#CITAZIONI – DA “INTERVISTA CON LA STORIA” DI ORIANA FALLACI PT.1

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Dopo aver condiviso con voi una parte dell’introduzione scritta da Oriana Fallaci per questa sua raccolta di interviste (e che trovate qui), ho deciso di condividere con voi uno stralcio di ogni intervista presente nel libro. Credo sia un buon modo, questo libro, per conoscere la storia – e chi l’ha fatta -, quella immediatamente vicina a noi ma che a scuola nessuno ci insegna.

HENRY KISSINGERWashington, novembre 1972
“Il punto principale nasce dal fatto che io abbia sempre agito da solo. Agli americani ciò piace immensamente. Agli americano piace il cowboy che guida la carovana andando avanti da solo sul suo cavallo, il cowboy che entra tutto solo in città, nel villaggio, col suo cavallo e basta. Magari senza neanche una rivoltella perché lui non spara. Lui agisce e basta: dirigendosi nel posto giusto al momento giusto. Insomma, un western.”

NGUYEN VAN THIEUSaigon, gennaio 1973
“Diciamo subito una cosa: nessuno ama la guerra. Io non amo certo la guerra. Essere costretto a farla non mi da nessuna allegria. Quindi i bombardamenti di Hanoi non mi fanno bere champagne, così come non mi fanno bere champagne i razzi su Saigon. Ma, francamente, e dal momento che questa guerra esiste, bisogna farla. E il giorno in cui quei bombardamenti saranno sospesi di nuovo, io chiederò al signor Nixon: “Perché? Cosa crede di ottenere così? Cosa ha ottenuto?”. No, non sarò io a pregare perché i bombardamenti cessino. Essi hanno uno scopo e, se si vuole raggiunger lo scopo, dobbiamo bombardare. Madamoiselle, parlando come un militare io le dico che una guerra è tanto meno atroce quanto più breve.”

GENERALE GIAPHanoi, febbraio 1969
“[…] Amiamo la pace ma non la pace a qualsiasi condizione, la pace nel compromesso. La pace per noi può significare soltanto vittoria totale, partenza totale degli americani. Ogni compromesso sarebbe una minaccia di schiavitù. E noi preferiamo la morte alla schiavitù.”

NORODOM SIHANUKBrioni, giugno 1973
“Non mi piace nulla del mio personaggio. Se dovessi ricominciare la mia esistenza, non sceglierei davvero d’essere ciò che sono stato. Pensi solo al fatto che mi trovo dentro una guerra non potendo sopportare le guerre, le armi, le uniformi, le medaglie, gli scoppi, i rumori molesti il sangue, la morte. Sono così antimilitarista che, quando son diventato re e i francesi m’hanno costretto a frequentare la scuola militare, sapere appena distinguere un sergente da un capitano. […] Proprio così, Mademoiselle, e di conseguenza ho sbagliato tutto. O l’ha sbagliato il destino? Perché ciò che volevo io lo sapevo benissimo. Ero stato io a chieder di seguire le materie classiche, la carriera letteraria. Ero stato io a pretender di studiare greco e latino, storie e filosofia, musica e arte. Poi invece mi son trovato a dover fare il re e la politica. La politica è un ingranaggio terribile: quando ci sei dentro, non ne esci più. Preso in questo ingranaggio, ho commesso un mucchio di sciocchezze e mi son buttato addosso un mucchio di colpe e penso… Vuol sapere cosa penso? Penso che la vita sarebbe stata più onorevole per me se non avessi fatto della politica. Se avessi scritto canzoni e basta. lei cosa ne pensa?”
“Penso che lei sia un uomo molto intelligente, Monseigneur.”

GOLDA MEIRGerusalemme, novembre 1972
“Signora Meir, lei ha appena detto che una donna, per avere successo, deve essere molto più brava di un uomo. Ciò non significa forse che essere donna è più difficile che essere uomo?
Sì, certo. Più difficile, più faticoso, più penoso. Ma non necessariamente per colpa degli uomini: per ragioni biologiche, direi. A partorire, infatti, è la donna. Ad allevare i figli è la donna. E quando una donna non vuole soltanto partorire figli, allevare figli… quando una donna vuole anche lavorare, esser qualcuno… Bè, è duro. Duro, duro. Lo so per esperienza personale. Sei al lavoro e pensi ai figli che hai lasciato a casa. Sei a casa e penso al lavoro che non stai facendo. Si scatena una tale lotta dentro di te: il tuo cuore va a pezzi. Ammenocchè tu non viva un un kibbutz dove la vita è organizzata in modo che tu possa lavorare e avere bambini. Fuori del kibbutz è tutto un correre, un dividerti, un angosciarti e… Insomma è inevitabile che ciò si rifletta sulla struttura della famiglia. Specialmente se tuo marito non è un animale sociale come te e si sente a disagio con una moglie attiva, una moglie cui non basta essere una moglie… Succede l’urto. E magari l’urto sfascia l’unione. Come accadde a me. Sì. ho pagato per essere quella che sono. Ho pagato tanto.”

YASSIR ARAFATAmman, marzo 1972
“[…] Se ci tenete tanto a dare una patria agli ebrei, dategli la vostra: avete un mucchio di terra in Europa, in America. Non pretendete di dargli la nostra. Su questa terra noi ci abbiamo vissuto per secoli e secoli, non la cederemo per pagare i vostri debiti. State commettendo uno sbaglio anche da un punto di vista umano. Com’è possibile che gli europei non se ne rendano conto pur essendo gente così civilizzata, così progredita, e più progredita forse che in qualsiasi altro continente? Eppure anche voi avete combattuto guerre di liberazione, basta pensare al vostro Risorgimento. Il vostro errore perciò è volontario. L’ignoranza sulla Palestina non è ammessa perché la Palestina la conoscete bene: ci avete mandato i vostri Crociati ed è un paese sotto i vostri occhi. Non è l’Amazzonia. Io credo che un giorno la vostra coscienza si sveglierà. Ma fino a quel giorno è meglio non vederci.”

GEORGE HABASH –  Amman, marzo 1972
“Dottor Habash, ma cosa c’è di eroico nel terrorismo, nel dar fuoco a un ospizio di vecchi, nel distruggere le riserve di ossigeno di un ospedale, nel far precipitare un aereo o nel distruggere un supermarket?”
E’ guerriglia, un certo tipo di guerriglia. E cos’è la guerriglia se non la scelta di un obiettivo che offra successo al cento per cento? Cos’è la guerriglia se non tormento, disturbo, logorio di nervi, piccolo danno? In guerriglia non si usa la forza bruta, si usa il cervello. Specialmente se siamo poveri come noi del Fronte. Pensare a una guerra normale sarebbe stupida da parte nostra. L’imperialismo è troppo potente e Israele è troppo forte. ha generali di prima classe, e Phantom, e Mirage, e soldati addestrati egregiamente, e un sistema che può mobilitare trecentomila soldati. Combatter loro è come combattere l’America: un popolo debole e sottosviluppato come il nostro non può affrontarli faccia a faccia. Siamo seri! Per distruggerli bisogna dare un colpetto qui, un colpetto là, avanzare passo per passo, millimetro per millimetro, per anni, decine di anni, determinati, ostinati, pazienti. E coi sistemi che abbiamo scelto. […]”

HUSSEIN DI GIORDANIAAmman, aprile 1972
“[…] Le ho già detto che non l’ho scelto io questo mestiere e che, se avessi potuto, forse non l’avrei scelto. Perché, se essere capo Stato è una condanna a scadenza limitata, essere re è una condanna a vita. Però io non devo pormi il problema che mi piaccia o no, o devo pormi il problema di farlo anche se non mi piace. In qualsiasi lavoro capitano giorni di stanchezza, di nausea: ma, se dovessimo cedere quelli, faremmo come gli spostati che cambiano continuamente lavoro e finiscono col farli tutti male. No, finché il mio popolo mi vuole, o finché io sono vivo tra un popolo che mi vuole, non abbandonerò mai il mestiere di re. L’ho giurato a me stesso prima che agli altri. E non solo per una questione di orgoglio, mi creda. Perché a questa mia terra io voglio bene. E penso che abbandonare per vivere sulla Costa Azzurra sarebbe una viltà, un tradimento. Dunque, ci resto. Che ne valga la pena o no; costi quel che costi. Son pronto ad affrontare chiunque; chiunque tenti di mandarmi via.”

INDIRA GHANDINuova Delhi, febbraio 1972
“[…] Ma come è possibile che nel mondo moderno la gente di si debba ammazzare per la religione?!? Son ben altri i problemi di cui dobbiamo occuparci oggigiorno! Sono i problemi della povertà, dei diritti dell’individuo, dei cambiamenti che la tecnologia ci impone. Quelli sì che contano più della religione! Perché sono problemi universali, perché appartengono in ugual misura al Pakistan e a noi. […]”

ALI’ BHUTTOKarachi, aprile 1972
“Quanto all’accusa per cui mirerei solo al potere, bè: sarà opportuno intenderci sul significato della parola potere. Per potere io non intendo quello che aveva Yahya Khan. Per potere intendo quello che si esercita per livellare le montagne, far fiorire i deserti, costruire una società dove non si muore di fame e di umiliazione. Non ho cattivi programmi, non voglio diventare un dittatore. Ma posso dire fin d’ora che dovrò essere molto duro, anzi autoritario. I vetri rotti che mi accingo a incollare sono spesso schegge. Dovrò gettare le schegge. E, se le getterò con una mano leggera, non avrò un paese: avrò un bazar. Comunque, guardi: non ci si mette in politica per fare la marmellata. Ci si mette per prendere in mano il potere e tenerlo. Chiunque dica il contrario è un bugiardo. Gli uomini politici vogliono sempre far credere d’essere buoni, morali, coerenti. Non cada nella loro trappola, mai. Non esiste un politico buono, morale, coerente. La politica è darle e pigliarle, come mi insegnava mio padre dicendo: “Non colpire mai un uomo se non sei pronto a esser colpito due volte da lui”. Il resto è roba da boy scout, e le virtù del boy scout io le ho dimenticate dal tempo in cui andavo a scuola.”

SIRIMAVO BANDARANAIKEColombo, agosto 1972
“Ho tre figli e ciascuno di questi insorti avrebbe potuto esser mio figlio. Chi non soffre a vedersi costretto a sparare sui propri figli? Piansi. Sì. Perché non ammetterlo? Non mi sono mai vergognata delle mie lacrime, perché non sono mai state gratuite e, se gli uomini politici sapessero piangere un poco, il mestiere di governare sarebbe una faccenda più umana.

PIETRO NENNIRoma, aprile 1971
“E’ una caratteristica dell’uomo. L’uomo non accetta mai lo status quo, non arriva mai a dire <<non ho più problemi>>. Guai se lo facesse. Tutto si impantanerebbe, si avvilirebbe, e verrebbe a mancare la molla che rende accettabile la vita. Cioè la ricerca costante di qualcosa di meglio. Cara amica, la vita va vista col pessimismo dell’intelligenza, col senso critico del dubbio, ma anche con l’ottimismo della volontà. Con la volontà, niente è fatale, niente è ineluttabile, niente è immodificabile. Gliel’ho detto all’inizio: io credo nell’uomo. L’uomo creatore del proprio destino.”

GIOVANNI LEONERoma, aprile 1973
“I miei sogni sono sempre stati contenuti e gliel’ho già detto che, per me, sono sempre stato pessimista. Da piccolo avevo bisogno che mio padre mi tirasse una botta sulle spalle e mi dicesse: <<Ma va’, che ci riesci! sei un ragazzo d’ingegno!>>. Non avrei certo creduto di diventare un avvocato noto, un professore apprezzato, e poi presidente della Camera, presidente del Consiglio, presidente della Repubblica. No, di arrivare al vertice non l’avrei previsto mai. E, ora che ci sono, mi sembra di aver avuto più di quanto mi aspettassi. Forse, più di quanto meritassi.

GIULIO ANDREOTTIRoma, marzo 1974
“La politica è una cosa che arrugginisce e guai a restarne anchilosati: si finisce per non vedere più nulla al di fuori di quella e con l’essere pessimi interpreti di chi ci elegge.”

tratto da Intervista con la storia di Oriana Fallaci


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