“City” di Alessandro Baricco

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Sarebbe tutto più semplice se non ti avessero inculcato questa storia del finire da qualche parte, se solo ti avessero insegnato, piuttosto, a essere felice rimanendo immobile. Tutte quelle storie sulla tua strada. Trovare la tua strada. Andare per la tua strada. Magari invece siamo fatti per vivere in una piazza, o un un giardino pubblico, fermi lì, a far passare la vita, magari siamo un crocicchio, il mondo ha bisogno che stiamo fermi, sarebbe un disastro se solo ce ne andassimo, a un certo punto, per la nostra strada, quale strada?, sono gli altri le strade, io sono una piazza, non porto in nessun posto, io sono un posto.

Ho iniziato a leggere questo libro a inizio gennaio ed ero piena di aspettative. Lo sapete, è un po’ che leggo Alessandro Baricco ed ero sicura che anche questa volta mi avrebbe colpita. Ma non è successo. E questo mi dispiace molto.

Ma un sacco di volte è così, è così quasi sempre: si scopre alla fine che il dolore, tutto quel dolore, era inutile, che si è sofferto come bestie, ed era inutile, non era né giusto né ingiusto, non era bello o brutto, era solo inutile, tutto quello che puoi dire alla fine è: era un dolore inutile.

City di Alessandro Baricco è un romanzo pubblicato nel 1999 dalla Rizzoli. Il titolo mi ha subito stranita, ma ne ho colto il significato nel momento in cui ho letto un passaggio che ho condiviso qui con voi qualche giorno fa: così come la città è un intrico di strade e piazze, anche questo romanzo è un intrico di storie che si intrecciano tra di loro, e lo fanno in maniera talmente profonda da non riuscire più a distinguerle. Quella principale è la storia di Gould, un bambino che frequenta l’Università in quanto è considerato un genio, a cui si lega quella della sua governante-babysitter Shatzy e, di conseguenza, prendono vita altre due storie: quella del pugile che vive nella testa di Gould e quella del film wester che Shatzy sta scrivendo da quando era una bambina. Da queste quattro storie ne nascono altre mille e i personaggi si moltiplicano tanto da perderne il conto.

Lui pensava, davvero, che gli uomini stanno sulla veranda della propria vita (esuli quindi da se stessi) e che questo è l’unico modo possibile, per loro, di difendere la propria vita dal mondo, giacché se solo si azzardassero a rientrare in casa (e ad essere se stessi, dunque) immediatamente quella casa regredirebbe a fragile rifugio nel mare del nulla, destinata ad essere spazzata via dall’ondata dell’Aperto, e il rifugio si tramuterebbe in trappola mortale, ragione per cui la gente si affretta a riuscire sulla veranda (e dunque da se stessa), riprendendo posizione là dove solo le è dato di arrestare l’invasione del mondo, salvando quanto meno l’idea di una propria casa, pur nella rassegnazione di sapere, quella casa, inabitabile. Abbiamo case, ma siamo verande, pensava.

Mentirei se dicessi che ho amato questo libro. Si sa che lo stile di Baricco è contorto. Spesso procede a singhiozzi, in un caos di storie e suggestioni che hanno vita propria. Ma generalmente i suoi romanzi godono di una trama ben precisa, a volte più o meno nascosta nei sogni che genera. In City, però, ho fatto fatica a trovare il filo conduttore della trama e a seguirlo attraverso le parole. In questo libro tutto è portato all’estremo. I personaggi sono più strambi che mai e lo stile è così evanescente da non presentare, spesso, neanche la punteggiatura. Ho fatto fatica a leggerlo, tanto che me lo sono portato dietro per ben due mesi (cosa che generalmente non succede mai). Però a tratti ho trovato dei passaggi molto profondi e toccanti, che mi hanno ripagata di tutta la fatica fatta fino a quel momento. Al di là di quello stralcio che ho condiviso con voi nella rubrica #citazioni, ho amato molto due lezioni del prof. Mondrian Kilroy: la prima è quella sul quadro  sul quadro Nymphéas di Monet – semplicemente sublime come solo Baricco sa essere – e la seconda è il saggio sull’onestà intellettuale – talmente veritiero da non pensarci.

– Mi dice una cosa, sinceramente, signorina?
– Cosa?
– Non le ha mai fatto un po’ paura vivere di fianco a un bambino come Gould?
– Solo una volta.
– Una volta quando?
– Una volta che si mise a raccontare di sua madre. Disse che sua madre era impazzita, e si mise a raccontare tutta la storia. Non era tanto quel che diceva, era la voce che faceva paura. Sembrava la voce di un vecchio. Di uno che sapeva tutto da sempre, e che sapeva anche come sarebbe andato a finire. Un vecchio.
– …
– Lui aveva bisogno di qualcuno che lo aiutasse a essere piccolo.
– …
– Non credeva che si potesse essere piccoli nella vita reale senza che qualcuno ne approfittasse e ti uccidesse, o qualcosa del genere.
– …
– Pensava che era una fortuna essere un genio perché era un modo di salvarsi la vita.
– …
– Un modo di non sembrare un bambino.
– …
– Non so. Credo che fosse il suo sogno, essere un bambino.
– …
– Voglio dire: credo che sia il suo sogno. Credo che adesso che è grande, potrà finalmente essere piccolo, per tutta la vita.

Non so se consiglierei questo libro. Di certo non lo consiglierei a qualcuno che vuole scoprire questo autore, perché come primo approccio si spaventerebbe. Credo però che sia un’ottima lettura per chi, come me, vuole conoscere a fondo Baricco e cercare di capire il suo mondo.


41tcNs1zsKL._SX321_BO1,204,203,200_CityAlessandro Baricco
Feltrinelli, 266 p.
Formato Kindle            € 5,99
Copertina Rigida         € 3,41
Copertina Flessibile   € 7,23

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