#citazioni – da “Girl runner” di Carrie Snyder

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Questa non è la canzone d’amore di Aganetha Smart.

No, e non parlatemi di stanchezza e di meritato riposo.
Per tutta la vita non ho fatto altro che andare da qualche parte, mirando un punto fisso all’orizzonte che sembrava non avvicinarsi mai. All’inizio l’ho inseguito con abbandono, con fiducia, poi con una certa frustrazione, con dolore, e ancora più avanti con la lucidità di un’artista della fuga. Ormai è troppo tardi per fermarmi, anche se corro solo nella mente, per abitudine.
Fai quello che fai finché sei finito. Sei quello che sei finché non ci sei più.
Mi chiamo Aganetha Smart e ho centoquattro anni.
Non crediate che sia un vantaggio.
Sono sopravvissuta a tutte le persone che ho amato, e a tutte quelle che mi hanno amato. Non sono nemmeno invecchiata bene. Basta guardarmi.
Sono circondata da sconosciuti. Di giorno mi piazzano su una sedia a rotelle, in una stanza che sa di grasso di pollo e pannoloni. Di notte vengo issata su un letto rigido e schiacciata da una coperta che puzza di ammoniaca. Questa routine dura da molto, troppo tempo. Sono un po’ sorda – ma non quanto credo – e quasi cieca, quindi devo ammettere che la mia capacità descrittiva non è proprio al meglio. E’ del tutto possibile che io stia vivendo in una cattedrale di luce e che dorma in un letto a baldacchino, senza potermeli godere. Ma ho il sospetto che non sia così: il mio olfatto funziona perfettamente.
Per quanto riguarda il parlare, non sempre le frasi mi escono dalla bocca seguendo il mio comando. Faccio molta fatica a farmi capire. E’ tanto più facile biascicare pigramente una serie di parole sconnesse ma familiari, quelle che rimangono in attesa sulla punta della lingua, da usare in caso di emergenza o per le buone maniere: “Bè, adesso, non saprei, ma perché…”
E’ una barriera, non fingo che sia diverso.
Sono in una condizione apparentemente semplice. Raggrinzita, evaporata, ridotta all’osso.
Quello che mi stupisce è quanto poco sia rimasto di me. Che prove restano? Una scatola da scarpe piena di medaglie ossidate, che nessuno verrà a prendere. Il mio nome in qualche libro dei record ormai dimenticato. Fiumi di parole, scritte appena in tempo per l’evento, stampate sui giornali e già scordate all’ora di cena.
La mia conquista è stata aver vissuto abbastanza a lungo da vedere la mia vita svanire. Chi scriverà il mio necrologio? Non che me ne importi granché, sia chiaro. Però, ecco qua.
E’ troppo tardi per cambiare tattica, per evitare i quai girandoci intorno, per conservare lo scatto di velocità prima del traguardo. Questa gara non si può rifare. Eppure corro. Corro, corro, senza fermarmi, come se persino adesso ci fosse tempo, ci fosse uno scopo, come se finalmente potessi raggiungere – prima che la matassa del mio silenzio si srotoli del tutto – quello che ancora non conosco.

tratto da Girl runner di Carrie Snyder

In collaborazione con Sonzogno Editori.

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