#citazioni – da “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi

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Giulia era una donna alta e formosa, con un vitino sottile come quello di un’anfora, tra il petto e i fianchi robusti. Doveva aver avuto, nella sua gioventù, una specie di barbara e solenne bellezza.Il viso era ormai rugoso per gli anni e giallo per la malaria, ma restavano i segni dell’antica venustà nella sua struttura severa, come nei muri di un tempio classico, che ha perso i marmi che l’adornavano, ma conserva intatta la forma e le proporzioni. Sul grande corpo imponente, diritto, spirante una forza animalesca, si ergeva, coperta dal velo, una testa piccola, dall’ovale allungato. La fronte era alta e dritta, mezza coperta da una ciocca di capelli nerissimi lisci e unti; gli occhi a mandorla, neri e opachi, avevano il bianco venato di azzurro e di bruno, come quelli dei cani. Il naso era lungo e sottile, un po’ arcuato; la bocca larga, dalle labbra sottili e pallide, con una piega amara, si apriva per un riso cattivo a mostrare due file di denti bianchissimi, potenti come quelli di un lupo. Questo viso aveva un fortissimo carattere arcaico, non nel senso del classico greco, né del romano, ma di una antichità più misteriosa e crudele, cresciuta sempre sulla stessa terra, senza rapporti e mistioni con gli uomini, ma legata alla zolla e alle eterne divinità animali. Vi si vedevano una fredda sensualità, una oscura ironia, una crudeltà naturale, una protervia impenetrabile e una passività piena di potenza, che si legavano in un’espressione insieme severa, intelligente e malvagia. Nell’ondeggiare dei veli e della saga gonnella corta, nelle lunghe gambe robuste come tronchi d’albero, quel grande corpo si muoveva con gesti lenti, equilibrati, pieni di una forza armonica, e portava, erta e fiera, su quella base monumentale e materna, la piccola, nera testa di serpente.
Giulia entrò nella mia casa volentieri, come una regina che ritorni, dopo un’assenza, a visiteranno delle sue province predilette. Ci era stata tanti anni, ci aveva avuto dei figli, aveva regnato sulla cucina e sul letto del prete, che le aveva regalato quegli anelli d’oro che le pendevano dalle orecchie. Ne conosceva tutti i segreti, il camino che tirava male, la finestra che non chiudeva, chiodi piantati nei muri. Allora la casa era piena di mobili, di provviste, di bottiglie, di conserve e di ogni ben di Dio. Ora era vuota, c’era soltanto un letto, poche sedie, un tavolo di cucina, Non c’era stufa: il mangiare doveva essere cotto al fuoco del camino. Ma Giulia sapeva come procurarsi il necessario, dove trovare la legna e il carbone, da chi farsi prestare una botte per l’acqua, in attesa che qualche mercante ambulante arrivasse a venderne in paese. Giulia conosceva tutti e sapeva tutto: le case di Gagliano non avevano segreti per lei, e i fatti di ciascuno, e i particolari della vita di ogni donna e di ogni uomo, e i loro sentimenti e motivi più nascosti. Era una donna antichissima, come se avesse avuto centinaia d’anni, e nulla perciò le potesse esser celato; la sua sapienza non era quella bonaria e proverbiale delle vecchie, legata a una tradizione impersonale, né quella pettegola di una faccendiera; ma una specie di fredda consapevolezza passiva, dove la vita si specchiava senza pietà e senza giudizio morale: né compatimento né biasimo apparivano mai nel suo ambiguo sorriso. Era, come le bestie, uno spirito di terra; non aveva paura del tempo né della fatica, né degli uomini. Sapeva portare senza sforzo, come tutte le donne di qui, che fanno, invece degli uomini, i lavori pesanti, i più gravi pesi. Andava alla fontana con la botte da trenta litri, e la riportava piena sul capo, senza reggerla con le mani, occupate a tenere il bambino, inerpicandosi sui sassi della strada ripida con l’equilibrio diabolico di una capra. Faceva il fuoco alla maniera paesana, che si adopera poca legna, con i ceppi accesi da un capo, e avvicinati a mano a mano che si consumano. Su quel fuoco cuoceva, con le scarse risorse del paese, dei piatti saporiti.[…]  Nella cucina più misteriosa dei filtri, Giulia era maestra: le ragazze ricorrevano a lei per consiglio per preparare i loro intrugli amorosi.Conosceva le erbe e il potere degli oggetti magici. Sapeva curare le malattie con gli incantesimi, e perfino poteva far morire chi volesse, con la sola virtù di terribile formule.
Giulia aveva una casa, non lontana dalla mia, più in basso, verso il Timbone della Madonna degli Angeli. Ci dormiva, la notte, con il suo ultimo amante, il barbiere, un giovanotto albino, dagli occhi rossi di coniglio. Batteva al mio uscio la mattina presto, con il suo bambino, andava a prender l’acqua, preparava il fuoco e il pranzo, e se ne ripartiva nel pomeriggio: la sera dovevo cuocermi la cena da solo. Giulia andava, veniva, ricompariva a suo piacere: ma non aveva arie da padrona di casa. Aveva capito subito che i tempi non erano più quelli di una volta, e che io ero un tutt’altro cristiano che il suo antico prete: forse più mistero a lei di quello che lei potesse essere per me. Mi supponeva un grande potere, ed era contenta di questo, nella sua passività. Fredda, impassibile e animalesca, la sera contadina era una serva fedele.

tratto da Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi

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