.
Dentro di me ospitavo delle continue guerre civili psicologiche. “Mi prendo cura della mia bambina e voglio farlo, davvero. Ma allora com’è che al tempo stesso vorrei scappare, far finta che nulla di questo sia successo, ricominciare la mia vita com’era prima?”
“Sono tante cose. Tra queste, ora sono anche una madre”, avrei voluto esprimere, ma era una concezione della maternità che non riuscivo a far capire a molte persone, a esempio ai miei genitori.
No: impossibile. Se lasciavi spazio al resto di te, non eri un bravo genitore. “Ora si mamma” continuavano a dirmi a ogni cenno di insofferenza.
Suonava come una condanna senza appello, un radere al suolo tutto il resto per questo enorme, ingombrante e totalizzante compito: “Niente grilli per la testa, è ora di prenderti le tue responsabilità”.
E’ vero, le priorità erano cambiate, e mia figlia veniva prima di tutto.
Ma continuavo a esserci anch’io, con le mie due interiori, quella di prima mela mamma. C’erano cose che non intendevo lasciare indietro.
Cose che non ero disposta a sacrificare.

tratto da Quello che le mamme non dicono di Chiara Cecilia Santamaria

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