“Paula” di Isabel Allende: una rilettura che mi ha lacerato il cuore

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Ascolta, Paula, ti voglio raccontare una storia, così quando ti sveglierai non ti sentirai tanto sperduta.

Ci sono dei libri che ti entrano sotto la pelle. Diventano come un ricordo, di quelli che tiri fuori quando hai bisogno di sentirti meno sola. E’ questo che succede a me, ogni volta, con Isabel Allende.

Nelle lunghe ore di silenzio mi si affollano i ricordi, tutto mi è accaduto nello stesso istante, come se la mia vita intera fosse una sola immagine inintelligibile. La bambina e la giovane che fui, la donna che sono, la vecchia che sarò, tutte le tappe sono acqua della stessa impetuosa corrente. La mia memoria è come un mural messicano in cui tutto accade simultaneamente: le navi dei conquistatori in un angolo mentre l’Inquisizione tortura gli indio in un altro, i liberatori che galoppano con le bandiere insanguinate e il Serpente Piumato di fronte a un Cristo sofferente fra le ciminiere fumiganti dell’era industriale. Così è la mia vita, un affresco molteplice e variabile che solo io posso decifrare e che mi appartiene come un segreto. La mente seleziona, esagera, tradisce, gli avvenimenti si sfumano, le persone si dimenticano e alla fine rimane solo il percorso dell’anima, quei rari momenti di rivelazione dello spirito. Non interessa ciò che mi è accaduto, ma le cicatrici che mi segnano e mi distinguono. Il mio passato ha poco senso, non vedo ordine, chiarezza, propositi né cammini, solo un viaggio alla cieca, guidata dall’istinto e da eventi incontrollabili, che deviarono il corso del mio destino. Non ci fu calcolo, solo buoni propositi e il vago sospetto che esista un disegno superiore che determina i miei passi. Finora non ho condiviso il mio passato, è il mio ultimo giardino, su cui non si è affacciato neppure l’amante più intruso. Prendilo, Paula, forse ti servirà a qualcosa, perché credo che il tuo non esista più, si è perso in questo lungo sonno e non si può vivere senza ricordi.

Con Paula la Allende ha toccato delle corde che non pensavo esistessero a meno, fino a che non ho provato anche io il dolore della perdita. Ecco perché rileggere questo romanzo a distanza di più di dieci anni mi ha lacerato il cuore. Mi ha fatto capire, attraverso la sofferenza più profonda, che anche questo fa parte della vita, e anche se non vogliamo accettarlo, dobbiamo pur sempre affrontarlo. In questo libro la Allende racconta la malattia della figlia Paula, una ragazza di ventotto anni entrata in coma a causa di un forte attacco di porfiria (malattia genetica della quale soffriva), coma dal quale non si sveglierà mai. L’obiettivo della Allende non era quello di scrivere un libro, ma di utilizzare la scrittura come una forma di terapia, sia per lei che per la figlia. Scrivere la aiutava a stare un po’ meglio, a guardare le cose da un’altra prospettiva, a nutrire la speranza che ci fosse ancora una qualche vita possibile per Paula e a tentare di risvegliare la figlia attraverso i racconti del suo passato, consegnandole dei ricordi che il suo cervello malato aveva cancellato per sempre.

Scrivere mi fa bene, benché a volte mi costi molto, ogni parola mi brucia come un’ustione. Queste pagine sono un viaggio di non ritorno in un lungo tunnel di cui non vedo l’uscita, ma so che deve esserci; è impossibile tornare indietro, bisogna continuare passo dopo passo verso la fine. Scrivo cercando un segnale, sperando che Paula rompa il suo implacabile silenzio e mi risponda senza voce in questi fogli gialli, o forse lo faccio solo per superare la paura e fissare le immagini fugaci della cattiva memoria.

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Nella dimensione del cosmo e nel tragitto della storia siamo insignificanti, dopo la nostra morte tutto continua uguale, come se non fossimo mai esistiti, ma nella misura della nostra precaria umanità tu, Paula, sei per me più importante della mia stessa vita e della somma di quasi tutte le vite altrui. Ogni anno muoiono settanta milioni di persone e ne nascono ancora di più, eppure tu sola sei nata, tu sola puoi morire.

Paula è un viaggio all’interno della sofferenza più profonda – perché nessun dolore può essere più grande di quello di una madre che perde un figlio – e dei ricordi. I racconti dei giorni trascorsi nei corridoi dell’ospedale di Madrid in cui Paula era ricoverata, si alternano ai racconti della vita della Allende: i racconti dei nonni e della sua infanzia,  del Cile, del matrimonio e della maternità, del colpo di Stato e dell’esilio, degli amori passeggeri, dell’avventura di scrittrice e delle sue paure più profonde. Tutto, in questo libro, ha una magia unica, un posto ben preciso nell’intento di sopravvivere al dolore, di trovare una via d’uscita a un qualcosa che non dovrebbe mai accadere.

Certe volte vedo spuntare il sole dai finestroni della stanza di Paula; a ogni aurora il mondo si crea di nuovo, il cielo si tinge di sfumature arancioni e sopra l’acqua si leva il vapore della notte, avvolgendo il paesaggio in merletti brumosi, come una delicata pittura giapponese. Sono una zattera senza timone che naviga in un mare di pena. In questi lunghi mesi mi sono sfogliata come una cipolla, uno strato dopo l’altro, cambiando, non sono più la stessa donna, mia figlia mi ha dato l’opportunità di guardarmi dentro e di scoprire quegli spazi interiori, vuoti, oscuri e stranamente tranquilli, che non avevo mai esplorato prima. Sono luoghi sacri, e per raggiungerli devo percorrere un cammino angusto e fitto di ostacoli, vincere le belve dell’immaginazione che mi sbarrano il passo. Quando il terrore mi paralizza, chiudo gli occhi e mi abbandono con la sensazione di immergermi in acque torbide, fra i colpi furiosi delle ondate. Per alcuni istanti che sono davvero eterni credo di morire, ma a poco a poco capisco che continuo a vivere nonostante tutto, perché nel feroce vortice c’è uno spiraglio misericordioso che mi permette di respirare. Mi lascio trascinare senza opporre resistenza, e piano piano la paura viene meno Entro fluttuando in una caverna sottomarina e lì rimango in riposo, in salvo dai draghi e dalla sventura. Piango senza singhiozzi, lacerata dentro, come forse piangono gli animali, ma allora il sole è ormai spuntato e viene la gatta a chiedere la colazione e sento i passi di Willlie in cucina e l’odore del caffè invade la casa. Comincia un altro giorno, come tutti i giorni.

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Credo che ciò che il libro regala al lettore sia il ritratto di una donna forte e folle. Una donna che ha vissuto e vive come vittima dei propri sentimenti e delle proprie passioni. Una donna che ha sempre scelto l’amore e che ha sempre seguito il suo cuore. Dieci anni fa, quando ero una ragazzina che alla morte non ci aveva mai pensato, ho adorato questo libro. Oggi, che la morte ha contagiato anche la mia vita, l’ho amato e apprezzato molto di più. Sono sicura che un giorno, quando avrò dei figli, avrò la sensibilità di madre per capirlo veramente e soffrire, passo dopo passo, insieme alla Allende. Fino a quel momento, vi dico solo che questo è un libro che va letto. Nonostante tutto è un inno alla vita e all’amore, alle necessità che abbiamo di vivere la nostra vita pienamente e circondandoci di persone che amiamo e riempiendola di ricordi meravigliosi.

Com’è semplice la vita, in fin dei conti… In quell’anno di supplizi avevo rinunciato a poco poco a tutto, prima mi ero separata dall’intelligenza di Paula, poi dalla sua vitalità e compagnia, infine doveva venire il momento del suo corpo. Avevo perso tutto e mia figlia se ne andava, ma in realtà mi restava l’essenziale: l’amore. In ultima istanza l’unica cosa ho è l’amore che le do.


image_bookPaulaIsabel Allende
Feltrinelli, 328 p.
Copertina Flessibile € 2,00

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