“Girl Runner” di Carrie Snyder: in libreria dal 10 marzo

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Una cosa bella che mi accade quando leggo – e che mi sono resa conto di non dover dare sempre per scontata – è di entrare in empatia con la storia, sentirla sotto la pelle e viverla per davvero, pagina dopo pagina. Questo mese non è stato un granché, ma il romanzo di cui sto per parlarvi mi ha smosso qualcosa dentro. E questo per me è stato un grande regalo. Soprattutto in questo periodo.

Accetto il mio corpo abbastanza da riconoscere i suoi limiti, e questa sedia a rotelle è solo il punto più basso in una lunga linea discendente. Non corri più come correvi da bambina, senza dolore. In seguito, raggiungi un punto in cui corri più veloce che mai – la vetta che al momento non riconosci. Ricordo che sussurravo la parola indistruttibile mentre correvo o quando sentivo arrivare un grande dolore, ma lo ripetevo solo perché sapevo di non esserlo. Non ho mai corso perché ero forte, se capite cosa intendo. Non era la forza che mi rendeva un’atleta, era il desiderio di essere forte.
Correvo per coraggio. Lo faccio ancora, anche se è solo nella mia mente.

Girl runner di Carrie Snyder è un libro pubblicato lo scorso 10 marzo. Edito da Sonzogno Editori, è un romanzo che mi ha colpita. L’autrice ci racconta la storia di Aganetha Smart, una donna canadese che nel 1928 vinse la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Amsterdam. Il racconto inizia quando due ragazzi, Kaley e Max, vanno a trovare la donna nella casa di riposo in cui vive, dicendo che vogliono girare un documentario sulla sua vita e sulla sua carriera. Aganetha, ormai molto anziana (ha centocinque anni), si lascia convincere e, nonostante le difficoltà dovute all’età, inizia con loro un viaggio indietro nel tempo. Ecco allora che il lettore impara a capire chi è Aggie, conosce la sua famiglia, scopre dove l’ha condotta la passione per la corsa.

Sono così sicura di me stessa, di questa strada che sto percorrendo. Sono sicura che sarà facile come sentire i muscoli in fiamme e i denti stretti e imparare a tenere le curve, facile come rispondere ai comandi, facile come l’atto stesso di correre, che mi viene naturale anche quando è doloroso e duro e difficile.

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Questo romanzo mi ha molto sorpresa. Devo ammettere che inizialmente mi sembrava uno di quei libriciattoli che in qualche modo ti coinvolgono ma che alla fine non ti lasciano poi molto dentro. Una volta arrivata a metà libro, mi sono però resa conto che Girl runner non rientrava in questa categoria. Profonda e riflessiva, questa è una storia mi è rimasta dentro in un modo in chi non mi era mai accaduto. E’ vero quello che ho letto online, ossia che Aganetha incarna una donna all’avanguardia: pensate che siamo grosso modo nella prima metà del ‘900 e Aggie è una ragazza indipendente, che lavora sodo, la quale e addirittura entra a far parte della squadra olimpica, portandosi a casa la medaglia d’oro. Ma non è questo il motivo per cui ho amato questo libro. Perché ciò che mi ha trasmesso questo romanzo è un senso di profonda tristezza. E questo mi è piaciuto e al tempo stesso mi ha fatto male, come se Aganetha fossi io, come se quella fosse la mia esperienza, come se quello fosse il mio passato.

La verità è che non riesco a sentire il peso della tragedia, anche se non posso certo incolpare l’età avanzata. E’ come se fosse stato sempre così, inciso nelle mie ossa alla nascita. MI ha fatto andare avanti per tutta la vita: il desiderio di mettermi alla prova, la voglia di cose estreme, l’incapacità di capire le conseguenze di un’azione. Questo mi rende insensibile o coraggiosa?

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La storia di Aganetha ci viene raccontata attraverso grandi salti temporali. Ed è proprio lei che parla, frugando nella memoria mai instabile nonostante l’età. Dai racconti di Aggie io ho conosciuto una donna indubbiamente forte, ma anche profondamente triste. Ed è proprio questa tristezza che mi ha colpito. Il racconto procede a singhiozzi e nelle mille interruzioni io ho avuto come l’impressione che ci fosse molto altro da raccontare. In tutto quel non detto, io ci ho visto dentro molta tristezza. Ma quella di Aggie mi è sembrata una tristezza speciale. Non è una tristezza che ti abbatte o che ti toglie la voglia di andare avanti. Al contrario, quella tristezza diventa il motore di Aganetha, il motivo per cui vive, il motivo per cui continua a correre.

Corro forte, corro bene, sento la tristezza che mi corre dietro, quasi sgorgasse dal terreno, e immagino che sarà così. Non sarò più triste, non per questo. Mi sento impermeabile, elastica, come se respingessi qualcosa di duro. Se credi di essere stata ferita, poi capisci che il dolore è superficiale. E se ne è già andato.
Si chiama guarigione, la riconosco da come corro. Sotto ogni strato di dolore c’è uno strato di guarigione in attesa, la verità dolce, sempre sorprendente, della resistenza.

Mi rendo perfettamente conto che questo romanzo non è il libro della mia vita. Così come mi rendo conto che si sarebbe potuto trovare un titolo nettamente migliore. Però, non lo so, quella tristezza mi ha profondamente colpita e mi ha cullata nel corso di tutta la lettura. Assolutamente, questo è un romanzo che vi consiglio di leggere.

In collaborazione con Sonzogno Editori.

***DISCLAIMER*** Questo non è un post sponsorizzato. Il libro recensito in questo articolo mi è stato inviato gratuitamente. Le opinioni sono frutto della mia onestà intellettuale e della mia soggettiva esperienza di lettura.


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Casa editrice: Sonzogno
Lunghezza: 281 p.   
Formato Kindle: € 9,99
Copertina Flessibile: € 14,03
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