“LA FIGLIA DELLA FORTUNA” DI ISABEL ALLENDE

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Tutti nascono con qualche talento speciale ed Eliza Sommers scoprì presto di possederne due: un buon naso e una buona memoria. Il primo le servì per guadagnarsi da vivere e il secondo per potersene ricordare, se non con precisione, almeno con la poetica vaghezza degli astrologi. Quel che si dimentica è come se non fosse mai successo, e i suoi ricordi reali e illusori erano talmente tanti che per lei fu come vivere due volte. Diceva sempre al suo fedele amico, il saggio Tao Chi’en, che la sua memoria era come il ventre della nave su cui si erano conosciuti, buia e spaziosa, zeppa di casse, barili e sacchi in cui si erano accumulati gli episodi di tutta la sua esistenza. Quando era sveglia faticava a trovare qualcosa in quel sommo disordine, ma poteva sempre farlo durante il sonno, proprio come le aveva insegnato Mama Fresia nelle dolci notti dell’infanzia, quando i contorni della realtà non erano che un tratto sottile di inchiostro pallido. Entrava allora nel luogo dei sogni per un sentiero più volte battuto e da lì faceva ritorno con tutta la cautela necessaria per non straziare le tenui visioni alla luce aspra della coscienza. Confidava in tale risorsa come altri confidano nei numeri, e affinò a tal punto l’arte di ricordare che riusciva a vedere Miss Rose china su quella scatola di sapone di Marsiglia che era stata la sua prima culla.

La figlia della fortuna di Isabel Allende è stato pubblicato per la prima volta nel 1999. Si tratta di un romanzo ambientato prima in Cile e poi nella nascente San Francisco – presa d’assalto da uomini provenienti da tutto il mondo a causa della “febbre dell’oro” –  in cui viene raccontata la storia di Eliza Sommers, una bambina che viene trovata davanti alla porta di casa dei Sommers, una famiglia inglese di nobili origini trasferitasi in Cile e composta da tre fratelli, Jeremy, Miss Rose e il capitano John. Rose, che da tempo ha rinunciato  a sposarsi e a crearsi una propria famiglia a causa di uno scandalo che l’ha colpita in Inghilterra diversi anni prima, decide di tenere la bambina e crescerla come se fosse sua figlia. Eliza cresce, quindi, a metà tra due culture: quella inglese, rigida e curata da Miss Rose, e quella degli Indio Cileni, di cui si occupa la governante della casa, Mama Fresia.

La bambina crebbe tra la stanza del cucito e i cortili sul retro, parlando inglese in una parte della casa e un miscuglio di spagnolo e araucano – la lingua indigena della sua tata – nell’altra, vestita e calzata come una duchessa in certi giorni e in altri scalza e coperta appena da un grembiule da orfana a giocare con i cani e le galline.

Quando Eliza diventa adolescente, e mentre Miss Rose sta cercandole marito, lei si innamora perdutamente di Joaquìn Andieta, un ragazzo povero che lavora per lo zio Jeremy, con il quale, di nascosto, inizia una storia d’amore. Quando il ragazzo, contagiato anche lui dalla “febbre dell’oro”, parte per la California per cercare fortuna – con la promessa di tornare, ricco, per sposarla – e allo stesso tempo Eliza scopre di essere incinta, la ragazza decide di andare a cercarlo. Riesce a imbarcarsi per l’America grazie al medico cinese Tao Chi’en, che lavorava come cuoco nella nave dello zio John. Da qui in poi inizia una nuova fase della vita di Eliza, nella quale abbandonerà i panni di ragazzina  e imparerà a vivere, libera, seguendo il proprio cuore.

Eliza Sommers aveva visto Joaquìn Andieta per la prima volta un venerdì di maggio del 1848, quando era arrivato a casa tenendo le redini di un carro tirato da diversi muli stracarico di colli della Compagnia Britannica di Importazione ed Esportazione. […] Andieta sfoggiava il suo unico vestito, passato di moda, scuro e logoro, non portava né cappello né ombrello. Il pallore funereo contrastava con gli occhi lampeggianti e i capelli neri brillavano  grazie all’umidità di una delle prime pioggerelle autunnali. [..] Mentre contava, spuntava e prendeva appunti sul suo quaderno. Eliza, sfruttando la sua capacità di rendersi invisibile, riuscì a osservarlo a suo piacimento. Aveva compiuto sedici anni due mesi prima ed era pronta per l’amore. […] Molti anni dopo, davanti alla testa di un uomo conservata in un fiasco di gin, Eliza avrebbe ricordato quel primo incontro con Joaquìn Andieta e avrebbe nuovamente provato la stessa insopportabile angoscia. Si sarebbe chiesta mille volte nel corso del suo cammino se avesse avuto la possibilità di fuggire da quell’opprimente passione destinata a piegarle la vita; se in quei brevi istanti fosse stato forse possibile girarsi e salvarsi, ma ogni volta che avrebbe formulato questa domanda sarebbe giunta alla conclusione che il suo destino era stato tracciato fin dall’inizio dei tempi. 

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E’ la seconda volta che leggo questo romanzo ed è la seconda volta che mi rapisce. Immagino che se continuassi a leggerlo, continuerebbe a rapirmi. Perché? Perché è impossibile, per me, non perdermi in questa storia, nei suoi personaggi, nelle sue ambientazione. Ma andiamo con ordine. Parliamo della storia. Resto sempre affascinata dalla capacità che hanno gli scrittori, quelli bravi, di creare intrecci e storie infinite all’interno di un romanzo. La capacità di lasciarti col fiato sospeso, di sorprenderti a ogni nuovo capitolo, di farti trovare in situazioni che non conoscevi. Cosa c’è dietro? Viene naturale? O è frutto di un intenso lavoro da regista? Me lo chiedo spesso, ma la sensazione che mi da la Allende è che le parole le escano fuori dalle mani in maniera talmente naturale come sono poi destinate a rapire il lettore. Come se avessero la potenza di un tappeto magico per trasportarti altrove, indietro nel tempo, in un altro corpo.

L’Emilia era una nave d’origine francese, che un tempo era stata elegante e veloce, ma che aveva solcato molti mari e da parecchio aveva perso l’impeto della gioventù. Era attraversata da vecchie cicatrici di mare, aveva una scia di molluschi incrostati sui fianchi matronali, le sue giunture gemevano sotto i colpi delle onde e il suo velame macchiato e mille volte rammendato sembrava l’ultima vestigia di una vecchia sottoveste. Salpò da Valparaiso la radiosa mattina del 18 febbraio 1849, con  a bordo ottantasette passeggeri di sesso maschile, cinque donne, sei vacche, otto maiali, tre galli, diciotto marinai, un capitano olandese, un pilota cileno e un cuoco cinese. Ed Eliza, ma l’unica persona a saperlo era Tao Chi’en.

Parliamo, ora, dei secondi. I personaggi. La Allende ha questa capacità di definirli tutti, senza dare peso al fatto che siano i più importanti o semplicemente personaggi secondari. Questa è una delle sue caratteristiche che più amo, perché mi regala l’occasione di continuare a immaginare altre storie proprio a partire da loro. E non mi stupisce come spesso questi personaggi vengano ritrovati in altri suoi romanzi, come se non avessero avuto il giusto spazio per raccontarsi.

Nella proprietà ritrovò lo stesso stile di vita conosciuto anni prima in Spagna: una famiglia numerosa unita da intricati legami di sangue e da un codice d’onore inflessibile. L’anfitrione era un potente patriarca di tipo feudale che teneva in pungo i destini dei suoi discendenti e che ostentava con arroganza un albero genealogico riconducibile fino ai primi conquistatori spagnoli. I miei trisavoli, raccontava, percorsero più di mille chilometri rivestiti di pesanti armature di ferro, attraversarono montagne, fiumi e il deserto più arido del mondo, per fondare la città di Santiago. All’interno della famiglia era simbolo di autorità a dignità, ma al di fuori della sua classe aveva fama di essere una canaglia. Vantava una prole di bastardi e la cattiva fama di aver liquidato più d’un fittavolo in uno dei suoi leggendari accessi di malumore, ma di queste parti, come di tanti altri peccati, non si faceva mai parola.

Cosa dire poi delle ambientazioni? In questo romanzo sono così diverse ma assolutamente perfette insieme. Il Cile, la sua terra natìa, è sempre presente nei romanzi della Allende ed è sempre descritto come un paese arretrato ma magico, ricco di tradizioni e di paesaggi suggestivi. Un paese che sa di famiglia e di origini, di contraddizioni talmente estreme da renderlo sempre diverso a se stesso. Direi che è colpa sua se ormai ho questa fissa di volerlo visitare. E San Francisco, d’altro canto, ha il sapore della novità, delle mille possibilità da cogliere, delle mille identità da vivere. Chi conosce la storia della Allende non faticherà affatto a rivedere in Eliza e nel suo viaggio, l’esperienza stessa della Allende, la quale fu costretta a scappare dal Cile a causa del golpe militare di Pinochet e dopo un tempo che a lei è sembrato infinito, ha ritrovato proprio in San Francisco la sua seconda casa, il posto in cui darsi una seconda possibilità e regalarsi un secondo amore.

Tao Chi’en ed Eliza Sommers misero piede per la prima volta a San Francisco alle due di pomeriggio di una martedì di aprile del 1850. A quell’epoca, migliaia di avventurieri vi avevano già transitato brevemente diretti ai giacimenti. Un vento ostinato rendeva difficile procedere, mail giorno era limpido e poterono apprezzare il panorama della baia nella sua splendida bellezza. […] Il villaggio di Yerba Buena, fondato da una spedizione spagnola nel 1769, contava meno di cinquecento abitanti, ma appena si era sparsa la voce dell’oro erano iniziati a giungere gli avventurieri. Nel giro di pochi mesi quel quieto paesino si era risvegliato con il nome di San Francisco e la sua fama aveva raggiunto perfino i paesi lontani.

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Ma, al di là di questo, La figlia della fortuna è un romanzo che parla di tante cose. Parla di famiglia e di rapporti che vanno al di là dei legami di sangue. Parla di amore e di illusioni. Parla di darsi una seconda possibilità, di credere in se stessi, di avere il coraggio di cambiare, di conquistarsi e tenersi stretta una libertà mai conosciuta prima.

Finì per innamorarsi della libertà. Era vissuta tra quattro mura in casa Sommers, in un ambiente sempre identico a se stesso, in cui il tempo girava in tondo e in cui si intravedeva a malapena la linea dell’orizzonte attraverso le finestre tormentate; era cresciuta nell’impenetrabile armatura delle buone maniere e delle convenzioni, allenata sempre a compiacere e a servire, delle limitazioni imposte del bustino, dalla routine, dalle norme sociali e dalla paura. Il timore era sempre stato suo compagno: timore di Dio e della sua imprevedibili giustizia, dell’autorità, dei genitori adottivi, della malattia e della maldicenza, di quanto era sconosciuto e diverso, di rinunciare alla protezione della casa e di affrontare i pericoli della strada; timore della sua fragilità femminile, del disonore e della verità. La sua era stata una realtà zuccherata, fatta di omissioni, silenzi cortesi, segreti ben mantenuti, ordine e disciplina. Sua aspirazione era stata la virtù, ma ora dubitava del significato di quella parola. Dandosi a Joaquìn Andieta nella stanza degli armadi aveva commesso un errore irreparabile agli occhi del mondo, mai ai suoi l’amore giustificava tutto. Non sapeva cosa avesse perduto o guadagnato con quella passione. Era partita dal Cile con il proposito di ritrovare l’amante e di diventare per sempre sua schiava, credendo che così avrebbe placato la sete di sottomissione e il recondito anelo al possesso, ma ora non si sentiva più in grado di rinunciare a quelle giovani ali che stavano iniziando a crescerle sulle spalle. […] “Questa è la terra del peccato, direbbe Mr Sommers, qui non ci sono né morale né leggi, imperano i vizi del gioco, l’alcol e i bordelli, ma per me questo paese è un foglio in bianco, qui posso scrivere la mia nuova vita, trasformarmi in quello che voglio, nessuno, tranne te, mi conosce, nessuno conosce il mio passato, posso nascere di nuovo.”

In questo senso Eliza rappresenta tutto ciò in cui la Allende crede, il suo modo di vedere le donne e il loro mondo, la sua idea di vivere per davvero la vita. E ciò che la scrittrice regala alla sua protagonista è anche la capacità di accettare un futuro diverso da quello che lei aveva sempre immaginato per se stessa. Eliza stupisce gli altri, ma stupisce soprattutto se stessa, tanto che, una volta tornata a vivere nei panni femminili, fatica a riconoscersi allo specchio e al tatto. L’unico modo in cui sente ancora di essere se stessa è attraverso un amore nuovo e inaspettato, che sfiderà la mentalità comune, ma che sembra essere talmente profondo quanto impossibile da sradicare.

Tao Chi’en doveva ammettere di sentirsi legato a Eliza da infiniti fili sottili, facili da recidere a uno a uno, ma che essendo rintracciati tra loro, formavano corde indistruttibili. Si conoscevano da pochi anni, ma potevano già guardare al passato e vedere la lunga strada, irta di ostacoli, percorsa insieme. Le somiglianza avevano progressivamente cancellato le differenze razziali. “Sembri proprio una cinese carina,” le aveva detto lui in un momento di distrazione. “Sembri proprio un bel cileno,” aveva subito risposto lei. Formavano una strana coppia nel quartiere: un cinese, alto ed elegante, con un insignificante ragazzo ispanico. Fuori da Chinatown, tuttavia, passavano quasi inosservati nella variopinta moltitudine di San Francisco.

Credo sia abbastanza palese che questo romanzo mi è piaciuto moltissimo ed è, per me, super consigliato. Mi rendo conto che in molti non amano questa scrittrice, ecco perché sto lavorando – come promesso – ad un post in cui vi racconto perché dovreste leggerla e darle una possibilità. Questo romanzo racchiude tutti i motivi per cui io la adoro, oltre che una storia avventurosa e ricca di spunti di riflessione.

“Nella vita non si arriva da nessuna parte, Eliza, si cammina e basta.”


LA FIGLIA DELLA FORTUNA - Isabel AllendeLa figlia della fortuna – Isabel Allende
Feltrinelli,333 p.
Copertina flessibile € 7,23

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7 commenti Aggiungi il tuo

  1. therealsadness ha detto:

    “La figlia della fortuna” è il secondo che ho letto della Allende (per puro caso) e quello che mi ha fatto definitivamente diventare adoratrice della scrittrice.
    Ricordo che la professoressa ce ne parlò a lezione. “Prima che lo compriate è meglio che lo legga io, per essere sicura che non sia così esplicito”… Qualche settimana dopo passai in libreria e lo presi xD

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    1. Chiara Nicolazzo ha detto:

      Ecco, anche tu sei allora una estimatrice della Allende! Mi fa piacere! Generalmente incontro solo persone a cui non piace o che non sono del tutto convinte!

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      1. therealsadness ha detto:

        I suoi romanzi sono favolosi ** Solo ultimamente mi sta deludendo (“Il quaderno di Maya” e “L’amante giapponese”, mentre ho amato “Il gioco di Ripper”)

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      2. Chiara Nicolazzo ha detto:

        Per me è il contrario! “Il gioco di Ripper” non l’ho capito proprio, anche se era bello! “L’amante giapponese, invece, mi ha fatto impazzire!

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