#citazioni – da “Madame Bovary” di Gustave Flaubert

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Secondo certe teorie che le sembravano buone, nonostante tutto, lei pretese di essere innamorata. Al chiaro di luna, in giardino, ripeteva tutte le rime appassionate che poteva ricordare a memoria, e fra un sospiro e l’altro cantava per lui qualche malinconico adagio; ma alla fine si trovava tranquilla come prima, e Charles non ne usciva né più turbato né più innamorato.
Dopo alcuni consimili tentativi di far sprizzare una scintilla dalla pietra focaia del suo cuore, e del resto incapace di comprendere ciò che non provava, come di credere a quanto si sottraeva alle forme convenzionali, si convinse facilmente che la passione di Charles non aveva più niente di eccezionale. Le sue espansioni si erano fatte regolari, ed era a ora fissa che la stringeva a sé. Un’abitudine come tante altre, un dolce contemplato dalla lista, dopo la monotonia della cena.
Un guardiacaccia, che il signor dottore aveva guarito da una polmonite, aveva regalato a Madame una piccola levriera di razza italiana; lei se la portava dietro nelle passeggiate, perché usciva qualche volta, per starsene un minuto in solitudine e non ritrovarsi sempre sotto gli occhi quell’eterno giardino e la polvere della strada.
Si spingeva fino alla faggeta di Banneville, vicino al padiglione abbandonato che sorge sull’angolo del muraglione dalla parte dei campi. Nell’antico fossato, fra le erbe, ci son canne altissime dalle foglie taglienti.
Cominciava col guardarsi intorno, per vedere se mai qualcosa fosse cambiato dall’ultima volta. Ritrovava al loro posto le digitali e i rafani selvatici, la parata delle ortiche intorno ai pietroni e il mosaico dei licheni lungo le tre finestre i cui scuri eternamente sbarrati marcivano e si sbriciolavano sul telaio arrugginito. Il suo pensiero, privo di una direzione precisa, sulle prime vagabondava a caso, come la levriera, che si lanciava in vasti rondò nei campi, abbaiava alle farfalle gialle, dava la caccia ai musaragni o mordicchiava i papaveri sul limitare di un campo di grano. Poi le sue idee si mettevano lentamente a fuoco, e seduta sull’erba che rintuzzava con la punta del parasole, Emma si ripeteva:
– Perché, Dio mio, mi sono sposata?
Si domandava se non ci sarebbe stato modo d’incontrare un uomo diverso, per diverse combinazioni del caso; e si sforzava d’immaginare quali avrebbero potuto essere quegli avvenimenti non avvenuti, quel tipo diverso di vita, quel marito che non conosceva. Non tutti, infatti, erano come il suo. Poteva trattarsi di un uomo bello, brillante, distinto, attraente come dovevano essere i mariti che le sue antiche compagne di convento avevano trovato. Che cosa facevano ora? In città, con il frastuono delle strade, il brusio dei teatri e le rutilanti sale da ballo, conducevano esistenze da dilatare il cuore e far fiorire i sensi. Ma lei, la sua vita era fredda come una soffitta con la finestrella a Nord, e la noia, ragno silenzioso, tesseva la sua tela nell’ombra, in ogni angolo del suo cuore.

tratto da Madame Bovary di Gustave Flaubert


MADAME BOVARY - Gustave Flaubert

Madame BovaryGustave Flaubert
Mondadori, 464 p.
Copertina Flessibile € 7,91

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