#CITAZIONI- DA “L’IMPERATRICE DEL DESERTO” DI ANNE LISE MARSTRAND-JORGENSEN

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Quanto si sa di se stessi? Quanto s’ignora? Il sangue, il pensiero e il battito del cuore sono intrecciati in una rete che attraversa tutte le ere, invisibile ma concreta come le creste rocciose, le forre, le valli, i fiumi. Ci sono torrenti che trapassano le cavità segrete della mente e del corpo, trascinando persone, che esse lo vogliano o meno, e tracciandone i sentieri minuto dopo minuto, giorno dopo giorno, anno dopo anno, vita dopo vita, dimodochè due esseri umani diversissimi si avvicinino l’uno all’altro perché accomunati dalle medesime aspirazioni. Senza accorgersene, gruppi di gente mulinano verso torrenti diversi, indipendentemente dallo spazio, dal tempo e dalle circostanza: al di sopra delle loro vite viene tracciata una mappa completamente diversa. Fra i punti estremi, certi fiumi scorrono quieti, e comprendono coloro che sanno accontentarsi, che hanno il sonno tranquillo, che non sono sempre tormentati dal caldo o dal freddo, né da dubbi che nemmeno loro capiscono. Fanno eccezione due fiumi: uno scorre in cerchio, nascendo dal passato, e l’altro è tutto vortici ruggenti, e sgorga dal futuro. Il fiume del passato culla i nostalgici dalla pelle fredda e gli occhi miti e scuri, quelli che pensano a cose ormai finite, alle tradizioni, alle radici, alle perdite, alle proprie malinconiche difese contro il passare del tempo, là dove si fa collezione di oggetti tirati a lustro e si ripetono i nomi degli antenati per mantenerli vivi. Il fiume del futuro, invece, trascina con sé gli inquieti dagli occhi spalancati, coloro che si agitano, danzano, in costante movimento verso l’invisibile, verso ciò che non ha ancora preso forma. Cercano, brancolano, bramano pace e sanno che, mentre altri si soffermano su ciò che conoscono e se ne intenerisco, loro vedono un panorama in continua trasformazione: per loro, ogni domanda può solo portare ad altre domande, la quiete è fatta di stelle che luccicano in lontananza, irraggiungibili.
Makeda è stata ghermita da quest’ultimo fiume, ma non lo sa. Pensa al passato con le sue ombre e la sua fugacità, e pensa al futuro e alle sue sgradite promesse di mutamenti. Non sa che cosa la spinga a fare ciò che fa, ma sa di non poterlo evitare. Si sente priva di volontà, e allo stesso tempo risoluta, e questa la spaventa: è come se tutto fosse già deciso in anticipo e lei non potesse fare altro che lasciarsi trascinare dagli eventi. Ed è atterrita nel rendersi conto che, una volta tornata al villaggio, non potrà più andare a caccia: dovrà vivere all’interno della palizzata, insieme alla sua nuova famiglia, dovrà partorire e allattare, cantare insieme alle altre donne nei campi, o accanto al falò, o alle feste, e menare la ramazza – frush frush frush – fino al giorno della sua morte. Non ne ha ancora parlato con nessuno. E con chi, poi? Forse Jabbar capirebbe, perché anche lui, nonostante il fallimento del suo sogno di una società migliore, ha ancora qualcosa che lo lega al fiume del futuro. Ma Makeda, se cercasse comprensione in lui, lo metterebbe in una posizione difficilissima: sarebbe una follia, da parte di Jabbar, spingerla a fare qualcosa di diverso da ciò che ci si aspetta da lei.

tratto da L’imperatrice del deserto di Anne Lise Marstrand-Jorgensen

In collaborazione con Sonzogno Editori.


L’imperatrice del desertoAnne Lise Marstrand-Jorgensen41pmuwfu7dl
Sonzogno, 421 p.
Formato Kindle €. 9,99
Copertina Flessibile € 16,58

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