#gdli100libri – “L’isola di Arturo” di Elsa Morante

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Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome. Avevo preso imparato (fu lui, mi sembra, al primo a informarmene), che Arturo è una stella: la luce più rapida e radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale! E che inoltre questo nome fu  portato pure da un re dell’antichità, comandante a una schiera di fedeli: i quali erano tutti eroi, come il loro re stesso, e dal loro re trattati alla pari, che fratelli.

Finalmente, grazie al gruppo di lettura I 100 libri di Dorfles, ho potuto leggere uno dei romanzi che sognavo di leggere da tempo. Mi riferisco a  L’isola di Arturo di Elsa Morante, romanzo che mi ha accolta come succede solo con le storie che raccontano qualcosa di te. Pubblicato nel 1957 da Einaudi, si tratta di un romanzo di formazione in cui la Montante ci narra la storia di Arturo Gerace e il suo passaggio dall’infanzia all’età adulta. In realtà è lo stesso Arturo a parlare, facendo un salto indietro nel tempo e nello spazio. Siamo sull’isola di Procida – nel golfo di Napoli – intorno al 1938 e Arturo ha poco più di quindici anni, vive in completa solitudine in quanto orfano di madre – la quale è morta dandolo alla luce – mentre il padre Wilhelm è continuamente in viaggio. L’isola di Procida rappresenta il mondo di Arturo: un mondo del quale conosce le misure e nel quale sa come muoversi, sognando il momento in cui, diventato adulto, potrà accompagnare il padre nei suoi continui viaggi alla scoperta del mondo.

Mio padre viveva, la maggior parte del tempo, lontano. Veniva a Procida per qualche giorno, e poi ripartiva, certe volte rimanendo assente per intere stagioni. A fare la somma dei suoi rari e brevi soggiorni nell’isola, alla fine dell’anno, si sarebbe trovato che, su dodici mesi, egli forse ne aveva passate due a Procida, con me. Così, io trascorrevo quasi tutti i miei giorni in assoluta solitudine; e questa solitudine, cominciata per me nella Roma infanzia (con la partenza del mio balio Silvestro), mi pareva la mia condizione naturale. Consideravo ogni soggiorno di mio padre sull’isola come una grazia straordinaria da parte di lui, una concessione particolare, della quale ero superbo.

Il suo piccolo mondo, fatto di giornate all’aperto e di libri da leggere, viene stravolto quando il padre porta a casa Nunziata, la sua nuova moglie. Si tratta, questo, di un momento che cambierà per sempre la vita di Arturo, il quale fino a quel momento non aveva mai conosciuto una donna e non aveva mai dovuto dividere il padre – seppur sempre distaccato e misterioso – con nessun altro. L’incontro con la matrigna – e la nascita del suo fratellastro Carmine – rappresenta una svolta nella vita di Arturo, semplicemente perché il ragazzo passa dalla solitudine alla scoperta della vita vera: scopre il mondo femminile (del quale aveva sempre sentito parlare in termini negativi ma con il quale non aveva mai avuto contatti); scopre i sentimenti come la gelosia, l’amore e l’attrazione (si innamora della matrigna e instaura una relazione amorosa con Assunta, una sua amica);  scopre che il padre non è l’uomo che immaginava (Wilhelm non si rivela né un grande viaggiatore né tantomeno un eroe) . Ecco quindi la necessità, più forte che mai, di iniziare ad agire e di allontanarsi dall’isola, che diventa il luogo dell’infanzia, terra di legame con la madre mai conosciuta e un padre venerato, un’isola piena di illusioni e di sogni da realizzare, nella quale non c’è posto per un Arturo adulto.

Quando Wilhelm Gerace si rimetteva in viaggio, ero convinto che partisse verso azioni avventurose ed eroiche: gli avrei creduto senz’altro se m’avesse raccontato che muoveva alla conquisa dei Poli, o della Persia come Alessandro il Macedone; che aveva ad attenderlo, al di là dal mare, compagnie di prodi al suo comando; che era uno sgominatole di corsari o di banditi, oppure, al contrario, che lui stesso era un grande Corsaro, o un Bandito. Lui non faceva mai parola della sua vita fuori dell’isola; e la mia immaginazione si struggeva intorno a quell’esistenza misteriosa, affascinante, a cui, naturalmente, lui mi stimava indegno di partecipare. Il mio rispetto della sua volontà era tale che non mi permettevo neanche in pensiero, l’intenzione di spiarlo, o seguirlo, di nascosto; e non osavo neppure d’interrogarlo. Volevo conquistare la sua stima, e magari la sua ammirazione, sperando che un giorno, finalmente, lui m’avrebbe scelto per suo compagno nei viaggi.

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Nell’annunciarmi che sposava quella ignota napoletana, mio padre, con un tono doveroso (che pareva artefatto, tanto gli era insolito) mi aveva detto: – Così, tu avrai una nuova madre -. E io, per la prima volta da quando ero nato, avevo provato un senso di rivolta contro di lui. Nessuna donna poteva dirsi mia madre, e nessuna io volevo chiamare con questo titolo, fuorché una sola, che era morta! Adesso in quest’aria brumosa, io la ricercavo, l’unica mia madre, la mia regina orientale, la mia sirena; ma lei non rispondeva. Forse, per l’arrivo dell’intrusa, si era nascosta, o era fuggita via.

L’isola di Arturo è un grande classico della nostra letteratura, al quale tuttavia mi sono approcciata senza paura. Tanti sono i temi trattati: dalla crescita alla scoperta dell’amore, fino al rapporto con i genitori e con la terra natia, ma anche il legame con il proprio corpo che cambia nel pieno dell’adolescenza e con un cuore che sussulta di fronte alle prime emozioni forti. La forza prorompente di questo romanzo credo sia, in un certo senso, la compresenza di una forte realtà, che ci viene raccontata attraverso mille dettagli (la casa, l’infanzia, le abitudini, l’isola) e i sogni e i progetti di Arturo (fantasie che in fondo nutrono la vita di ogni adolescente). Ciò che più mi è rimasto è un senso di tristezza e una profonda tenerezza nei confronti di questo ragazzo così solo e molto immaturo, sensibile e con un’anima nostalgica, assetato di conoscenza e di sogni. Così come mi è rimasto anche un senso di familiarità con una terra e con dei paesaggi nei quali sono cresciuta – chi è del sud e chi viene, più precisamente, da un posto di mare, credo che possa capirmi.

Certe sere, dopo cena, attirato dalla frescura di fuori, mi stendevo sullo scalino della soglia, o sul terreno dello spiazzo. La notte, che un’ora prima, giù in piano, m’era apparsa così proterva, qua a un passo dalla porta-finestra illuminata, mi ridiventava familiare. Adesso il firmamento, a guardarlo, mi diventata un grande oceano, sparso d’innumerevoli isole, e , fra le stelle, ricercavo aguzzando lo sguardo quelle di cui conoscevo i nomi: Arturo, prima di tutte le altre, e poi le Orse, Marte, le Pleiadi, Castore e Polluce, Cassiopea… Avevo sempre rimpianto che, ai tempi moderni, non ci fosse più sulla terra qualche limite vietato, come per gli antichi le Colonne d’Ercole, perché mi sarebbe piaciuto di oltrepassarlo io per primo, sfidando il divieto con la mia audacia; e allo stesso modo adesso, guardando lo stellato, invidiavo i futuri pionieri che potranno arrivare fino agli astri. Era umiliante vedere il cielo e pensare: là ci sono tanti altri paesaggi, altre iridi di colori, forse tanti altri mari di chi sa quali colori, altre foreste più grandi che ai Tropici, altre forme di animali ferocissime e allegre, più amorose ancora di queste che vediamo… altri esseri femminili stupendi che dormono… altri eroi bellissimi.. altri fedeli… e io non posso arrivare là!
Allora, i miei occhi e i miei pensieri lasciavano il cielo con dispetto, riandando a posarsi sul mare, il quale, appena io lo riguardavo, palpitava verso di me, come un innamorato. Là disteso, nero e pieno di lusinghe, esso mi ripeteva che anche lui, non meno dello stellato, era grande e fantastico, e possedeva territori che non si potevano contare, diversi uno dall’altro, come centomila pianeti! Presto, ormai, per me, incomincerebbe finalmente l’età desiderata in cui non sarei più un ragazzino, ma un uomo; e lui, il mare, simile a un compagno che finora aveva sempre giocato assieme a me e s’era fatto grande assieme a me, mi porterebbe via con lui a conoscere gli oceani, e tutte le altre terre, e tutta la vita!

In questo romanzo c’è tutto ciò che si vuole leggere, ma soprattutto c’è la storia di un amore non corrisposto. Il primo è l’amore che Arturo prova nei confronti di Nunziatella, la matrigna. Un sentimento che onestamente non so quanto sia autentico, perché nasce, in egual misura, dal fatto di costituire il primo approccio con l’altro sesso, ma anche da una gelosia infantile e, soprattutto, da una profonda venerazione che il ragazzo nutriva nei confronti del padre.

Da quel momento, fu come se io là, dinanzi al piccolo specchio, avessi ricevuto una rivelazione straordinaria. Credetti, cioè, d’intendere soltanto adesso che cosa, in realtà, io volessi dalla mia matrigna: non l’amicizia, non la maternità, ma l’amore, proprio quello che fanno insieme gli uomini e le donne quando sono innamorati. In conseguenza, giunsi a questa grande scoperta: che dunque, senza dubbio io ero innamorato di N. Così, era proprio essa, nella mia vita, il primo amore, di cui si racconta nei romanzi e nelle poesie! […] Tale scoperta, da principio mi empì di un’esultanza radiosa e incosciente; ma poi subito mi resi conto della mia sorte disperata. Fra quante donne esistevano al mondo, se ce n’era una più di tutte impossibile per me, vietata al mio amore da una proibizione suprema, quest’una era N.: la mia matrigna, la sposa di Wilhelm Gerace!

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Il secondo amore di cui si parla in questo romanzo – e che è fondamentale per la maturazione di Arturo e il suo distacco dall’isola – è quello con il padre. Leggendo queste pagine, infatti, ho covato una profonda rabbia nei confronti di quest’uomo, così ottuso e insensibile ed egoista, che ha abbandonato il figlio, lasciando Arturo, orfano, a crescersi da solo. Che razza di uomo è questo? Più cresceva, dentro di me, questa rabbia, e più crescevano, di pari passo, mille scusanti per i comportamenti immaturi di Arturo. E il fatto che, alla fine, Wilhelm si riveli un uomo qualunque, certamente ricco di problemi e arido di sentimenti, non mi ha per niente sorpresa. Non mi aspettavo nulla di diverso da lui e leggevo aspettando il momento in cui anche Arturo se ne sarebbe reso conto, iniziando finalmente a vivere la sua vita e non aspettare all’ombra di un uomo che lo aveva ignorato da quando era nato. Così è stato e ho trovato giusto – nonostante io sia molto curiosa di sapere che ne è stato di Arturo – che il romanzo si interrompa proprio nel momento in cui il protagonista lascia l’isola per entrare nel mondo vero, in cui stava per iniziare la guerra e in cui il mare non sarebbe più stato l’orizzonte sin cui perdersi.

Spesso certi nostri affetti, che presumiamo magnifici, addirittura sovrumani, sono, in realtà, insipidi; solo un’amarezza terrestre, magari atroce, può, come il sale, suscitare il sapore misterioso della loro profonda mescolanza! Per tutta la mia infanzia e fanciullezza, io avevo creduto d’amare W. G.; e forse m’ingannavo. Soltanto adesso, forse, incominciavo ad amarlo. Mi accadeva qualcosa di sorprendente, che certo in passato non avrei potuto credere, se me l’avessero predetta: W. G. mi faceva compassione. 

Ci sono mille motivi per cui posso dirvi che questo libro mi è piaciuto e ce sono altrettanti per dirvi quanto, contemporaneamente, mi abbia confuso. Un elemento che più di ogni altro mi ha affascinata è soprattutto l’isola di Procida, che in questa storia si ritaglia un ruolo da protagonista. Arturo ha con lei un legame profondo, sincero, viscerale. Ne conosce ogni angolo, ogni colore, ogni abitante. Di fatto, non conosce altro del mondo se non quel pezzo di terra in mezzo al mare. Ed è lì che cresce alimentando i suoi sogni, le sue illusioni, i suoi progetti. Nel momento in cui entra nell’adolescenza e fa le sue prime esperienze, Arturo capisce che quello non è il mondo vero, che deve andare via, iniziare a vivere, essere indipendente, agore. Ed è per questo che decide di partire. Ma non lo fa a cuor leggere, perché niente di tutto ciò che potrà vedere lì fuori, riuscirà mai a rimpiazzare la sua isola. Perché mi ha tanto colpita tutto ciò? Forse perché è un pò quello che è successo a me – e a tutti coloro che, come me, sono stati costretti a lasciare casa per iniziare a vivere e realizzare qualcosa.

Il risveglio naturale mi sopravvenne, però, assai presto. Faceva ancora buio fondo, e alla luce di un fiammifero potei leggere sulla sveglia (tolta a prestito da Silvestro in paese) che mancavano più di trenta minuti all’ora della nostra alzata. Tuttavia, non avevo più nessuna voglia di dormire; e badando a non disturbare il sonno di Silvestro (il quale seguitava a russare, sebbene con più discrezione) scivolai fuori della grotta.
Tenevo la coperta sulle spalle alla moda siciliana, per uso di mantello; ma in verità non faceva freddo, neanche adesso che il vento sciroccale era caduto. Si capiva, dal riflesso lustro dei sassi, che doveva aver piovuto durante la notte. Qua e là, per il cielo stracciato, erano visibili le piccole stelle dicembrine, e un’ultima falce di luna spargeva un pallidissimo barlume di crepuscolo. Il mare, steso dalla pioggia senza vento, oscillava appena assonnato e monotono. E io, avanzando lungo il mare in quel grande mantello, mi sentivo già una specie di masnadiero, senza casa, né patria, con un teschio ricamato sulla divisa!
Dalla campagna, già si udivano cantare i galletti. E d’un tratto, un rimpianto sconsolato mi si appesantì sul cuore, al pensiero del mattino che si sarebbe levato sull’isola, uguale agli altri giorni: le botteghe che si aprivano, le capre che uscivano dai capanni, la matrigna e Carminiello che scendevano nella cucina… Se, almeno, fosse durato sempre il presente inverno, malaticcio e smorto, sull’isola! Ma no, anche l’estate, invece, sarebbe tornata immancabilmente, uguale al solito. Non la si può uccidere, essa è un drago invulnerabile che sempre rinasce, con la sua fanciullezza meravigliosa. Ed era un’orrida gelosia che mi amareggiava, questa: di pensare all’isola di nuovo infuocata dall’estate, senza di me! La rena sarà di nuovo calda, i colori si riaccenderanno nelle grotte, i migratori, di ritorno dall’Africa, ripasseranno il cielo… E in simile festa adorata, nessuno: neppure un qualsiasi passero, o una minima formica, o un infimo pesciolino del mare, si lagnerà di questa ingiustizia: che l’estate sia tornato sull’isola, senza Arturo! In tutta l’immensa natura, qua intorno, non resterà neppure un pensiero per A. Gerace. Come se, per di qua, un Arturo Gerace non i fosse passato mai!

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Credo sia chiaro quanto L’isola di Arturo mi sia piaciuto. L’ho amato fin dal primo momento e non escludo che, rileggendolo o semplicemente pensandoci ancora, io possa scoprire altre sfaccettature e altri spunti di riflessione. Ecco perché mi piacerebbe conoscere il vostro pensiero. Raccontatemi: perché questo romanzo vi è piaciuto?

I primi raggi del sole, interrotti e corruschi, si allungavano sul mare quasi liscio. Io pensai che fra poco avrei veduto Napoli, il continente, la città, chissà quali moltitudini! E mi prese una smania improvvisa di partire, via da quella piazza, e da quella banchina.
Il piroscafo era già là, in attesa. E al guardarlo, io sentii tutta la stranezza della mia tramontata infanzia. Aver veduto tante volte quel battello attraccare e salpare, e mai essermi imbarcato per il viaggio! Come se quella, per me, non fosse stata una povera navicella di linea, una specie di tranvai; ma una larva scostante e inaccessibile, destinata a chi sa quali ghiacciai deserti!
Silvestro ritornava coi biglietti; e i marinai andavano disponendo la scaletta per l’imbarco. Mentre il mio balio conversava con loro, io, senza farmi vedere, trassi di tasca quel cerchietto d’oro che N. mi aveva inviato la sera prima. E di nascosto lo bacia.
[…] Provai la tentazione furiosa di tornare indietro, correndo, fino alla Casa dei guaglioni. E di coricarmi accanto a lei: di dirle: “Fammi dormire un poco assieme a te. Partirò domani. Non dico che dobbiamo far l’amore, se tu non vuoi. Ma almeno lascia ch’io ti baci qua all’orecchio, dove ti ho ferito”.
Già, però, il marinaio, ai piedi della scaletta, stracciava i nostri biglietti per il controllo; già Silvestro saliva, assieme a me, la scaletta. La sirena dava il fischio della partenza.
Come fui sul sedile accanto a Silvestro, nascosi il volto sul braccio, contro lo schienale. E dissi a Silvestro: – Senti. Non mi va di vedere Procida mentre s’allontana, e si confonde, diventa come una cosa grigia… Preferisco fingere che non sia esistita. Perciò, fino al momento che non se ne vede più niente, sarà meglio ch’io non guardi là. Tu avvisami, a quel momento.
E rimasi col viso sul braccio, quasi in un malore senza nessun pensiero, finché Silvestro mi scosse con delicatezza, e mi disse:
– Arturo, su, puoi svegliarti.
Intorno alla nostra nave, la marina era tuta uniforme, sconfinata come un oceano. L’isola non si vedeva più.

Colgo l’occasione per comunicarvi che il libro scelto insieme come prossima lettura è Via col vento di Margaret Mitchell. Trattandosi di un romanzo parecchio corposo, gli dedicheremo ben due mesi, ossia febbraio e marzo.


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Casa editrice: Einaudi
Lunghezza: 398 p.   
Formato Kindle € 6,99
Copertina Flessibile € 11,05
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6 commenti Aggiungi il tuo

  1. giusymar ha detto:

    Ne ho sentito tanto parlare, ma non l’ho mai preso in considerazione. Chissà poi perché. Mi hai proprio fatto venire voglia di leggerlo.

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    1. Chiara Nicolazzo ha detto:

      Mi fa tantissimo piacere!

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  2. Bluebellsweet ha detto:

    Non ho mai letto nulla di elsa mirante, devo rimediare 🤔

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