“Diario di un dolore” di C. S. Lewis

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Ogni infelicità è in parte, per così dire, l’ombra o il riflesso di se stessa: non è soltanto il proprio soffrire, ma è anche il dover pensare continuamente al proprio soffrire. Io non solo vivo ogni interminabile giorno nel dolore per la sua morte, ma lo vivo pensando che vivo ogni giorno nel dolore.

Finalmente questo Natale ho stretto tra le mani un libro di cui avevo letto online e che volevo leggere da tempo. Si tratta di Diario di un dolore di C. S. Lewis – l’autore, per intenderci, di una storia che ho amato, Le cronache di Narnia -, un libro autobiografico pubblicato nel 1961 sotto lo pseudonimo di N. W. Clerk. In ottanta pagine, Lewis racconta il suo dolore per la perdita della moglie, avvenuta a causa di un cancro.

Com’è trito e ipocrita dire: “Sarà sempre viva nel mio ricordo!”. Viva? Ma è proprio quello che non sarà mai più. Tanto varrebbe credere, come gli antichi egizi, che si possano trattenere i morti imbalsamandoli. Non riusciremo mai a persuaderci che se ne sono andati? Che cosa resta? Un cadavere, un ricordo, e (in alcune versioni) un fantasma. Parodie oppure orrori. Tre modi in più per dire “morto”. Era H. che amavo. Come potrei pensare di innamorarmi del mio ricordo di lei, di un’immagine creata dalla mia mente? 

Mi sembrava impossibile e al tempo stesso straziante un racconto del genere e volevo leggerlo nella convinzione che mi avrebbe aiutata a superare dei lutti personali. In realtà, come nella più classica delle tradizioni, le cose non sono andate esattamente come pensavo. Questo libro non mi ha propriamente aiutata, forse per il semplice motivo che tra qualche mese saranno ormai due anni (com’è possibile che sia già passato tutto questo tempo?) che piango le persone che improvvisamente mi hanno lasciata. Se l’avessi letto prima sarebbe cambiato qualcosa? Non ne ho idea. Posso però dire che Lewis mi ha comunque regalato qualcosa: la certezza di aver fatto un percorso nel dolore simile al suo. Questo lo rende più giusto? Non lo so. Ma di certo mi ha fatto sentire meno sola.

Avevo pensato di poter descrivere uno stato, di fare una mappa dell’afflizione. Invece ho scoperto che l’afflizione non è uno stato, bensì un processo. Non le serve una mappa ma una storia, e se non smetto di scrivere questa storia in un punto del tutto arbitrario, non vedo per quale motivo dovrei mai smettere. Ogni giorno c’è qualche novità da registrare. Il dolore di un lutto è come una lunga valle, una valle tortuosa dove qualsiasi cura può rivelare un paesaggio affatto nuovo. Come ho già notato, ciò non accade con tutte le curve. A volte la sorpresa è di segno opposto: ti trovi di fronte lo stesso paesaggio che pensavi di esserti lasciato alle spalle chilometri prima. E’ allora che ti chiedi se per caso la valle non sia una trincea circolare. Ma no. Ci sono, è vero, ritorni parziali, ma la sequenza non si ripete.

Di che percorso di tratta? Quando muore la moglie, Lewis è ovviamente travolto dal dolore. Un dolore talmente acuto da soffocarti ma del quale non puoi fare a meno. Un dolore nel quale vivi giorno e notte creando il tuo mondo per riuscire a sopravvivere. La sua “accettazione” di quanto successo vive in una serie pensieri e supposizioni che credo sfiorino chiunque si trovi ad affrontare un lutto. Lewis passa da attimi in cui inspiegabilmente crede che nulla sia cambiato, arrivando quasi a dimenticare quanto accaduto, salvo poi riscoprirlo in un attimo e tornare al punto di partenza. Mette poi in dubbio la propria fede, nella quale non trova alcun conforto, e prendendosela con Dio per il destino che gli ha riservato. Arriva, infine, alla conclusione che riportare in vita sua moglie sarebbe una crudeltà: così come ha sofferto Lewis, di certo ha sofferto anche lei, consapevole, nel dolore fisico, della separazione a cui stava andando incontro. E di fronte ad una incapacità – al contrario di quanto gli continuavano a dire le persone intorno a lui – di sentirla vicina, Lewis si rende conto che l’unico modo per sentirla viva è uscire da quella cupa disperazione e ricordarla nella gioia.

[…] Come ho scoperto, l’abbandono al dolore, invece di legaci ai morti, ce ne distacca. Questo mi diventa sempre più chiaro. E’ proprio nei momenti in cui la pena è meno forte (al mattino, per esempio, quando entro nell’acqua del bagno) che H. invade di colpo la mia mente nella sua piena realtà, nella sua alterità. Non, come nei momenti peggiori, scorciata, resa patetica, resa solenne dalla mia cupezza, ma così come essa è, come è davvero. […] Il mio programma, comunque, è chiaro: mi volgerò a lei quanto più spesso potrò in letizia. Magari salutandola con una risata. Meno la piango, mi sembra, più le sono vicino.

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A distanza di quasi due anni mi sembra assurdo dirlo, ma mi sono ritrovata in questo percorso. Ho passato le stesse fasi, ho avuto gli stessi pensieri, ho sentito le stesse sensazioni. Al contrario di chi mi diceva “lo sento vicino più che mai, come se non se ne fosse mai andato” io non sentivo nulla, proprio come Lewis, e mi sentivo strana e sbagliata in questo. Mi sono però accorta che ognuno ha un modo di reagire e di percepire le cose e forse il mio è stato simile a quello di Lewis. Solo a distanza di tempo, quando ho smesso di piangere ogni sera prima di addormentarmi e di chiedermi come avrei fatto senza di loro, sono riuscita a capire che ormai è andata così. E ora, quando guardo il cielo al tramonto, molto spesso mentre sono in macchina, non piango più, ma penso a loro con il sorriso sulle labbra, pur custodendo la consapevolezza che – inevitabilmente – nulla – e tanto meno io – sarà più come prima.

Venirne fuori così presto?  Ma queste sono parole ambigue. Un conto è dire che un paziente sta venendo fuori dopo un’operazione di appendicite, l’altro è dirlo dopo l’amputazione di una gamba. In questo caso o il moncone si cicatrizza o l’uomo muore. Se si cicatrizza, il dolore atroce e incessante finirà; il paziente dopo qualche tempo ritroverà le forze e sarà in grado di muovere i primi passi sulla sua gamba di legno. Ne sarà “venuto fuori”. Ma per tutta la vita, probabilmente, il moncone ogni tanto gli farà male, forse molto male; e lui sarà sempre un uomo con una gamba sola. Non avrà modo di dimenticarlo. Tutto sarà diverso: fare il bagno, vestirsi, sedersi e alzarsi in piedi, persino stare a letto. Tutto il suo modo di vivere sarà trasformato. Dovrà dire addio a piaceri e ad attività che prima dava per scontati. E anche a certi doveri. Io per ora sto imparando a muovermi con le stampelle. Forse tra un pò mi daranno una gamba di legno. Ma bipede non lo sarò mai più.

Il dolore di un lutto non passerà mai. E questo Lewis lo sapeva bene. Come ci racconta in questo libricino, più che altro è un dolore che cambia e si trasforma, ma non sparisce mai. E forse col tempo si diventa anche più bravi a conviverci. Tutto sta nel trovare il proprio modo di sopravvivere, di accettare, di ricordare, di soffrire. Diario di un dolore è un racconto sincero di un percorso che in realtà accompagna l’uomo per tutta la vita. E anche se a tratti mi è sembrato un pò noioso e ripetitivo, l’ho trovato comunque d’aiuto. Mi chiedo se mi sarebbe piaciuto se non mi fossi trovata nella mia situazione, ma onestamente non ve lo so proprio dire. Posso però dirvi che l’ho trovato onesto, sincero, profondo e inconcludente. Perché la conclusione è che una conclusione non esiste. Bisogna solo imparare a vivere di nuovo senza i pezzi che sono saltati e, come ci insegna Lewis, non è detto che sia facile, o scontato, o veloce.


diario-di-un-dolore Diario di un dolore – C. S. Lewis
Adelphi,85 p.
Formato Kindle € 4,99
Copertina Flessibile € 7,65

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