“RITRATTO IN SEPPIA” DI ISABEL ALLENDE

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Sono venuta al mondo un martedì d’autunno del 1880, nella dimora dei miei nonni materni, a San Francisco. Mentre all’interno di quella labirintica casa di legno mia madre, grondante di sudore, ansimava per aprirmi un varco, il cuore intrepido e le ossa disperate, nella strada ribolliva la vita selvaggia del quartiere cinese con il suo aroma indelebile di cucina esotica, il suo chiassoso torrente di dialetti sbraitati, la sua inestinguibile folla di api umane in un frettoloso andirivieni. Nacqui di buon mattino, ma a Chinatown gli orologi non si attengono ad alcuna regola e a quell’ora prende vita il mercato, il traffico di carretti e i latrati tristi dei cani nelle loro gabbie, in attesa del coltello del cuoco. Solo parecchio tempo dopo sono venuta a conoscenza dei particolari della mia nascita, ma sarebbe stato ancora peggio non averli mai appresi; si sarebbero potuti smarrire per sempre negli impervi sentieri dell’oblio.

Ho riletto questo libro a distanza di dieci anni ed esattamente come successe la prima volta, anche ora l’ho divorato. E, contrariamente a quanto pensavo qualche anno fa sul discorso “rilettura di libri”, è stato molto bello perché mi ha regalato l’occasione di scoprire qualcosa in più e di cogliere sfumature che all’inizio non avevo visto.

Lynn Sommes risultò essere un fortunato frutto di mescolanza razziale. Avrebbe dovuto chiamarsi chiamarsi Lin Chi’en, ma i genitori avevano deciso di anglicizzare i nomi dei propri figli e di dar loro il cognome della madre, Sommers, per rendere più semplice la loro vita negli Stati Uniti, dove i cinesi erano trattati come cani. […] Da parte di madre, Lynn Sommers ereditò sangue inglese e cileno, da quella paterna, invece, i geni dei cinesi alti del Nord. […] Lynn adorava il padre – come non amare quell’uomo dolce e generoso – ma si vergognava della sua razza. Fin da piccola si conto che l’unico spazio consentito ai cinesi era il loro quartiere, nel resto della città erano detestati. […] Come sua madre, anche Lynn viveva con un piede in Cina e l’altro negli Stati Uniti; entrambe parlavano solamente inglese e si pettinavano e vestivano secondo la moda americana, per quanto, in casa, indossassero generalmente tunica e pantaloni di seta. Lynn aveva preso poco dal padre, salvo le lunghe ossa e gli occhi orientali, e ancor meno dalla madre: nessuno sapeva da dove venisse la sua rara bellezza.

Ritratto in seppia di Isabel Allende  è stato pubblicato nel 2000 e racconta la storia di Aurora Del Valle, una donna cilena, figlia di Lynn Sommers (morta di parto) e di Matìas Rodriguez de Santa Cruz (che lei conosce solo molti anni dopo), la quale non ricorda i primi cinque anni della sua vita, quando fu affidata dai nonni materni – che fino a quel momento l’avevano cresciuta – alle cura della nonna paterna, l’imprenditrice Paulina del Valle. Aurora è una ragazzina insicura e timorosa che viene cresciuta da una nonna forte e indipendente, la quale cancella i primi anni della sua vita nella convinzione di regalarle un futuro migliore grazie al suo cognome e con l’obiettivo di educarla come si conviene ad una donna cilena e di farle contrarre un buon matrimonio. Il romanzo è il racconto di Aurora stessa, la quale decide di utilizzare la scrittura come strumento per guarire dalle delusioni che la vita le ha regalato e per fermare su carta il suo passato, scoperto da lei con determinazione, mettendo i pezzi uno alla volta.

Esiste un’immagine di me a tre o quattro anni, l’unica di quel periodo sopravvissuta alle vicissitudini del destino e alla decisione di Paulina del Valle di cancellare le mie origini. Si tratta di un cartocino consunto in un portafoto da viaggio, uno di quei vecchi astucci di velluto e nel metallo così di moda nel diciannovesimo secolo che oggi nessuno utilizza più. Nella foto si vede una bambina molto piccola, agghindata nello stile delle spose cinesi, con una lunga tunica di satin ricamato su pantaloni di tono diverso; calza delle fini ciabattine dalla suola di feltro bianco protetta da una sottile lamina di legno; i capelli scuri sono rigonfi in uno chignon troppo alto per la sua statura trattenuto da due spilloni, probabilmente d’oro o d’argento, uniti tra loro da una piccola ghirlanda di fiori. La bambina ha in mano un ventaglio aperto e forse sta ridendo, ma i lineamenti si distinguono a malapena, il viso è semplicemente  una luna chiara e gli occhi due macchioline nere. Dietro di lei si intuiscono la grande testa di un drago di carta e le stelle splendenti dei fuochi artificiali. La fotografia fu scattata durante i festeggiamenti per il Capodanno cinese a San Francisco. Non ricordo quel frangente e non riconosco la bimba di quell’unica immagine.

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Questo romanzo è la storia di una donna raccontata attraverso quella della sua famiglia. Chi siamo, infondo, noi senza la nostra famiglia? Nulla, io credo. Si tratta, infatti, di una saga famigliare, genere che io adoro sempre di più e nel quale la Allende sa esprimersi benissimo. Genere che ci permette di avere uno sguardo più ampio, di conoscere personaggi bizzarri, di comprendere le trame di vite che si intrecciano in modo perfetto. Personaggi e vite che popolano diversi libri della Allende, perché Ritratto in seppia fa parte di una trilogia dedicata proprio alla famiglia Del Valle, di cui fanno parte La figlia della fortuna e La casa degli spiriti.

Nel 1886 io avevo sei anni, parlavo un misto di cinese, inglese e spagnolo, ma sapevo svolgere le quattro operazioni fondamentali dell’aritmetica e convertire con incredibile prontezza franchi francesi in sterline, e queste ultime in marchi tedeschi o lire italiane. Avevo smesso di piangere a ogni momento per nonno Tao e nonna Eliza, ma continuavano a tormentarmi con regolarità gli stessi inspiegabili incubi. C’è un buco nero nella mia memoria, qualcosa di sempre presente e pericoloso che non riuscivo a focalizzare, qualcosa di sconosciuto che mi terrorizzava, soprattutto al buio o in mezzo alla folla. Non potevo sopportare di vedermi circondata dalla gente, iniziavo a gridare come un’ossessa e nonna Paulina doveva avvolgermi in un abbraccio da orso per calmarmi. Mi ero abituata a rifugiarmi nel suo letto quando mi svegliavo in preda alla paura; così tra noi due si radicò quell’intimità che, ne sono certa, mi salvò dalla pazzia e dal terrore in cui altrimenti sarei sprofondata.

Aurora, la protagonista di questo capitolo, è una donna segnata da un passato che non ricorda, da diversi abbandoni che ha subito nel corso della vita e, in ultimo, dal tradimento del marito -che lei ama davvero. La Allende ci regala un viaggio nella vita di questa donna e della sua immensa famiglia, permettendoci di entrare nei suoi problemi più intimi, negli incubi che la torturano da sempre, nei ricordi che ogni tanto fanno capolino. Il tutto, come sempre, è arricchito da uno sfondo storico raccontato in maniera precisa e da un paesaggio, quello di una neonata San Francisco e di un Cile sempre un po’ chiuso in se stesso, che a me affascinano molto.

Zio Severo mi prediligeva tra le dozzine di nipoti che lo circondavano, mi chiamava “la sua figlioccia” e mi raccontò che era stato lui a darmi il cognome del Valle, ma ogni volta che gli domandavo se conoscesse l’identità del mio vero padre, mi rispondeva con frasi evasive: “Fa conto che sia io,” diceva. Alla nonna l’argomento procurava l’emicrania e se assillavo Nivea mi mandava a parlare con Severo. Era un circolo vizioso.
“Nonna, non posso vivere con tutti questi misteri,” dissi una volta a Paulina del Valle.
“E perché no? La gente ingannata nell’infanzia è più creativa,” replicò.
“Oppure rimane scombussolata,” suggerii io.
“Tra i del Valle non ci sono matti da legare, Aurora, solamente qualche eccentrico, come in tutte le famiglie che si rispettino,” mi assicurò.

Ho amato molto questo romanzo e credo che acquisti molto più significato all’interno della trilogia in cui la Allende lo ha collocato. Ma di questo credo proprio che ve ne parlerò in un altro post.

Se non fosse stato per nonna Eliza, venuta da lontano a illuminare gli angoli bui del mio passato, e per le migliaia di fotografie che si sono accumulate nella mia casa, come potrei raccontare questa storia? Dovrei forgiarla con l’immaginazione, senz’altro materiale oltre i fili elusivi di tante vite altrui e qualche ricordo illusorio. La memoria è invenzione. Selezioniamo il materiale più brillante e quello più buio, ignorando ciò che è fonte di vergogna, e così tessiamo il grande arazzo della nostra vita. Per mezzo della fotografia e della parola scritta cerco disperatamente di sconfiggere la fuggevolezza della mia vita, di catturare gli attimi prima che svaniscano, di rischiare la confusione del mio passato. Ogni istante si dissolve in un soffio trasformandosi immediatamente in passato, la realtà è effimera e transitoria, pura nostalgia. Con l’aiuto di queste fotografie e di queste pagine tengo vivi i ricordi; sono il punto fermo di una verità labile, che è pur sempre verità, attestano che questi eventi hanno avuto luogo e che questi personaggi sono transitati nel mio destino. Grazie a loro posso far resuscitare mia madre morta quando vidi la luce, le mie agguerrite nonne e il mio saggio nonno cinese, il mio povero padre come anche gli altri anelli della lunga catena della mia famiglia, tutti di sangue misto e appassionato. Scrivo per sciogliere gli antichi segreti della mia infanzia, definire la mia identità e creare la mia leggenda. Alla fine l’unica cosa a cui possiamo attingere a piene mani è la memoria che abbiamo intessuto. Ognuno sceglie la tonalità con cui raccontare la propria storia; a me piacerebbe scegliere la chiarezza durevole di una stampa su platino, ma niente nel mio destino possiede tale luminoso requisito. Vivo tra gradazioni sfumate, velati misteri, incertezze; la tonalità con cui raccontare la mia vita si accorda meglio a quella di un ritratto in seppia…


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Ritratto in seppia – Isabel Allende
Feltrinelli, 267 p.
Copertina Rigida € 8,00
Copertina Flessibile € 6,38

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