#citazioni – da “Delitto e castigo” di Dostoevskij

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Oh, che gli importava adesso della propria vigliaccheria, di tutte quelle ambizioni, dei tenenti, delle tedesche, delle riscossioni, degli uffici, e via di questo passo! Anche se l’avessero condannato a essere fulminato in quello stesso istante, anche allora non si sarebbe mosso, sarebbe persino stato difficile che ascoltasse la condanna con attenzione.  In lui s’era compiuta una cosa che gli era assolutamente sconosciuta, nuova, inattesa, e che mai gli era capitata. Non che capisse, ma avvertiva chiaramente, con tutta la forza della percezione, che adesso non gli sarebbe stato possibile rivolgersi alle persone riunite in quell’ufficio di polizia non solo con delle espansività sentimentali, come poco prima, ma persino in un qualsiasi altro modo, e che se fossero stati tutti suoi fratelli e sorelle e non tenenti di polizia, anche in quel caso non avrebbe comunque avuto il minimo motivo per rivolgersi loro, in nessuna circostanza della sua vita; mai fino a quel momento aveva sperimentato un simile isolamento, così strano e terribile. E la cosa più tormentosa era che si trattava più di una sensazione che di una consapevolezza, di un concetto; una sensazione immediata, la sensazione più tormentosa tra tutte quelle conosciute nel corso della sua esistenza.

tratto da Delitto e castigo di Dostoevskij

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