“Il Ciclope” di Paolo Rumiz

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Era quella che si dice una nottataccia. Salivo per il sentiero a picco sul mare lottando con le raffiche, e nel buio dovevo badare a dove mettere i piedi. Da ovest arrivava il temporale, la folgore mitragliava un promontorio lontano simile a una testuggine. Ero sbarcato appena in tempo: con quel mare in tempesta non sarebbe arrivato più nessuno per chissà quanti giorni. Ero solo, non conoscevo la strada del faro e l’Isola era deserta. Miglia e miglia lontano, il resto dell’arcipelago era inghiottito dal buio e dalla spruzzaglia. Non era luce, niente.

Quando mi è stato consigliato questo libro, la mia mente ha solo accostato la parola libro a faro e sono partita in quarta. Mi sono praticamente fiondata da Feltrinelli per acquistarlo ma oggi, che l’ho terminato, devo dire che ho un bel po’ le idee confuse al riguardo.

Ora dovrei dirvi dove sono. Per esempio, che questa è un’isola lontana da tutto eppure al centro di tutto. Uno scoglio che, nonostante la distanza, è impossibile mancare. Dirvi che è microscopica, ma sulle mappe nessuno la dimentica, perché è un punto nave fondamentale. E’ segnata anche sulla mia mappa del Mediterraneo, scala uno a due milioni, e la scritta che la identifica è dieci volte più grande delle sue dimensioni su carta. Dovrei darvi le coordinate, latitudine e longitudine. Ma non lo farò. Non vi dirò nemmeno la nazione cui appartiene, perché detesto le nazioni e il mare non ha frontiere. Sappiate solo che di qui sono passati un po’ tutti. Greci, Romani, Slavi, Turchi, Veneziani, genti di lingua tedesca, Inglesi e pirati saraceni. Persino Napoletani.
Un’unica informazione: qualche millenni or sono gli antichi l’hanno battezzata col nome del mare, perché ai loro occhi essa ne rappresentava la quintessenza. Non chiedetemi altro. Troppo facile, con i motori di ricerca. Bastano due-tre nomi e anche un bambino distratto ci arriva. Voglio che fatichiate a trovarla, che la navigazione sia ardua, che vi perdiate nei libri prima che negli arcipelaghi. La mela rosicchiata ci ha già fregato abbastanza: prima con Eva e poi con la Rete. Vi prego dunque, nel caso la trovaste, se siete affezionati alla mia scrittura e non volete che un luogo benedetto sia invaso dall’orda degli infedeli, non ditelo a nessuno. E se doveste rompere il patto e dire forte quel nome, vi maledirò, come Long John Silver sull’Isola del tesoro. E farò di tutto per smentirvi.

Il Ciclope di Paolo Rumiz è stato pubblicato nel 2015 da Feltrinelli, nella collana “I Narratori” ed è un libro nel quale il giornalista ci racconta il suo mese trascorso in un faro su un’isola del Mediterraneo. Ed è esattamente in questo punto che mi ha fregata alla grande. Avevo capito – o forse solo immaginato – che questo fosse un romanzo, cioè che Rumiz ci raccontasse una storia ambientata su quest’isola. Storia nella quale l’isola e il suo fare fossero protagonisti insieme al personaggio della storia. E invece no. Questo libro è solo il racconto dell’esperienza di Rumiz stesso, il resoconto del tempo trascorso nel faro, i pensieri – e i ricordi – che quest’esperienza hanno suscitato in lui. 

Le piccole isole sono il paradigma delle contraddizioni. Le cerchi per scappare dal mondo, e il meteo ti sbatte al centro di un universo senza pace. Sono periferia e ombelico, “omfalos”. Vi si approda in cerca di un sogno, ma possono generare incubi e tremendi pensieri. Mitologicamente sono luogo di nascita di dèi, ma anche nascondiglio di mostri come il Ciclope. Sono terra senza legge e di trasgressione, ma anche eremitaggio per chi cerca rifugio dalle tentazioni del mondo. Possono diventare, per chi vi soggiorna, luogo di conoscenza oppure di oblio e sperdimento. Oblivion e Mnemosine vi coabitano, nascoste nella ventosa brughiera. Ma esse sono soprattutto esilio e regno.

Ho cercato di pensare bene di questo libro fino in fondo, ma alla fine proprio non ci sono riuscita. Mi aspettavo qualcosa di diverso? Sicuramente sì. Pare che questo sia il mio problema. Aspettarmi qualcosa – che inevitabilmente non trovo. Ma questa è un’altra storia. Il problema con questo libro è che forse avevo capito male io, facendomi abbagliare dalla parola “faro”, che in me evoca sempre una sensazione di felicità e di vita perfetta, di salsedine che ti si attacca alla pelle, di mare che luccica dentro gli occhi e di orizzonti infiniti. Sarebbe stata bella, in effetti, una storia ambientata in un faro come quello di cui ci parla Rumiz e che io adesso, ovviamente, sarei curiosissima di visitare. Ma il giornalista ci offre qualcosa di diverso, un salto nella sua testa e nelle sue riflessioni. Perché se c’è un effetto che il mare suscita in tutti noi è proprio la capacità di elaborare pensieri che altrove non avremmo mai generato. Ed è un po’ quello che accade a Rumiz, grande viaggiatore e conoscitore di fari, figlio del Mediterraneo e appassionato di paesaggi marini.

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Come triestino, appartengo a Venezia e Cattaro, Ancona e Spalato, Curzola e Bari. E in quanto tale sono anche la quintessenza del Mediterrano perché il mio mare è quello “dove l’Altro è più vicino”, come mi disse un giorno Sergio Anselmi buonanima – ineguagliabile narratore di cose adriatiche -, cioè lo spazio dove l’alterità è più immediatamente percepibile e la mescolanza inevitabile. Appartengo dunque allo stesso modo a Salonicco e a Beirut, a Orano e Formentera. Alla mia gente, le miserabili definizioni nazionali hanno portato sempre e solo sventura. Per questo noi sentiamo il mare come la casa di tutti, e intendiamo nel modo giusto la definizione “Mare nostrum”. Che non significa “il mare di nostra proprietà”, ma “il mare di tutti coloro che lo abitano e, a prescindere dalla lingua, sonno affratellati da un sentire comune”.

In realtà, per me, grande amante del mare, non ci potrebbe essere niente di meglio. Eppure credo che in questo libro manchi qualcosa che lo renda grande, incisivo, evocativo. Manca una storia, un filo narrativo, un’evoluzione, uno schema. Manca un personaggio reale e tangibile. Manca qualcuno che parli con il mare e nel quale il lettore possa immedesimarsi per davvero. E credo che questo sia un difetto imperdonabile.

Dove potrei trovare sulle coste adriatiche un faro come questo, capace di essere al tempo stesso sentinella dei naviganti, osservatorio astronomico, stazione meteorologica, tempio della botanica, altana per birdwatchers, sismografo, laboratorio marino e giacimento di antichità greche, romane e medievali? Ma non basta, perché esso è anche antro di Efesto, approdo di pescatori e rifugio per pellegrini, eremo e palazzo reale, ripetitore di frequenze stellari formidabile luogo dell’anima dove meditare. Solido e trincerato come una fortezza in basso, leggero e luminoso in altro, il faro è anche magnifico osservatorio, calamita irresistibile di pensieri vagabondi.

Ciò di cui dovrebbe parlare questo libro è l’evoluzione di Rumiz grazie a questa esperienza di vita solitaria. Ma continuo a chiedermi: dov’è  questa evoluzione? quando viene raccontata? e in che modo? Io non ho trovato niente a questo riguardo. Ciò che io ho letto è stato solo un ammasso di descrizioni e suggestioni, ricordi, riflessioni e pensieri sparsi. Bellissime, per carità, ma a me non è bastato. E mi dispiace veramente tanto.

Anche la mia metamorfosi si sta completando. Vi hanno contribuito il vento, il martellare dei frangenti, la solitudine, l’assenza di noie.  Ma a restituirmi il tempo è stato soprattutto il magnifico silenzio della Rete, di cui ho goduto in queste settimane senza Internet. Le mie giornate duravano il doppio. Dimostravano il mostruoso furto perpetrato dal web. L’assenza di navigazione nel ciberspazio svelava gli orizzonti illimitati della navigazione in mare, e anche quella dentro me stesso.
Sono ridiventato padrone del tempo. La contabilità delle cose fatte e dei pensieri maturati sotto quella luce rotante dice che sono stato sull’Isola tre meni, non tre settimane. Sul taccuino, le osservazione si sono fatte più attente, puntuali. I pensieri sono diventati meno complessi ma più ermetici; hanno acquistato forza per sottrazione, come gli oggetti levigati dal mare. E poi non ero più io a cercarli, i pensieri: erano loro a cercare me. Li racimolavo qua e là girando per l’Isola, come gli asparagi selvatici o i capperi da mettere sotto sale. La scrittura stessa si asciugava, procedeva con note di due-tre righe al massimo, si costeggiava i confini dell’incomunicabile.
Vedi spesso un vuoto strano negli occhi di chi torna dagli oceani o dalle grandi montagne della Terra. “Com’è andata?” chiedi. Loro rispondono: “Bene”, e poi basta. Ti restano lì in silenzio, a guardare il tramonto con una birra sul tavolo. Nessun entusiasmo, nessuna febbre nella voce. I grandi marinai conoscono bene questo misterioso ritegno, questo senso di inadeguatezza delle parole davanti alla strapotenza della natura. “Il mio sogno,” mi ha detto un giorno lo skipper triestino Sandro Chersi, “è che tu possa tornare con me da una grande traversata atlantica con il taccuino vuoto. Per essere ripagato, non avrei bisogno della tua scrittura. Mi basterebbe vedere il tuo sguardo quando passi Gibilterra e ogni terra emersa scompare.”

Come potete ben capire, non mi sento di consigliarvi questo libro, per il semplice motivo che di fatto non racconta nulla. Ho fatto molta fatica a terminarlo, nonostante sia ricco di immagini che  sintetizzano la mia idea di vita felice. Ma non è bastato e onestamente credo che non basterebbe alla maggior parte di voi. Tuttavia se c’è qualcuno all’ascolto che ha adorato questo libro, sarei ben felice di conoscere la vostra opinione. Ammetto che mii piacerebbe molto cambiare idea al riguardo.


IL CICLOPE - Paolo RumizIl Ciclope – Paolo Rumiz
Feltrinelli, 114 p.
Formato Kindle € 9,99
Copertina Flessibile € 12,75

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