#CITAZIONI – DA “IL CICLOPE” DI PAOLO RUMIZ

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Per arrivare al più solitario dei fari, partendo dall’estremo Nord del Mediterraneo, si attraversa una steppa che pare la Mongolia, tanto è desolata e battuta dal vento. Si dice che su tale altopiano l’erba sia pettinata in una sola direzione, quella di Borea, e gli abitanti – derisi per questo dai popoli della costa – nutrano un sacro terrore del mare. Ma è solo l’inizio di un viaggio complicato, pieno di sorprese e di visioni, capace di passare da traghetti a impervie strade di montagne e durare almeno due giorni, sempre se il tempo è clemente.
Dopo le lande pastorali, il Mediterraneo riappare in fondo a un possente vallone tra i querceti, oltre il quale si intravedono le prime isole. In quell’arcipelago, si dice, approdarono gli Argonauti, e verrebbe spontaneo proseguire per quella rotta, ma sottoposta il vento picchia con tale violenza che anche i capitani più navigati preferiscono stare alla larga. La strada di terra non è meglio: vi si para davanti un monte altissimo e precipite, segnato da una strada tortuosa a picco sulle scogliere, dove le raffiche sono in grado di far rotolare in basso anche i rimorchi dei carri pesanti. Per questo tanti preferiscono allungare il viaggio e aggirare il monte per l’interno.
Per secoli, su quella cordigliera desertica, i Turchi si affacciarono per guardare dall’alto i domini di Venezia. Oggi vi abitano tribù bellicose, lunatiche e incupite da un cielo spesso coperto di nubi. Agli abitanti della costa, di cui essi invidiano non solo gli aver ma anche il clima più mite, i montanari si avvicinano con circospezione, per comprare pesce e sale o vendere il loro bestiame. Ma più spesso essi danno vita a periodiche scorrerie, alle quali la gente del pelago s’è rassegnata da secoli, anche perché sa per esperienza di poterli assimilare e addirittura piegare al mestiere del mare, nel quale primeggeranno per durezza e fisico e carattere.
D’estate, nelle rare serate di bel tempo, dal mare capita di vedere – e io l’ho vista qualche anno fa – un’enorme Luna piena color del ghiaccio uscire da quella catena infuocata, la stessa Luna che ti incanta nel deserto africano o nella Terra del Fuoco, sorgendo dalle Ande patagoniche. Una leggenda dice che il monte ha quel carattere temporalesco semplicemente perchè “non ce l’ha fatta a diventare isola”. Tutti i marinai, da quelle parti, sanno che le isole altro non sono che monti circondati dal mare. Ma sanno pure che non tutti i monti hanno avuto in regalo questa fortuna.
Nel Mediterraneo, basta salie a quota duecento perché la civiltà pelagica scompaia e inizi la terra dei pastori. E’ un dualismo che si ripete all’interno di ciascuna isola. Anche nel mezzo delle Cicladi, i villaggi dell’interno sono più Bosnia, Erzegovina, Anatolia e Abruzzo che Grecia. E’ un mondo dai rudi inverno che volta le spalle al mare, guardato come spazio infido di naufragi, invasioni e tempeste, tramite di pirati e mercanti imbroglioni. Un mondo dove, stagioni a parte, il tempo è scandito dall’avanzare delle rughe sul viso di ossute matriarche nerovestite.
Villaggi chiusi a ostrica, invisibili ai naviganti, dove si consumano intere esistenze guardandosi bene dallo scendere sulla costa; baricentri di vertiginosi terrazzamenti, dove le case stanno in piedi solo puntellandosi tra loro e l’asino resta l’unico mezzo di trasporto. Conche dove persino il ronfare di un gatto ha la sua eco e il raglio di un asino rimbomba come sulla scena di un anfiteatro. Isole estreme, dove, a seconda dell’altimetria, si muore di capitomboli o di naufragi, accomunati dall’anice sorseggiata in penombra in fondo a una taverna.
Per arrivare alla mia Isola, anch’io ho preso la strada della montagna, tra picchi storti come il malaugurio e tremendi colpi di vento, costeggiando conche benedette da acque risorgenti e cascate, in un roteare di falchi e continui cambi di clima, come se due cieli si dessero battaglia campale proprio lungo quella linea. In piena primavera, su un passo, ho trovato turbini di nevischio e foreste appena devastate da un gelicidio. Su una casa diroccata un cartello segnalava il passaggio di orsi e di lupi, e il mare che pure era nascosto solo da una cresta montuosa, pareva lontano centinaia di miglia.
A quel punto la strada si perse per valli lunghe, in un arcipelago di villaggi sparsi, dentro uno scenario inquieto, quasi balcanico, o forse anatolico. Come sull’altopiano del Karaman Turkleri, vidi resti di caravanserragli e venditori di formaggio di capra fermi nel vento sul bordo di strade segnate da pochissimo traffico. Cenai con agnello allo spiedo e vino resinato. Ero su una frontiera, a due passi dai minareti, nel cuore di un mondo dalla lingua forte e densa di consonanti nervose, ma capace di addolcirsi in vicinanza del mare.
E il mare sterminato riapparve, a precipizio, dopo una gola da eremiti. Svelò altri arcipelaghi percorsi da Greci, Fenici, Veneziani, e mostrò sulla costa anche i segni formidabili della dominazione romana. La città ai piedi della montagna aveva l’impianto squadrato delle legioni e degli imperatori e un grande mercato fuori le mura, dove rugose Parche vestite di nero orchestravano un mirabile vocio che poteva benissimo essere slavo, turco, greco, ma anche veneto, in mezzo a ceste di pomodori, gabbie di polli e gatti dall’aspetto egizio.
Come sulle scogliere dei Liburni, sulle coste rocciose della Catalogna o sul versante sud dell’Isola di Creta, anche lì le barche dei pescatori venivano parcheggiate a quote impensabili. Salendo per le calli mi accorsi di una prua in rovere sapientemente dipinta che mi sovrastava da una terrazza e di una vecchia alberatura piantata tra i fiori di un giardino pensile. Poi, da un cimitero ebraico alto sul mare, vidi davanti alla città una grande isola che portava il nome stesso di Faro, avanguardia del mio sperduto capolinea.
Nel pomeriggio del Venerdì santo, con mare tempestoso di Scirocco, un traghetto pieno di femmine mi portò molto al di là della grande isola, per sbarcarmi in un porticciolo simile alle fauci di uno squalo. Nella chiesa maggiore del paese, dove avrei pernottato, un chierico impugnò la croce come una spada davanti a pie donne genuflesse, mentre sul sagrato decine di bambini agitavano girandole di lego, come un frinire di grilli, in attesa della processione.
Quando dentro finirono bordoni e litanie, fuori cominciò il canto. Maschile, potente in mezzo a una folla di ceri. Era Sardegna, Baleari, Grecia. Voci di un cristianesimo contaminato dall’ebraismo ispanico e dalla “sevdah” dei Turchi dell’Egeo. La voce stessa del Mediterraneo. La processione partì nelle strade deserte, e non c’era che la processione in paese: la processione era il paese. Gli uomini chiamavano, le donne rispondevano e, dietro agli incensi e ai paramenti sacri, quello che contava era quel canto civico, laico, di una comunità fieramente legata alle radici. E io pensavo che chiese e fari erano abitato in fondo dagli stessi dèi.
Fu notte di stelle, l’ultima prima di tante tempeste, e non era ancora l’alba quando mi svegliò il profumo del pane fresco sotto le finestre. Scesi nel retrobottega a far colazione. Era l’ultimo negozio, l’ultimo denaro speso, l’ultima insegna colorata prima dell’isola misteriosa. Poi caricai i miei cento chili di bagaglio e il motoscafo puntò lentamente verso la bocca di porto, per mettere subito dopo i motori al massimo. Sulla schiena di capodoglio di un’isola vicina vidi protendersi un faro simile a quello di Cnido sulla costa turca dell’Egeo, la fantastica torre spartivento che separa il mondo del Meltemi da quello, a Levante, dei pesci volanti, che nelle notti di bonaccia zampillano luminosi in superficie, sulle rotte verso Cipro e il Monte Libano.
Partivo con i polmoni pieni, e cantai a squarciagola tutto il viaggio – tanto nessuno poteva sentirmi a causa delle vibrazioni del motore -, mentre le isole si sfilavano a una a una come le quinte di un teatro, verso il mare aperto.

tratto da Il Ciclope di Paolo Rumiz


Il CiclopePaolo Rumiz9788807031632_quarta
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