#citazioni – da “Lettera a un bambino mai nato” di Oriana Fallaci

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E’ molto difficile, per me, scegliere degli stralci di questo libro da condividere con voi. Semplicemente perché avrei voglia di condividerlo tutto. Ma non si può. E allora ho scelto questi due passaggi, correlati tra loro, perché rappresentano bene le due anime di questa Oriana Fallaci, intenta a decidere se, nel suo percorso, vuole o meno assumersi il compito di madre. L’intero libro è un insieme di pensieri e insegnamenti e speranze. Ma è anche carico di rabbia nei confronti di un mondo che non comprende la sua situazione e le scelte, che non aiuta le donne in questo difficile compito. Qui la Fallaci si rivolge direttamente al suo bambino, prima con rabbia, propendendo verso l’idea di lasciarlo andare, e poi come amore e gioia di vivere, con la voglia di accoglierlo a braccia aperte nella sua vita.

[…] riflessioni a lungo sopite, invano soffocate, salgono alla superficie della mia coscienza e gridano cose che non sapevo di sapere. Queste. Perché dovrei sopportare una tale agonia? In nome di che cosa? Di un reato commesso abbracciando un uomo? Di una cellula scissa in due cellule e poi in quattro e poi in otto, all’infinito, senza che io lo volessi, senza che io lo ordinassi? Oppure in nome della vita? E va bene, la vita. Ma cos’è questa vita per cui tu, che esisti non ancora fatto, conti più di me che esisto già fatta? Cos’è questa rispetto per te che toglie rispetto a me? Cos’è questo tuo diritto ad esistere che non tiene conto del mio diritto ad esistere? Non c’è umanità in te… Umanità! Ma sei un essere umano, tu? Bastano davvero una bollicina d’uovo e uno spermio di cinque micron a fare un essere umano? Essere umano son io che penso e parlo e rido e piango e agisco in un mondo che agisce per costruire cose ed idee. Tu non sei che un bambolotto di carne che non pensa, non parla, non ride, non piange, e agisce soltanto per costruire sè stesso. Ciò che vedo in te non sei te: sono io! Ti ho attribuito una coscienza, ho dialogato con te, ma la la tua coscienza era la mia coscienza e il nostro dialogo era un monologo: il mio! Basta con questa commedia, con questo delirio. Non si è umani per diritto naturale, prima di nascere. Umani lo si diventa dopo, quando si è nati, perché si sta con gli altri, perché ci aiutano gli altri, perché una madre o una donna o un uomo o non importa chi ci insegna a mangiare, a camminare, a parlare, a pensare, a comportarsi da umani. L’unica cosa che ci unisce, mio caro, è un cordone ombelicale. E non siamo una coppia. Siamo un persecutore e un perseguitato. Tu al posto del persecutore e io al posto del perseguitato… Ti insinuasti in me come un ladro, e mi rapinasti il ventre, il sangue, il respiro. Ora vorresti rapinarmi l’esistenza intera. Non te lo permetterò. E giacché sono arrivata a dirti queste verità sacrosante, sai cosa concludo? Non vedo perché dovrei avere un bambino. Non mi sono mai trovata a mio agio, io, coi bambini. Non sono mai riuscita a trattare con loro. Quando mi avvicino con un sorriso, strillano come se li picchiassi. Il mestiere di mamma non mi si addice. Io ho altri doveri verso la vita. Ho un lavoro che mi piace e intendo farlo. Ho un futuro che mi aspetta e non intendo abbandonarlo. Chi assolve una donna povera che non vuole altri figli, chi assolva una ragazza violentata che non vuole quel figlio, deve assolvere anche me. Essere povere, essere violentate, non costituisce la sola giustificazione. Lascio questo ospedale e parto per il mio viaggio. Poi sarà quel che sarà. Se riuscirai a nascere, nascerai. Se non ci riuscirai, morirai. Io non ti ammazzo, sia chiaro: semplicemente, mi rifiuto di aiutarti ad esercitare fino in fondo la tua tirannia e…
Questo non era il nostro patto, me ne rendo conto. Ma un patto è un accordo dove ciascuno dà per ricevere, e quando lo firmammo ignoravo che avrei preteso tutto per darmi nulla. Del resto tu non lo firmasti per niente, lo firmai soltanto io. Ciò ne incrimina la validità. Non lo firmasti e da te non mi giunse mai un assenso: il tuo unico messaggio è stato una goccia rosa di sangue. Ch’io sia maledetta davvero, e per sempre, che la mia vita diventi un rimpianto perpetuo, al di là della morte, se stavolta cambio la mia decisione.

~~~

Mi ascolti? Sto dicendo che ho fatto pace con te, che ora siamo amici! Sto dicendo che mi dispiace averti maltrattato, sfidato. E ancora di più mi dispiace se resti offeso e non mi tiri colpetti. Non me ne hai tirati più, dopo l’ospedale. A volte, pensandoci, aggrotto la fronte.
Dura poco però. Subito dopo ritrovo la tranquillità: intuisci quando sono cambiata? Dacché ho ripreso la vita di sempre, mi sembra d’essere un’altra: un gabbiano che vola. Davvero ci fu un momento in cui desideravo la morte? Pazza. E’ così bella la vita, la luce. Sono così belli gli alberi e la terra e il mare. C’è molto mare qui: te ne arriva il profumo, il fragore? E’ bello anche lavorare se dentro di te guizza una gioia. Sbagliavo a sostenere che in ogni caso il lavoro stanca e umilia. Devi scusarmi: la collera, l’ansia, mi facevano veder tutto buio. E a proposito del buio: è arte di nuovo in me l’impazienza di tirartene fuori. Con quella, il tumore di averti scoraggiato attraverso le chiacchiere sulla libertà che non esiste e sulla solitudine che è l’unica condizione possibile. Dimentica certa sciocchezze: stare gomito a gomito serve. La vita è una comunità per darci la mano, consolarci, aiutarci. Anche le piante fioriscono meglio una accanto all’atra, e gli uccelli migrano a gruppi, i pesci nuotano a branchi. Che faremmo soli? Ci sentiremmo come astronauti sulla Luna, soffocati dalla paura e dalla fretta di tornare indietro. Sbrigati, trascorri alala volta i mesi che ti rimangono, non aver paura di vedere il sole. Lì per lì ti abbaglierà, ti spaventerà, ma presto diverrà un’allegria di cui non potrai fare a meno. Io mi pento d’averti fornito sempre gli esempi più brutti, di non averti mai raccontato lo splendore di un’alba, la dolcezza di un bacio, il profumo di un cibo. Io mi pento di non averti fatto ridere mai. Se tu mi giudicassi dalle fiabe che narravo, saresti autorizzato a concludere che sono una specie di Elettra sempre vestita di nero. D’ora innanzi devi immaginarmi come un Peter Pan sempre vestito di giallo di verde di rosso e sempre intento a stendere nastri di fiori due tetti, sui campanili, sulle nuvole che non diventano pioggia. Saremo felici insieme, perché, in fondo, sono un bambino anch’io.

tratto da Lettera ad un bambino mai nato di Oriana Fallaci


516skzco8l-_sx323_bo1204203200_Lettera ad un bambino mai nato – Oriana Fallaci
BUR Biblioteca Universale Rizzoli, 145 pag.
Formnato Kindle € 7,99
Copertina Flessibile € 8,50
Cartonato € 10,00

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