#gdli100libri diciannovesimo libro: “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi

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Sono passati molti anni, pieni di guerra,  e di quello che si usa chiamare la Storia. Spinto qua e là alla ventura, non ho potuto finora mantenere la promessa fatta, lasciandoli, ai miei contadini, di tornare fra loro, e non so davvero se e quando potrò mai mantenerla. Ma, chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato riandare con la memoria a quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte.
– Noi non siamo cristiani, – essi dicono, – Cristo si è fermato a Eboli –
. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla di più che l’espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro libera vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono di là dall’orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto. Ma la frase ha un senso molto più profondo, che, come sempre, nei modi simbolici, è quello letterale. Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandona la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è mai arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia. Cristo non è arrivato, come non erano arrivati i romani, che presidiavano le grandi strade e non entravano fra i monti e nelle foreste, né i greci, che fiorivano sul mare di Metaponto e di Sibari: nessuno degli arditi uomini di occidente ha portato quaggiù il suo senso del tempo che si muove, né la sua teocrazia statale, né la sua perenne attività che cresce su se stessa. Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo un diverso linguaggio: la nostra lingua è qui incomprensibile. I grandi viaggiatori non sono andati al di là dei confini del proprio mondo; e hanno percorso i sentieri della propria anima e quelli del bene e del male, della moralità e della redenzione. Cristo è sceso nell’inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo e sigillarle nell’eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli.

*AVVISO AI LETTORI*
Nutro il forte sospetto che questa recensione sarà molto lunga ed estremamente ricca di citazioni.

E’ passato un anno da quando è iniziato il gruppo di lettura I 100 libri di Dorfles e posso dire con certezza che questo è in assoluto il romanzo che, fino ad ora, ho amato di più. Semplice e profondo, ha avuto il potere di trasportarmi indietro nel tempo e mi ha regalato l’illusione di vivere, nelle sue pagine, l’infanzia dei miei nonni.

Gagliano è un piccolissimo paese, e lontano dalle strade e dagli uomini: le passioni vi sono perciò più elementari, più semplici, ma non meno intense che altrove; e non sarà difficile, immaginavo, averne presto la chiave.

Cristo si è fermato a Eboli  è un romanzo autobiografico di Carlo Levi, scritto a Firenze tra il 1943 e il 1944, e pubblicato nel 1945 da Einaudi, nel quale viene raccontato l’esilio a cui lo scrittore fu costretto negli anni appena precedenti la Seconda Guerra Mondiale. Essendo stato scritto a diversi anni di distanza dall’esilio, il romanzo non è un diario, ma una raccolta di sensazioni e ricordi che il tempo non è riuscito a far sbiadire. Nella sua permanenza a Gagliano (in Lucania) Carlo Levi scoprì un mondo, quello del Mezzogiorno, a lui sconosciuto, fatto di una civiltà diversa, di un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, dove tutto sembra rimanere perennemente immutato e la Storia sembra non essere mai arrivata.

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Questa fraternità passiva, questo patire insieme, questa rassegnata, solidale, secolare pazienza è il profondo sentimento comune dei contadini, legame non religioso, ma naturale. Essi non hanno, né possono avere, quella che si usa chiamare coscienza politica, perché sono, in tutti i sensi del termine, pagani, non cittadini: gli dèi dello Stato e della città non possono aver culto fra questa argille, dove regna il lupo e l’antico, nero cinghiale, né alcun muro separa il mondo degli uomini da quello degli animali e degli spiriti, né le fronde degli alberi visibili dalle oscure radici sotterranee. Non possono aver neppure una vera coscienza individuale, dove tutto è legato da influenze reciproche, dove ogni cosa è un potere che agisce insensibilmente, dove non esistono limiti che non siano rotti da un influsso magico. Essi vivono immersi in un mondo che si continua senza determinazioni, dove l’uomo non si distingue dal suo sole, dalla sua bestia, della sua malaria: dove non possono esistere la felicità, vagheggia dai letterati paganeggianti, né la speranza che sono pur sempre dei sentimenti individuali, ma la cupa passività di una natura dolorosa. Ma in essi è vivo il senso umano di un comune destino, e di una comune accettazione. E’ un senso, non un atto di coscienza; non si esprime in discorsi o in parole, ma si porta con sé in tutti i momenti, in tutti i gesti della vita, in tutti i giorni uguali che si stendono su questi deserti.

Levi ci ha regalato un grande documento caratterizzato da uno spiccato taglio sociologico che spiega in maniera profonda il “problema meridionale”. Leggendo Cristo si è fermato a Eboli ci si trova di fronte ad un ritratto del Mezzogiorno che nessuno è mai riuscito a realizzare in maniera così chiara e semplice. E’ ovvio che si tratta di una realtà che ormai non esiste più, ma credo sarebbe bello leggere un romanzo del genere che spieghi i problemi del Sud oggi, raccontanti da qualcuno che riesce a vederne le problematiche senza pregiudizi.

Parlavo con i contadini, e ne guardavo i visi, e le forme: piccoli, neri, con le teste rotonde, i grandi occhi e le labbra sottili, nel loro aspetto arcaico essi non avevano nulla dei romani, né dei greci, né degli etruschi, né dei normanni, né degli altri popoli conquistatori passati sulla loro terra, ma mi ricordavano le figure italiche antichissime. Pensavo che la loro vira, nelle identiche forme di oggi, si svolgeva uguale nei tempi più remoti, e che tutta la storia era passata su di loro senza toccarli. Delle due Italie che vivono insieme sulla stessa terra, questa dei contadini è certamente quella piancito, che non si sa donde sia venuta, che forse c’è stata sempre.

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Ho adorato questo romanzo fin dalle prime pagine, perché anche se racconta di una terra che non è la mia, racconta di una terra che ha condiviso e condivide lo stesso destino della mia. Ho sentito subito, in qualche modo, un senso di comunione, di identificazione in questa storia. Nei volti bruciati dal sole dei contadini di Gagliano ho visto quelli dei miei nonni, solcati dagli anni e dal lavoro, ricchi di storie che si nascondono lontane. Nei loro occhi tristi ho visto i loro ricordi, raccontanti sempre con un velo di malinconia e che tante volte mi hanno tenuto compagnia quando andavo a trovarli e di fronte a un caffè tiravano fuori sempre le stesse storie, che io ascoltavo con piacere e che ora mi mancano già tanto. Probabilmente chi il Sud non l’ha vissuto non può capire fino in fondo questo romanzo e la poesia che esso contene. Ogni spiffero di vento raccontato da Levi io l’ho sentito sulla mia pelle. Così come ho percepito il caldo afoso del sole estivo che non da tregua, il canto delle cicale che riempie il vuoto, quella sensazione di immobilità che non ti lascia in pace. Ogni pagina di questo libro, è, inspiegabilmente, un pezzo di me.

Tutti mi avevano chiesto notizie del mezzogiorno; a tutti avevo raccontato quello che avevo visto: e, se tutti mi avevano ascoltato con interesse, ben pochi mi era parso volessero realmente capire quello che dicevo.

Consiglio assolutamente questo romanzo, senza nessun tipo di remora o di appunto, come invece mi è capitato di fare in passato. Credo che questa possa essere insieme una lettura piacevole ma anche impegnata, ricca di spunti di riflessione e di paesaggi mozzafiato e di verità che lasciano senza fiato.

Per leggere le opinioni degli altri partecipanti al gruppo di lettura cliccate i seguenti link:
– l’estrazione del romanzo;
– l’inizio della lettura;
– la discussione finale.

Vi comunico che il diciannovesimo libro estratto da Giorgia (@ifeelbook) è La linea d’ombra di Joseph Conrad,  la cui lettura avrà luogo dal 16 al 31 dicembre.


"CRISTO SI E' FERMATO A EBOLI" di Carlo LeviCristo si è fermato a Eboli – Carlo Levi

Casa editrice: Einaudi
Lunghezza: 261 p. 
Formato Kindle: € 6,99
Copertina Flessibile: € 9,00
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