“L’imperatrice del deserto” di Anne Lise Marstrand-Jorgensen: in tutte le librerie dal 29 settembre 2016

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Ho accettato di leggere questo romanzo affascinata dall’idea di trovarmi di fronte ad un racconto in bilico tra realtà a fantasia, dove il sacro e il profano si mischiano narrando di personaggi straordinari. E devo dire che – evento raro – le mie aspettative non sono state per niente deluse.

La terra ha una ferita, e ancora non si chiama Etiopia. Un triangolo di deserto a nord-est, il fiume Awash che si secca prima di raggiungere il mare, sorgenti sulfuree, vulcani, profluvi di lava. Placche tettoniche cozzano e si respingono, a vibrare il coltello è la crosta terrestre. Più di tre milioni di anni fa, era tutta foresta, e ci vivevano le madri e i padri dell’umanità. Da allora,msolo le genti più torve e dure sopravvivono nelle fauci dell’inferno. A sud la terra si spacca in due, le rocce su stringono ai lati di una vallata che penetra in profondità nel continente. Verso sud: pianure, laghi, fiumi, giungla. Verso nord: alture, cime aspre, pareti rocciose, estesi altipiani, gole e praterie. Rosso e bruno e bianco nei mesi asciutti, verde brillante e fiori come falò nella stagione umida.

L’imperatrice del deserto di Anne Lise Marstrand-Jorgensen è, senza ombra di dubbio, uno dei romanzi più belli che io abbia letto ultimamente. Racconta della regina di Saba e di re Salomone, due figure a metà tra storia e leggenda, sacro e profano. Qui siamo di fronte a due personaggi appartenenti a culture diverse e a tratti opposte, e a una storia nata in una terra sacra, teatro di tante guerre, di cui si parla molto ma che spesso non conosciamo bene. Il racconto inizia di fronte a due bambini, Makeda e Salomone, i quali rappresentano una netta opposizione: da una parte c’è una bambina figlia di un’ombra, cresciuta senza padre ai confini del suo villaggio, alla quale si prospetta un unico futuro possibile, ossia quello di sposarsi con Tafari e mettere su famiglia; dall’altra c’è il figlio di re Davide, predestinato, secondo la madre, a succedergli al trono, e cresciuto nell’agio, protetto da una madre estremamente presente, al quale si prospetta, in ogni caso, un futuro fatto di ricchezze.

Jabbar le aveva parlato di donne che viaggiano, di tribù nomadi e delle regine divine che regnavano agli albori della Storia, ma le donne del villaggio non si muovono mai da dove sono. Nelle praterie, la donna è albero e l’uomo è vento; le bambine nascono sterpi, il vento può trascinarle con sé per un pò, ecco perché i piccoli sono liberi di scorrazzare anche al di fuori della staccionata che cinge il villaggio, ma poi il corpo muta e lo sterpo diventa un albero dal tronco robusto e dalla grande chioma ondeggiante, con radici invisibili che si fanno più tenaci a ogni figlio dato alla luce. Al tempo stesso, il vento prende forza fino a farsi tempesta, porta pioggia e sole, perciò l’incontro fra maschio e femmina può essere fetale solo se lei è albero.

Come questi due personaggi si incontreranno e come le loro storie si intrecceranno credo sia abbastanza chiaro a tutti. La storia della regina di Saba e di re Salomone, del loro amore e del figlio dai due concepito, non è di certo una novità. Ma l’autrice ci regala una storia che, pur poggiando su basi solide, fatte di racconti custoditi dalla Bibbia, dal Corano e dal Kebra Nagast (l’antico libro delle sapienza etiope), si sviluppa in scenari nuovi e inattesi. L’elemento che ho più amato di questo romanzo è il fatto di non essere di fronte solo a due re e a due regni, ma di essere principalmente di fronte a due persone che, anche se diversamente, lottano entrambe per ciò in cui credono e per il sogno che intendono realizzare. Due persone fatte di carne e ossa e pregi e difetti, che finiscono con l’amarsi e con il sacrificare un amore che, anche se a distanza, durerà per tutta una vita.

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Quando Davide morirà, lascerà il trono a uno dei figli, ma le sue azioni peseranno sull’intera famiglia. Ci sono cose di cui non si può mai parlare. Il peccato e lo scoramento sono corde in cui si può incespicare. Fu il Signore a indicare Davide e a farlo re, ma neppure un prescelto ha la stessa perfezione di Dio. Ha lasciato orme nette, e il Signore ne cancella buona parte, quando Davide si attiene alla Legge. Ma quelle più calcate sono ancora visibili, come cisterne maleodoranti di peccato, troppo profonde per poter essere espiate da una sola persona. Rubò Betsabea al suo migliore amico, dopodiché, per celare la nefandezza, lo fece uccidere. Un uomo non respiro solo per se stesso, ma per tutta la sua stirpe. Ogni peccato è una goccia di veleno nel sangue che lega padri e figli e fratelli; tutti devono fare ammenda, affinché la stirpe torni pura, e possono occorrere diverse generazioni prima che il veleno si diluisca fino a non nuocere più. E il conto si allunga: perdite e profitti, interessi e condoni. Davide vide Betsabea fare il bagno e la volle. Il suo desiderio infranse il vaso della discordia, Gerusalemme è l’occhio mite d’Israele, la maestosa corona del regno. Il Signore vi abita ancora da nomade, nella Sua tenda, e irradia vita. Davide è benvoluto da Dio, eppure il peccato, più ancora del sangue versato in battaglia, lo rende indegno di erigergli un tempio di pietra e legno. Lo sanno tutti. E tutti confidano nel suo successore, per dare al Signore una degna dimora. Salomone, a pensarci, è solo un granello di polvere nel palmo di Dio. Giura di fare del suo meglio. Non osa credere che proprio a lui, nato dal peccato di suo padre, tocchi diventare re.

Ecco, dunque, che la scrittrice ci restituisce non solo il ritratto di un re e di una regina, ma soprattutto quello di un uomo e di una donna. Ma non solo. Perché ci regala anche il ritratto di un’epoca lontana che spesso sfuma nella leggenda, un’epoca in cui le tradizioni erano le leggi a cui appigliarsi, la fede era parte fondamentale dell’identità di una persona e la propria terra era la continuazione delle proprie gambe.

Sebbene la luce penetri attraverso il portone e le alte finestre, il salone del trono appare buio e angusto a chi ha viaggiato per un’eternità. Makeda socchiude gli occhi, si orienta alla luce tremolante delle lampade: schiere di tedofori, e lui. La luce le disegna un cappio intorno agli occhi, gioca riflettendosi sull’oro del torno, l’attira. La semioscurità è polvere e vita, zigzaganti strisce di fuoco, non riesce a vedere bene. Le sue mani carnose, un piede che spunta da sotto la veste. Socchiude le labbra per porgergli saluto nella sua lingua. In un baleno il serpente d’argento balza sugli scalini del trono, dà un morso al serpente d’oro arrotolato su se stesso ai piedi del basamento.
Finalmente lo vede e le sue parole suonano come un ordine. “Salomone re d’Israele” dichiara, ed è com se dicesse: “Vieni.”
La luce del giorno depone una ghirlanda intorno alla sua figura, è alta come un uomo, dev’essere l’ombra a ingannarlo: non esiste pelle così nera. Una perplessità a cui valuta se dare ascolto. Poi allarga le braccia e declama il suo saluto, a voce un pò troppo alta, sembra quasi un ruggito. Ai piedi del trono lei resta immobile, le mani intrecciate sul petto, la molle fossetta alla base del collo, nera come una notte all’inferno. I suoi capelli sembrano lana, somigliano a un giaciglio morbido e cedevole. E’ solo un sogno, pensa, ora svegliati, parla, sii il re che sei.

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Un altro elemento che ho adorato di questo romanzo è il personaggio di Makeda, per la sua forza, la sua indipendenza, la sua voglia di inseguire un futuro diverso da quello che gli altri  – e la consuetudine – avevano previsto per lei. In questa ragazzina che fugge dal suo villaggio  natio colta da un impulso che la spinge a cercare la sua felicità altrove, sono racchiusi secoli di lotta per il riconoscimento di un diritto fondamentale spesso negato alle donne: quello della libertà di scelta. Scegliere chi essere e chi non essere, se sposarsi ed eventualmente con chi, se fare figli e quanti, se lavorare, quale lavoro svolgere, se dedicarsi interamente alla famiglia, se allontanarsi da tutti e dedicarsi esclusivamente a se stessa. Makeda fa suo questo diritto e per questo non viene spesso vista di buon occhio. Sfida le tradizioni, gli uomini e se stessa. Perché scegliere di porsi al pari di un uomo comporta molti sacrifici. Il primo tra tutti è forse quello di indurire il proprio carattere, unico modo per incassare le critiche e andare avanti. In questo senso quello della regina di Saba è un personaggio estremamente attuale.

“Se tu fossi una donna e io fossi un uomo” gli ha chiesto quando hanno giaciuto insieme per la prima volta, “il tuo tribunale ti punirebbe lasciandomi andare libero?”

Il tutto viene condito da una narrazione lenta ed evocativa che rende ancora più misteriosa questa storia senza tempo. Non conoscevo questa scrittrice e sono stata colpita dalla sua capacità di rendere senza tempo ed estremamente attuale una storia che ha radici salde nel passato. Lo credevo impossibile. Eppure ci è riuscita.

Credo sia palese quanto io abbia adorato L’imperatrice del deserto e va da sé che vi consiglio assolutamente di leggere questo romanzo. Se lo fate, ovviamente fatemi sapere cosa ne pensate!

In collaborazione con Sonzogno Editori.

***DISCLAIMER*** Questo non è un post sponsorizzato. Il libro recensito in questo articolo mi è stato inviato gratuitamente. Le opinioni sono frutto della mia onestà intellettuale e della mia soggettiva esperienza di lettura.


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L’imperatrice del desertoAnne Lise Marstrand-Jorgensen
Sonzogno Editori, 421 p.
Formato Kindle € 9,99
Copertina Flessibile € 16,58

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