#citazioni – da “L’amante giapponese” di Isabel Allende

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Oggi ho deciso di condividere con voi uno stralcio iniziale del romanzo L’amante giapponese di Isabel Allende, autrice della quale io sono follemente  innamorata. Qui trovate l’argomento del romanzo che mi ha più colpita ed emozionata: la vecchiaia. E la Allende ne parla in modo unico e giusto, descrivendolo come una tappa della vita un po’ triste, sì, ma anche fondamentale, come di un momento di passaggio dalla vita alla morte in cui si fanno irrimediabilmente i conti con la persona che si è stati, con i propri sbagli e con le occasioni perse.

Colgo l’occasione per dirvi anche qui (dopo l’annuncio su Facebook) che domani pomeriggio, alle ore 17.oo su Radio Voce Camuna andrà in onda il programma radiofonico Il Libraio (che potete ascoltare in streaming qui) dove si parlerà appunto di questo romanzo e ci sarà anche un mio intervento. Sono molto emozionata e anche timorosa, perché mi fa strano sentire la mia voce in radio, però è stata un’esperienza bellissima, che spero di poter ripete in futuro.

[…] Lark House si era trasformata nella sua dimora e i residenti con i quali conviveva giornalmente rimpiazzavano i suoi nonni. La commuovevano quegli anziani lenti, goffi, acciaccati, emaciati… Mostrava un’illimitata disponibilità d’animo nei confronti dei loro problemi, non le costava ripetere mille volte la stessa risposta alla stessa domanda, le piaceva spingere una sedia a rotelle, incoraggiare, aiutare, consolare. Imparò a dirottare gli impulsi violenti che a volte si impadronivano di loro come temporali passeggeri, e non la spaventavano l’avarizia o le manie di persecuzione di cui alcuni soffrivano come conseguenza della solitudine. Cercava di comprendere cosa significasse portarsi dentro l’inverno, l’insicurezza a ogni passo, la confusione davanti a parole che non si sentono bene, l’impressione che il resto dell’umanità sia stressata e parli troppo rapidamente, il vuoto, la fragilità, la fatica e l’indifferenza per ciò che non ti riguarda direttamente, figli e nipoti compresi, la cui assenza non pesa più come prima e bisogna fare uno sforzo per ricordarli. Provava tenerezza per le rughe, le dita deformate e la vista indebolita. Immaginava come sarebbe state lei da vecchia, da anziana.
Alma Belasco non rientrava in questa categoria: non doveva prendersi cura di lei, anzi, era lei a sentirsi oggetto di cure ed era grata per il ruolo di nipote derelitta che le aveva assegnato. Alma era pragmatica, agnostica e fondamentalmente scettica, niente cristalli, oroscopi o alberi parlanti; con lei Irina trovava sollievo alle sue incertezze. Desiderava essere come Alma e vivere in una realtà affrontabile in cui i problemi avevano una causa, un effetto e una soluzione, dove non esistevano esseri terrificanti acquattati nei sogni, né nemici lussuriosi che la spiavano ovunque. Le ore con lei erano preziose e avrebbe lavorato volentieri gratis. Una volta glielo propose. “A me i soldi avanzano e a te mancano. Discorso chiuso,” aveva risposto Alma con quel tono  imperioso che raramente usava con lei.

tratto da L’amante giapponese di Isabel Allende

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