#citazioni – da “L’isola di Arturo” di Elsa Morante

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Ripensavo a quanto m’ero offeso il giorno ch’essa m’aveva proposto di chiamarla ; e tuttora riconoscevo d’aver avuto ragione a offendermi. Però, non mi sembrava giusto che, mentre io non avevo una madre, lei, invece, avesse un figlio. La mia invidia più intollerabile, poi, non l’ho ancora detta. Era questa: ch’ella gli dava dei baci. Troppi baci.
Non sapevo che ci si potesse dare tanti baci al mondo: e pensare che io non ne avevo dati né ricevuti mai! Guardavo quei due che si baciavano come si guarderebbe, da una barca solitaria nel mare, una terra inapprodabile, misteriosa e incantata, piena di foglie e di fiori. Essa a volte si abbandonava con lui agli stessi giochi pazzi che usano gli animali piccoli coi loro fratelli: afferrandolo, stringendolo e rivoltandolo, ma senza mai fargli il minimo male; e tutto finiva in innumerevoli baci. Gli diceva: – Tengo fame! ti mangio! – fingendo una ferocia di tigre, e invece lo baciava. E al vedere la sua bocca graziosa che si sporgeva a quei puri, beati bacetti, io mi ripetevo ch’è un’infamia questo mondo, dove qualcuno ha tanto, e qualcun altro, nulla; e mi sentivo pieno d’invidia, di trasporti e di malinconia.
Uscivo, e mi pareva che tutti in terra non facessero che baciarsi: le barche, legate vicine lungo l’orlo della spiaggia, si baciavano! il movimento del mare era un bacio, che correva verso l’isola; le pecore brucando baciavano il terreno; l’aria in mezzo alle foglie e all’erba era un lamento di baci. Perfino le nubi, in cielo, si baciavano! Fra la gente, là per le strade, non c’era persona che non conoscesse questo sapore: le donnette, i pescatori, gli straccioni, i ragazzi. Solo io non lo conoscevo; e mi venne una tale nostalgia di provarlo, che notte e giorno non pensavo quasi ad altro. Mi mettevo a baciare, per prova, magari la mia barca; o un’arancia che mangiavo, o il materasso su cui stavo disteso. Baciavo il tronco degli alberi, l’acqua che affiorava dal mare; baciavo i gatti che incontravo per la strada! E mi accorgevo di saper dare, senza che nessuno me lo avesse insegnato, baci dolcissimi, veramente belli. Ma al sentire contro le mie labbra nient’altro che una fredda polpa vegetale, o una corteccia rugosa, o un’amarezza salina; o al vedermi accanto il muso camitico d’una bestia, che fusava e poi d’un tratto se ne andava, piena di stravaganze, senza sapermi dire nulla; sempre più mi amareggiava il paragone con quella bocca santa, ridente, che, oltre a baciare, sapeva dire le più gentili parole umane!
Mi dicevo: anch’io, un giorno o l’altro, bacerò qualche persona umana. Ma chi sarà? quando? chi sceglierò, la prima volta? E mi mettevo a pensare a diverse donne viste nell’isola, o a mio padre, o a qualche ideale, futuro amico mio. Ma simili baci, al figurarmeli, mi parevano tutti insipidi, senza valore. Al punto che, per una specie di scaramanzia, volendo sperarne di più belli, li rifiutavo, anche soltanto nel pensiero, tutti. Mi pareva che non si potesse mai conoscere la vera felicità dei baci, se erano mancati i primi, i più graziosi, celesti: della madre. E allora, per trovare un poco di consolazione e di riposo, mi fingevo nella mente la scena di una madre che baciava un figlio con affetto quasi divino. E quel figlio ero io. Ma la madre, pur senza che io lo volessi, non somigliava alla mia madre vera, la morta del ritratto: somigliano a N.

tratto da L’isola di Arturo di Elsa Morante


41ag87ntfilL’isola di Arturo – Elsa Morante
Einaudi, 398 p.
Formato Kindle € 6,99
Copertina Flessibile € 11,05

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