#gdli100libri ventiduesimo libro: “Lo straniero” di Albert Camus

Oggi è morta mamma. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Non significa niente. Forse è stato ieri.

Il mese di marzo si è aperto con una lettura molto interessante, regalatami dal gruppo di lettura virtuale I 100 libri di Dorfles. Dal 1 al 15 marzo è stato il turno di Lo straniero di Albert Camus, un romanzo che mi ha da subito incuriosita, anche grazie all’introduzione di Roberto Saviano contenuta nella mia edizione.

Ho pensato che era comunque un’altra domenica passata, adesso mamma era al cimitero, avrei ripreso il mio lavoro e, tutto sommato, non c’era niente di diverso.

Lo straniero è un romanzo di Albert Camus, pubblicato nel 1942, il quale tratta alcune tematiche esistenzialistiche come l’assurdità della vita, l’indifferenza del mondo e il ruolo fondamentale che ha il destino, il quale è assurdo e irrazionale eppure guida ineluttabilmente la vita dell’uomo. La storia che viene raccontata in questo romanzo è quella di Meursault, un uomo che, ad Algeri, vive la propria vita con distacco e indifferenza, come se fosse privo di sentimenti, totalmente estraneo a sé stesso e al mondo che lo circonda. La sua vita cambia quando uccide un uomo, apparentemente senza spiegazioni. Senza tentare di difendersi o di dare alcun tipo di spiegazione, Meursault si consegna alla giustizia e assiste al suo processo, in seguito al quale viene condannato a morte.

E’ stato allora che tutto ha vacillato. Dal mare è spirato un soffio denso e rovente. Mi è parso che il cielo si aprisse in tutta la sua vastità per lasciar piovere fuoco. Tutto il mio essere si è teso, ho stretto la mano sulla pistola. Il grilletto ha ceduto, ho toccato il ventre levigato del calcio ed è stato lì, nel rumore al contempo secco e assordante, che tutto è cominciato. Mi sono scrollato di dosso il sudore e il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, il silenzio eccezionale di una spiaggia dov’ero stato felice. Allora ho sparato altre quattro volte su un corpo inerte nel quale le pallottole si conficcavano senza lasciare traccia. Ed è stato come se bussassi quattro volte alla porta dell’infelicità.

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Dall’oscurità della mia prigione mobile ho ritrovato a uno a uno, come dal fondo della mia stanchezza, tutti i suoni familiari di una città che amavo e di un’ora in cui mi capitava di sentirmi contento. Il richiamo degli strilloni nell’aria già distesa, gli ultimi uccelli nei giardini, il grido dei venditori di sandwich, il lamento dei tram sui tornanti della città alta e quel rumore del cielo prima che la notte si rovesci sul porto: tutto ciò ricomponeva per me un itinerario da cieco che mi era ben noto prima di entrare in prigione. Sì, era proprio l’ora in cui, tanto tempo fa, mi sentivo contento. Ad attendermi, all’epoca, era sempre un sonno leggero e senza sogni. E tuttavia qualcosa era cambiato, poiché, con l’attesa dell’indomani, quella che ho ritrovato è stata la mia cella. Come se i percorsi familiari tracciati nei cieli d’estate potessero portare tanto alle prigioni quanto ai sonni innocenti.

Inaspettatamente, questo romanzo mi è piaciuto molto. E’ stato come un climax ascendente, perché più si va avanti nella lettura e più si nota un’evoluzione del protagonista il quale, a causa di ciò che gli capita, prende coscienza del mondo che lo circonda e ne è, in qualche modo, finalmente coinvolto. Mentre, infatti, la prima parte del romanzo, in cui il protagonista racconta la sua vita e l’assassinio, è un racconto meccanico di eventi, privo di partecipazione e con una totale indifferenza nei confronti del mondo e delle persone – tanto che più che un racconto sembra sia un resoconto -, nella seconda parte, in cui viene raccontato, sempre dal punto di vista del protagonista, il processo e la condanna, il racconta diventa più letterario e coinvolgente e finalmente Meursault dimostra al lettore di aver un cuore e dei sentimenti, lasciando trapelare quasi una paura nei confronti della morte e una resa nei confronti dell’assurdità della vita.

Ma tutti sanno che la vita non vale la pena di essere vissuta. In fondo sapevo che morire a trent’anni o a settanta importa poco, giacché in entrambi i casi, naturalmente, altri uomini e altre donne continueranno a vivere, e questo per migliaia di anni. In sostanza, era tutto chiarissimo. A morire ero sempre io, subito o tra vent’anni che fosse.  A quel punto, la cosa che mi disturbava un po’ nel mio ragionamento era il tremendo sussulto che avvertivo in me al pensiero dei vent’anni di vita ventura. Ma mi bastava soffocarlo immaginando i miei pensieri di lì a vent’anni, quando mi sarei trovato comunque in quella situazione. Dato che si muore, il come e il quando non importa, era chiaro.

Quello che mi è entrato dentro di questo romanzo è come, in qualche modo, il protagonista si rende conto che, per quanto gli uomini abbiamo totale libertà nelle proprie azioni, il loro destino è già scritto e tutte le scelte porteranno sempre allo stesso finale. Questo è un concetto che sento molto mio, perché l’esperienza mi sta insegnando che la nostra strada è già predefinita e che se deve accaderci qualcosa, le nostre scelte non potranno impedirlo. Non nego, tuttavia, che a tratti avevo l’impulso di prendere Meursault per le spalle e scuoterlo per bene, costringerlo ad aprire gli occhi e il cuore, un po’ come mi accadde con Bartleby lo scrivano. Ma in qualche modo l’esperienza del carcere ha agito per me. L’evoluzione del protagonista non solo è sottile e graduale, ma rimane anche reclusa ad un piano esclusivamente interiore. Di fatto nulla cambia nella vita di Meursault, il quale è costretto in prigionia ed è condannato a morte. Ciò che cambia è nel suo cuore. Questo romanzo è stato, per me, come una piccola rivelazione. Dal caos e dall’indifferenza iniziale, il percorso del protagonista è di crescita e di accettazione della vita, pur nella sua negatività e in prospettiva della morte.

Credo che questo sia uno di quei grandi classici della letteratura mondiale che deve essere letto. Breve e fluido, è una romanzo senza tempo, sospeso .

Per la prima volta dopo tanto tempo ho pensato a mamma. Ho creduto di capire come mai alla fine di una vita si fosse presa un “fidanzato”, come mai avesse giocato a ricominciare. Laggiù, anche laggiù, intorno a quell’ospizio dove delle vite andavano spegnendosi, la sera era come un tregua malinconica. Lì, così vicino alla morte, mamma doveva sentirsi libera e pronta a rivivere tutto. Nessuno, nessuno aveva il diritto di piangere su di lei. E anch’io mi sentivo pronto a rivivere tutto. Quasi che quella grande rabbia mi avesse purgato dal male, svuotato dalla speranza, di fronte a quella notte carica di segni e di stelle mi aprivo per la prima volta alla tenera indifferenza del mondo. Nel riconoscerlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito di essere stato felice, di esserlo ancora. Perché tutto fosse consumato, perché mi sentissi meno solo, dovevo solo augurarmi che ci fossero molti spettatori il giorno della mia esecuzione, e che mi accogliessero con grida di odio.

Per leggere tutte le opinioni dei partecipanti al gruppo di lettura potete cliccare qui.

Vi comunico che la prossima lettura del #gdli100libri è Quer pasticcaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda, che avrà luogo dal 16 al 31 marzo.


LO STRANIERO - Albert Camus Lo straniero – Albert Camus

Casa editrice: Bompiani
Lunghezza: 157 p.    
Copertina Flessibile € 9,00
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