#gdli100libri venticinquesimo libro: “Colazione da Tiffany” di Truman Capote

Mi sento sempre attratto dai posti dove sono vissuto, le case e i loro dintorni. Per esempio, nella Settantesima Est c’è un edificio di pietra grigia dove, al principio della guerra, ho avuto il mio primo appartamento newyorkese. Era una stanza sola affollata di mobili di scarto, un divano e alcune poltrone paffute, ricoperte di quel particolare velluto rosso e pruriginoso che ricolleghiamo alle giornate d’afa in treno. Le pareti erano a stucco, di un colore che ricordava uno sputo tabaccoso. Dappertutto, perfino in bagno, c’erano stampe di rovine romane, molto vecchie e tempestate di puntolini scuri. L’unica finestra dava sulla scala di sicurezza. Ma, anche così, mi si rialzava il morale ogni volta che mi sentivo in tasca la chiave di quell’appartamento; per triste che fosse, era un posto mio, il primo, e lì c’erano i miei libri, i barattoli pieni di matite da temperare, tutto quello che mi occorreva (o così almeno pensavo) per diventare lo scrittore che volevo diventare.

Ho sempre pensato di essere profondamene ignorante per quanto riguarda la letteratura americana. Non ho mai letto niente appartenente a questo filone, né ho nessun tipo di conoscenza, neanche vaga, al riguardo. Ecco perché sono stata molto felice di scoprire Mark Twain con Le avventure di Huckleberry Finn e di leggere Colazione da Tiffany di Truman Capote.

Abitavo nella casa da circa una settimana quando notai che la casella dell’appartamento numero due era contrassegnata da un bigliettino perlomeno strano. Stampato con una certa eleganza formale, il bigliettino diceva: Signorina Holiday Golightly, e sotto, in un angolo: in transito. Cominciò a perseguitarmi come una canzonetta: Signorina Holiday Golightly, in transito.

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Colazione da Tiffany è il romanzo più famoso di Truman Capote. Diventato celebre grazie al film uscito nel 1961 e interpretato da Audrey Hepburn e George Peppard (film che Capote non apprezzò particolarmente a causa delle numeose modifiche e forzature), il romanzo fu pubblicato nel 1958 e racconta della misteriosa Holly Golightly attraverso la voce del suo vicino di casa, un aspirante scrittore che diventa presto suo amico.

Non ci eravamo mai presentati, naturalmente. Spesso, sulle scale o in strada, ci trovavamo a faccia a faccia, ma sembrava che lei non mi vedesse. Portava sempre gli occhiali neri, era sempre in perfetto ordine, c’era un innato buon gusto nella semplicità dei suoi abiti, nei grigi, negli azzurri, nell’opacità dei tessuti che la faceva brillare di luce propria. La si sarebbe potuta scambiare per una modella fotografica, magari per una giovane attrice, solo che, a giudicare dagli orari, era evidente che non aveva tempo di essere né l’una né l’altra cosa.

Holly è la protagonista assoluta di questo romanzo ed è una ragazza molto giovane, un po’ stravagante, parecchio maliziosa, libera e moderna, genuina, profondamente triste, la quale corre sfrenata, affannandosi nella ricerca del proprio posto nel mondo, senza curarsi, lungo il cammino, delle persone che incontra e delle conseguenze delle proprie azioni. Ecco perché quello di Holly è un personaggio che mi ha fatto provare sensazioni contrastanti. Se da una parte ho un po’ invidiato la sua capacità di vivere senza pensare alle conseguenze, ostentando una sicurezza che io non possiedo, d’altra parte l’ho trovata estremamente fragile e triste, persa alla ricerca di un qualcosa senza sapere cosa sia o dove potrebbe trovarla.

“[…] Non voglio possedere niente finché non avrò trovato un posto dove io e le cose faremo un tutto unico. Non so ancora precisamente dove sarà. Ma so com’è.” Sorrise e lasciò cadere il gatto sul pavimento. “E’ come da Tiffany,” disse. […] “Sapete quei giorni, quando vi prendono le paturnie?”
“Cioè, la melanconia?”
“No,” disse, lentamente. “Le melanconia viene perché si diventa grassi, o perché piove da troppo tempo. Si è tristi, ecco tutto. Ma le paturnie sono orribili. Si ha paura, si suda maledettamente, ma non si sa di che cosa si ha paura. Si sa che sta per capitarci qualcosa di brutto, ma non si sa che cosa. Avete mai provato niente di simile?”
“Abbastanza spesso. C’è chi lo chiama angst.”
“Benissimo. Angst. Ma che cosa fate, voi, in questi casi?”
“Bè, un bicchierino aiuta.”
“Ci ho provato. Ho provato anche l’aspirina. Secondo Rusty, dovrei fumare marijuana, e l’ho fumata per un po’, ma mi fa soltanto ridacchiare. Mi sono accorta che per sentirmi meglio mi basta prendere un taxi e farmi portare da Tiffany. E’ una cosa che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria superba: non ci può capitare niente di brutto là dentro, non con quei cortesi signori vestiti così bene, con quel simpatico odore d’argento e di portafogli di coccodrillo. Se riuscissi a trovare un posto vero e concreto dove abitare che mi desse le medesime sensazioni da Tiffany, allora comprerei un po’ di mobili e darei un nome al gatto.”

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Ho divorato questo romanzo in un paio di giorni, assaporandone ogni pagina, entrando per un attimo nella vita di questa ragazza così eccentrica e assaporando, insieme a lei, un senso di libertà che noi donne dobbiamo sempre difendere con le unghie e con i denti. Lo stile di Capote è fresco e scorrevole, ma talmente esaustivo da essere riuscito a non lasciare dubbi al lettore in poco più di cento pagine. Sono molto curiosa di scoprire questo autore e di guardare il film tratto da questo romanzo perché, lo ammetto, non l’ho mai visto.

Ma, soprattutto, volevo dirle del gatto. Avevo mantenuto la mia promessa; lo avevo trovato. Ci erano volute settimane di vagabondaggi, dopo il lavoro, per le strade della Harlem spagnola, e c’erano stati molti falsi allarmi – fuggevoli visioni di pellicce tigrate che, a un attento esame, non risultavano la sua. Ma un giorno, in un freddo e soleggiato pomeriggio invernale, di domenica, lo vidi. Fra due piante in vaso, incorniciato da tendine di pizzo pulite, era seduto alla finestra di una stanza dall’aria ben riscaldata. Mi domandai qual era il suo nome, perché ero sicuro che ormai ne aveva uno, ero sicuro che era arrivato in un posto che era il suo posto. E, capanna africana o quel che sia, spero lo stesso anche di Holly. 

Per leggere tutte le opinioni dei partecipanti al gruppo di lettura potete cliccare qui.

Vi comunico, infine, che la prossima lettura del #gdli100libri è Madame Bovary di Gustave Flaubert, che avrà luogo dal 1 al 31 maggio.


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Casa editrice: Garzanti Libri
Lunghezza: 128 p.  
Copertina Rigida: € 12,41
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