#GDLI100LIBRI: “CIME TEMPESTOSE” DI EMILY BRONTË

1801. Sono appena tornato da una visita al mio padrone di casa, il solitario vicino di cui dovrò subire la presenza. Splendida regione questa! Non credo che in tutta l’Inghilterra avrei potuto trovare una zona a tal punto lontana dal frastuono dell’umana società: un autentico paradiso per un misantropo; e il signor Heathcliff e io siamo le due persone ideali per condividere tale deserto.

Ed ecco che è arrivato il momento di parlarvi del primo libro che abbiamo scelto insieme per il gruppo di lettura I 100 libri di Dorfles. Si tratta di Cime tempestose di Emily Brontë, un grande classico della letteratura inglese pubblicato nel 1847, romanzo che io lessi tanti anni fa e nel quale mi sono rituffata con molto piacere.

A quindici anni Cathy era la regina della zona; non aveva nessuna che potesse starle al pari e era divenuta una creatura altera e caparbia. Confesso di non averla amata molto, dopo gli anni dell’infanzia; e spesso la indispettivo cercando di abbassarle la cresta; lei, però, non provò mai avversione dei miei confronti. Aveva una stupefacente fedeltà ai vecchi affetti; anche l’affetto che nutriva per Heathcliff rimase in lei inalterabile; e il giovane Linton, pur con tutta la sua superiorità di meriti, non trovò affatto facile suscitare in lei un’impressione altrettanto profonda.

Cime tempestose racconta di amore, di gelosia e di vendetta. Racconta della brughiera inglese, di due famiglie e di due generazioni i cui destini si intrecciano, di una società che ormai fa parte del passato. La storia – che credo conoscerete tutti e che nasce dall’immaginazione della sua autrice, la quale modellò i personaggi e la trama sulla base di ciò che vedeva nei suoi rari contatti con il mondo esterno-  è quella dell’amore tra Catherine e il suo fratello adottivo Heathcliff. Un amore passionale e profondo, che non può essere vissuto – ma non per questo si estingue – e che genera nell’uomo un senso di vendetta talmente forte e distruttivo da condizionare inevitabilmente la vita di tuti coloro che circondano la coppia.

“[…] Non fa per me sposare Edgar Linton come non faceva per me stare in paradiso; e se quell’uomo crudele là dentro non avesse a tal punto avvilito Heathcliff non avrei mai pensato a farlo. Mi degraderebbe sposare Heathcliff ora: così lui non saprà mai quanto lo amo; e non perché sia bello, Nelly, ma perché è me stesso più di quanto io lo sia. Non so che cosa siano fatte le nostre anime, ma la mia e la sua sono identiche; e quella di Linton è diversa dalla mia come un raggio di luna da un lampo o il gelo dal fuoco. […] Finché avrò vita, Ellen, nessuna creatura mortale potrà separarci. Tutti i Linton di questa terra potrebbero svanire nel nulla prima che io accetti di rinnegare Heathcliff. Oh, non volevo dir questo.. non intendevo questo! Non diventerei mai la signora Linton se questo ne fosse i prezzo! Heathcliff sarà sempre per me quello che è stato tutta la vita. Edgar deve liberarsi dalla sua antipatia e riuscire quanto meno a tollerarlo. Lo farà quando conoscerà i miei veri sentimenti per lui. Nelly, vedo bene che mi consideri terribilmente egoista, ma non ti sei mai detta che se io e Heathcliff ci sposassimo saremmo poveri in canna, due autentici mendicanti? Mentre, se sposo Linton, posso aiutare Heathcliff a migliorare e a liberarlo dal dominio di mio fratello. […] Quale scopo avrebbe la mia creazione se io mi esaurissi completamente qui? Le mie grandi sofferenze in questo mondo sono state le sofferenze di Heathcliff, e io le ho osservate e patite tutte sin dall’inizio; il mio pensiero principale nella vita è lui. Se tutto il resto perisse e lui restasse, io continuerei a essere; e, se tutto il resto persistesse e lui venisse annientato, l’universo mi diverrebbe estraneo; non mi sembrerebbe di esserne parte. Il mio amore per Lincon è come il fogliame dei boschi; il tempo lo muterà, lo so bene, come l’inverno muta gli alberi. Il mio amore per Heathcliff è simile alle rocce eterne ai piedi degli alberi; fonti di poca gioia visibile, ma necessarie. Nelly, io sono Heathcliff – lui è sempre, sempre nella mia mente, non come un piacere, così come io non sono sempre un pacere per me, ma come il mio stesso essere; dunque, non parlare ancora di una nostra separazione: è impossibile, e…”

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Ho amato questo romanzo – e l’ho divorato – perché custodisce una storia lontana da noi ma ancora estremamente potente. L’ho amato sostanzialmente per tre motivi.
Il primo è che racconta di una passione autodistruttiva e di una passione più matura. Penso, infatti, che per comprendere questo romanzo sia fondamentale cogliere la giusta chiave di lettura e credo proprio che questa risieda nell’inevitabile paragone tra la coppia composta  da Catherine e Heathcliff e quella composta da Catherine (figlia) e Hareton. Perché?

“Mi fai comprendere ora quanto sei stata crudele – crudele e falsa. Perché mi hai disprezzato? Perché hai tradito il tuo stesso cuore, Cathy? Non ho una sola parola di conforto, tutto questo lo hai meritato. Ti sei uccisa. Sì, baciamo pure e piangi, e strappami in cambio baci e lacrime. Ti distruggeranno, ti danneranno. Mi amavi… quali diritti avevi dunque di lasciarmi? Quale diritto – rispondimi – per il povero capriccio che ti ispirava Linton? Poiché né la sofferenza, la degradazione, la morte, nulla che Dio o Satana potessero farci ci avrebbero separato, tu, di tua volontà, lo hai fatto. Non io ho spezzato il tuo cuore, tu lo hai spezzato, e nel farlo hai spezzato il mio. Ma io purtroppo sono forte. Credi che voglia vivere? Che vita sarà la mia quando tu… Vivresti, tu, quando la tua anima è nella tomba?”
“Lasciami, lasciami” singhiozzò Catherine. “Se ho fatto del male, ora sto morendo per questo. Non è forse abbastanza? Anche tu mi hai lasciato; ma io non te ne rimprovero! Io ti perdono. Perdonami!”
“E’ difficile perdonare guardando i tuoi occhi, toccando le tue mani consunte!” ribattè lui. “Baciamo ancora e fa che non ti veda gli occhi! Perdono quello che hai fatto a me. Amo la mia assassina.. ma la tua! come potrei amarla?

Perché se la prima sembra una coppia che vive un amore bloccato in un’età infantile e adolescenziale, che quindi non si è evoluto e che spesso sembra più un’ossessione che un sentimento puro, la seconda, invece, vive un amore maturo che porta con sé la voglia di cambiare, di migliorarsi e di andare avanti. Catherine e Hareton, infatti, – e il loro amore – in qualche modo riscattano tutti gli anni di vendette e di sofferenze nei quali si sono ritrovati a vivere.

“Possa risvegliarsi tra i tormenti!” gridò lui con spaventosa violenza, battendo rabbiosamente il piede, gemendo, in un improvviso parossismo di incontrollabile furia. “Ha dunque mentito fino alla fine! Dov’è? Non lassù, non in paradiso, non sotto terra: dov’è? Oh, hai letto che non ti curavi delle mie sofferenze! E io ho una sola preghiera – la ripeterò finché la mia lingua si seccherà: Catherine Earnshaw, possa tu non trovare mai riposo fino a che io sarò in vita! Hai detto che ti ho ucciso – torna dunque a perseguitarmi! Gli assassini, credo, perseguitano i loro assassini; so che ci sono stati fantasmi che vagavano sulla terra. Sii sempre con me – sotto qualsiasi forma – portami alla pazzia! ma non lasciarmi in questo abisso in cui non posso trovarti! La mia sofferenza è indicibile! Non posso vivere senza la mia vita! non posso vivere senza la mia anima!”

E andando ancora più nello specifico, diventano una versione migliore di Catherine e Heathcliff, i quali, nonostante il passare degli anni, restano immutati e bloccati sempre nella stessa versione di loro stessi, come se il tempo non fosse mai passato. Nella giovane coppia, invece, da una parte assistiamo alla crescita di Catherine (figlia), la quale matura e diventa grande e dall’altra Hareton, anche se cresciuto nello stesso clima ostile e crudele nel quale era stato cresciuto Heathcliff, mantiene un animo puro e gentile, diventando così l’opposto dell’uomo che l’ha cresciuto – tanto che, addirittura, è l’unico a volergli bene e a difenderlo. nonostante l’abbia privato di tutto.

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“E’ una vera soddisfazione per me” continuò riflettendo al alta voce. “Ha colmato tutte le mie attese. Se fosse sciocco di natura non ne trarremo tanto piacere. Ma non è uno sciocco, e io posso comprendere tutti i suoi sentimenti perché li ho provati io stesso. So, per esempio, che cosa soffre adesso, lo so con esattezza; e è soltanto l’inizio di quello che soffrirà. E non riuscirà mai a emergere dall’abisso di volgarità e ignoranza dove io l’ho immerso più a fondo di quanto quella canaglia di mio padre avesse fatto con me; poiché lui è fiero del suo abbrutimento. Gli ho insegnato a considerare con disprezzo tutto quel che non è animalesco, come sciocco e debole. Non credi che Hidley sarebbe fiero di suo figlio, se potesse vederlo, quasi quanto io sono fieri del mio? Ma c’è una certa differenza: uno è fatto di oro e usato per pavimentare le strade; l’altro è soltanto di latta, lucidato per sembrare argento. Il mio non vale nulla; tuttavia, avrò il merito di farlo vivere quanto può vivere una creatura come lui. Il suo possedeva splendide qualità, che vanno perdute, che si avviliscono fino a diventare ben più che vane. Io non ho nulla da rimpiangere; lui avrebbe più di quel che chiunque possa sapere, chiunque salvo me. E il lato più divertente della cosa è che Hareton mi vuole molto bene! Riconoscerai che in questo ho superato Hidley. Se quella canaglia potesse sorgere dalla tomba e insultarmi per il torto che ho fatto a suo figlio, avrei la gioia di vedere proprio quel figlio che gli si rivolta contro, sdegnato nel veder offendere il solo amiche che abbia al mondo!”

Il secondo motivo per cui ho amato questo romanzo è la sua ambientazione. Wuthering Heights, Thrushcross Grange, Gimmerton e più in generale la brughiera del North Yorkshire sono descritti da favola. Leggendo, mi è sembrato di percepire il freddo nelle ossa, di sentire lo scricchiolare della brina sotto i piedi dei personaggi, il primo sole caldo della primavera che scalda l’aria, gli alberi in fiore in estate, la neve fredda che si poggia sul suolo. Così come mi è sembrato di essere nella biblioteca del Signor Linton o nella cucina di Wuthering Height mentre Nelly era intenta a cucire. Questa sensazione è per me pazzesca e credo regali al romanzo una specie di atmosfera realistica, perché mi ha trasportata in un luogo che di fatto non ho mai visto e in un tempo che – ovviamente – non potrò mai vivere. Il merito è, ovviamente, della scrittrice, in quanto ha deciso di infarcire con la sua immaginazione i luoghi nei quali lei stessa è cresciuta e che conosceva bene come se stessa.

L’abitazione del signor Heathcliff è chiamata Wuthering Height; Whutering è un termine dialettale assai espressivo del tumulto atmosferico al quale la sua posizione espone senza dubbio la casa nei giorni di tempesta. Qui, un vento puro e tonificante devono averlo con qualsiasi tempo, a dire il vero; si può immaginare la forza del vento del nord che soffia sul crinale osservando la profonda inclinazione di alcuni abeti contorti in fondo alla casa; e una fila di roveti stenti che tendono i rami tutti in una sola direzione, come braccia che invochino l’elemosina di un pò di sole. […]

Il terzo e ultimo elemento che mi ha colpita è la modalità di narrazione. Mi è piaciuto molto che la storia sia un lungo racconto che Ellen Dean, la governante della famiglia, fa al Signor Lockwood, inquilino di Thrushcross Grange. Al di là dell’inizio e della fine del romanzo, in cui è lo stesso Signor Lockwood a raccontarci quello che accade in quel dato momento, per il resto quello di Nelly è uno sguardo all’indietro che non annoia mai, ricco di considerazioni personali da parte di chi in queste vicende famigliari ci è finito con entrambe le scarpe e in alcune circostanze ha addirittura avuto un ruolo fondamentale. Nelly è, infatti, non solo una “dipendente”, ma un vero e proprio membro della famiglia e il suo, quindi, è un punto di vista. Per Catherine (figlia) è l’unico punto di riferimento, soprattutto dal momento che non ha mai conosciuto la madre e quando poi perde anche il padre. E’ lei che la cresce, la rimprovera, soffre per lei quando Heathcliff la costringe a diventare sua nuora, la protegge e nasconde anche i suoi sbagli agli occhi del padre sofferente. In qualche modo ho visto in Nelly la madre che Catherine non ha mai avuto e che, in ogni caso, non credo sarebbe stata all’altezza del suo compito.

L’intimità così iniziata crebbe rapidamente, sebbene incontrasse temporanee interruzioni. Non si poteva civilizzare Earnshaw on un colpo di bacchetta magica, e la mia padroncina non era né un filosofo, né un paragone di pazienza; ma poiché le loro menti di indirizzavano a uno stesso scopo – una amando e volendo dare stima, l’altra amando e volendo riceverla – riuscirono, infine, a raggiungere quel comune obiettivo. 

Il mio parere, dunque, su Cime tempestose è totalmente positivo. Non mi va di “giudicare” negativamente personaggi come Catherine e Heathcliff, perché li considero vittime dei loro difetti e delle loro vanità. Così come non mi va di parlare di questo solo come di un romanzo gotico e cupo, perché credo che lo stile e il contorno rispecchiano, lungo tutta la narrazione, il clima di quel momento. E’ vero, a tratti è difficile identificarsi in personaggi pieni di rancore e di rabbia, così come può essere strano essere catapultati in alcune dinamiche sociali che non consociamo. Per questo consiglio, a chi deve ancora leggerlo o a chi l’ha letto e lo ha giudicato negativamente, di provare a guardarlo in un’altra ottica, ossia come il ritratto di un’epoca e dei nostri infiniti e contrastanti sentimenti.

“Una conclusione moto deludente, vero?” osservò dopo aver riflettuto qualche tempo sulla scena di cui era stato testimone. “Una fine assurda per tutti i miei violenti sforzi. Mi armo di sbarre e picconi per demolire le due case, mi alleno a affrontare le fatiche di Ercole, e quando tutto è pronto, tutto in mio potere, scopro che è svanita in me la volontà di sollevare una sola tegola da entrambi i tetti! I miei vecchi nemici non mi hanno sconfitto – ora sarebbe giunto il tempo di vendicarmi sui loro rappresentanti. Potrei farlo, nessuno potrebbe impedirmelo; ma a che scopo? Ormai non desidero più colpire – non voglio darmi la pena di alzare una mano! Sembra quasi che io mi sia affannato tutto questo tempo soltanto per dar prova di questa bella magnanimità. Le cose non stanno affatto così. Ho perso la capacità di godere della loro distruzione, e sono troppo pigro per distruggere per nulla. […]

Colgo l’occasione per ricordarvi che il libro scelto insieme per la lettura di dicembre è un romanzo che io ho sempre voluto leggere, ma che alla fine non ho mai acquistato. Si tratta di  1984 di George Orwell.


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Casa editrice: Mondadori
Lunghezza: 400 p.
Formato Kindle € 2,99.    
Copertina Flessibile € 4,00
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