“Il mio paese inventato” di Isabel Allende

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Sono nata tra le nuvole di fumo e la carneficina della Seconda guerra mondiale e ho trascorso la maggior parte della mia giovinezza in attesa che qualcuno, premendo distrattamente un bottone, facesse esplodere le bombe atomiche e saltare in aria il nostro pianeta. Nessuno sperava di vivere a lungo; andavamo di fretta, divorando ogni istante prima che ci sorprendesse l’apocalisse, perciò non c’era tempo d stare a guardarsi l’ombelico e prendere appunti, come si usa adesso. E per di più sono cresciuta a Santiago del Cile, dove qualunque naturale inclinazione autocontemplativa è stroncata sul nascere.

Settimana scorsa ero piena di cose da fare. Cose che, puntualmente, non sono riuscita a fare in tempo, se non affannandomi eccessivamente. Per uscire fuori da quella situazione – che ogni volta mi mette addosso un’ansia assurda, che ovviamente è ingiustificata – avevo bisogno di qualcosa che mi calmasse, che mi facesse tornare coi piedi per terra e che mi desse l’opportunità di ritrovarmi – e di riconoscermi. Non potendo godere del lusso di prendere un caffè con mia mamma – se non dopo aver percorso circa mille chilometri, rendendo l’idea abbastanza improbabile – ho deciso allora di riprendere tra le mani uno dei miei libri preferiti, quello che mi ha fatto scoprire un’autrice che mi porto dietro da anni e che non mi ha mai delusa. Un libro per me talmente importante – soprattutto a livello simbolico – da aver ispirato il nome di questo blog. Mi riferisco a Il mio paese inventato di Isabel Allende, libro che ho divorato in un paio di giorni, facendo un salto indietro nel tempo non indifferente.

Sono stata forestiera per quasi tutta la vita, condizione che accetto perché non posso fare altrimenti. Diverse volte sono stata costretta a partire, sciogliendo legami e lasciandomi tutto alle spalle, per cominciare da zero in un altro posto; ho vagato per più luoghi di quanti possa ricordare. A forza di dire addio mi si sono seccate le radici e ho dovuto generarne altre che, in mancanza di un terreno in cui fissarsi, mi si sono piantate nella memoria; ma attenzione, la memoria è un labirinto dove i minotauri sono in agguato. 

Il mio paese inventato, pubblicato nel 2003, è il primo di una serie di libri autobiografici scritti da Isabel Allende, nei quali racconta pezzi della sua vita personale, retroscena del suo mestiere di scrittrice, l’amore per la sua terra natia, il legame con la propria famiglia. In particolare in questo libro ci racconta del Cile, paese che considera la sua patria nonostante abbia trascorso metà della sua vita all’estero. Il Cile, un paese che viene raccontato nei suoi pregi e nei suoi difetti, avvolto da quel velo dei ricordi – e della malinconia – che rende tutto inevitabilmente più bello.

Noto una certa serenità e innocenza nella gente che ha vissuto sempre nello stesso posto e che dispone di testimoni del proprio passaggio sulla terra. Chi invece, come me, si è dovuto spostare parecchio, sviluppa per forza una dura corteccia. Non avendo radici solide, né testimoni del passato, dobbiamo affidarci alla memoria per conferire continuità alle nostre vite; ma la memoria è sempre confusa, non ci si può fare affidamento. I ricordi del mio passato non hanno un contorno preciso, sono sfumati, quasi che la mia vita sia stata solo una successione d’illusione, immagini fugaci, episodi che non riesco a spiegarmi o che mi spiego solo in parte. Non ho alcun tipo di certezza. E non riesco neanche a immaginare il Cile come un luogo geografico con delle caratteristiche precise, come un posto definito e reale. Mi appare come i sentieri di campagna all’imbrunire, quando le ombre dei pioppi confondono lo sguardo e il paesaggio sembra solo un sogno.

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Ho amato Il mio paese inventato quando, tredici anni fa, lo lessi per la prima volta, e l’ho amato anche oggi, seppur in maniera diversa. Questo libro è un viaggio all’indietro in compagnia della sua protagonista. La Allende ci racconta della sua infanzia e dei suoi spostamenti, della sua stramba famiglia e degli aneddoti nei quali è cresciuta, delle sue scelte di vita, del colpo di Stato, dell’esilio, della California, dei suoi figli, del suo mestiere.

Nessuno scrittore sa per chi scrive. Ogni libro è come un messaggio in una bottiglia, affidato al mare con la speranza che raggiunga l’altra costa. 

Di questo libro ho amato soprattutto i retroscena. In particolar modo ho trovato molto interessante il racconto di come è avvenuta la stesura del primo romanzo della Allende – La casa degli spiriti, di cui vi ho parlato qui e qui. E’ stato bello, per me, scoprire dove sono nati i personaggi e a chi si è ispirata per dare loro vita, a cosa corrisponde la grande casa dell’angolo e di come il racconto del colpo di Stato di Pinochet sia più reale di quanto si possa immaginare.

L’8 gennaio 1981 cominciai a scrivere un’altra lettera al nonno, che allora aveva quasi cent’anni e stava morendo. Fin dalla prima frase capii che non sarebbe stata una lettera come le altre e che forse non sarebbe mai giunta a destinazione. Scrissi per sfogare la mia angoscia, perché quel vecchio, depositario dei miei lontani ricordi, stava per andarsene. Senza di lui, unico vincolo con la terra della mia infanzia, l’esilio mi sembrava definitivo. Naturalmente scrissi del Cile e della mia famiglia lontana. Le centinaia di aneddoti che il nonno mi aveva raccontato per anni costituivano materiale in abbondanza: i maschi che fondarono la nostra stirpe; la nonna, che spostava la zuccheriera con la forza del pensiero; la zia Rosa, morta alla fine dell’Ottocento e il cui spirito tornava di notte per suonare il piano; lo zio, che voleva sorvolare la cordigliera con un dirigibile, e tanto altri personaggi che non dovevano essere dimenticati. […]
Ben presto persi il filo di quella strana lettera, ma continuai a scevre senza sosta per un anno, al termine del quale il nonno era morto e io avevo sul tavolo della cucina il mio primo romanzo, “La casa degli spiriti”. Se allora mi avessero chiesto di darne una definizione, avrei detto che si trattava del tentativo di recuperare il mio paese perduto, di riunire i dispersi, di resuscitare morti e di conservare i ricordi che cominciavano a svanire nel vortice dell’esilio. Non era una pretesa da poco… Adesso ho una spiegazione più semplice: morivo dalla voglia di raccontare quella storia.

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Di certo questo non è un libro comune e capisco che a molti possa non piacere. Non c’è una trama, né dei personaggi. C’è però un’ambientazione, il Cile, che è teatro di quasi tutte le storie della Allende e dei suoi ricordi. E poi c’è la sua grande e stramba famiglia, fonte apparentemente inesauribile di aneddoti e di pettegolezzi, che ha dato vita ai suoi romanzi e che continua ad alimentare la sua immaginazione. Credo, dunque, che questo sia un libro per gli “addetti ai lavori”, cioè per tutti coloro che, come me, amano questa scrittrice e vogliono scoprire qualcosa in più su di lei: chi è, da cosa nasce la sua immaginazione e di cosa si nutre. A tutti coloro svelo ciò che ho capito io: la parola chiave pare sia nostalgia.

La mia esistenza è fatta di passioni, sorprese, successi e sconfitte; non è semplice condensarla in due o tre frasi. Penso che nella vita di ognuno capitino momenti in cui la fortuna ci volta le spalle o le cose cambiano e bisogna imboccare un altro cammino. In vita mia è capitato diverse volte, ma probabilmente uno degli episodi più decisivi è stato il golpe militare del 1973. Se non fosse stato per questo episodio, sicuramente non avrei mai lasciato il Cile, non sarei una scrittrice e non vivrei in California, sposata con un americano; non mi accompagnerebbe neppure questa grande nostalgia e oggi non scriverei queste pagine.

Va da sè che la mia non è una recensione obiettiva, ma sono al tempo stesso abbastanza distaccata da rendermi conto che di sicuro questo è un romanzo che non piacerà a chi si aspetta di leggere una storia, ma che farà impazzire chi vuole scoprire cosa c’è dietro ai romanzi di questa scrittrice.

Sono una scrittrice perché sono nata con un buon orecchio per le storie e ho avuto la fortuna di appartenere a una famiglia eccentrica e di vivere un’esistenza errabonda. Il mestiere della scrittura mi ha definita: parola dopo parola ho creato la persona che sono e il paese inventato in cui vivo. 


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Il mio paese inventato – Isabel Allende
Feltrinelli, 186 p.
Copertina Flessibile € 6,38

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